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Vivo col Diabete

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Microgioie

Una somma di piccole soddisfazioni, brevi momenti, che pochi possono capire, ma noi dovremmo imparare ad apprezzare. Sono quei calcoli dei carboidrati fatti bene, quei momenti di glicemia stabile, i pranzi regali che poi ci lasciano satolli e miracolosamente intatti dalle iperglicemie. Ogni giorno pensiamo ai valori, agli alti e ai bassi, ai carboidrati e ai grassi. Ci arrabbiamo quando la glicemia sale troppo e non riusciamo ad abbassarla, ci spaventiamo quando scende troppo e velocemente va fatta risalire. Pensiamo, in ogni momento, che le cose non vanno abbastanza bene, che dovrebbero andar meglio, che siamo sempre troppo su e troppo giù, che si muove così velocemente da dar vita a grafici che sembrano montagne russe. E come una voce fuori dal coro, che stona e ci disturba, così anche le nostre glicemie fuori posto finiscono per farci pensare che quella giornata, per quanto bella, non lo sia stata davvero. Ed eccole lì le microgioie, quei momenti di cui non ci rendiamo conto, o che ignoriamo con un semplice: è così che dovrebbe andare, in cui il grafico è stabile, resta dentro gli schemi, il pomeriggio scorre sereno, la notte non fa le bizze, arrivare alla mattina è un piacere. Eccole lì le microgioie, che dovremmo collezionare ad una ad una nei nostri libretti glicemici, evidenziarle di verde, cerchiarle perché siano ben chiare per tutti, perché è la loro somma che in realtà dovrebbe spingerci avanti, scaccia il malumore degli errori per farci dire: finora è andata bene, un errore non farà male a nessuno, la prossima andrà meglio!

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Non è certo facile fare i conti con noi stessi ogni giorno, non lo metto in dubbio. Non è certo facile accettare il fatto che, almeno tre volte al giorno, si prendono decisioni e a volte si sbaglia. E se l’errore di un momento ci scuote sempre di più dei momenti che passiamo negli schemi corretti, impariamo a non farci mettere i piedi in testa da chi grida forte per un attimo, impariamo che la somma delle nostre piccole gioie è maggiore degli errori, e che alla fin fine, malgrado Natale si avvicini, un pasto abbondante e il pandoro (perché io preferisco il pandoro sia ben chiaro) ce lo possiamo permettere anche noi, alla faccia di chi dice che se sei diabetico non puoi mangiare dolci!



Prevenzione a lungo termine del rigetto d’organo

L’immunologo di Costanza, il Professor Marcus Groettrup e il suo team hanno sviluppato una procedura per prevenire il rigetto d’organo nei ratti dopo trapianto renale e per sopprimere la creazione di anticorpi nel sistema immunitario dei riceventi. L’inibizione immunoproteica, che sopprime la produzione di anticorpi, è cruciale per questo processo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Kidney International. Il titolo della pubblicazione originale è “L’inibizione immunoproteica impedisce il rigetto da trapianto di trapianto mediato da anticorpo nel trapianto renale”.

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Circa la metà di tutti i riceventi di organi sperimentano il rigetto di organi mediato da anticorpi entro 10 anni dal trapianto. Attualmente mancano agenti farmacologici per la soppressione del rigetto cronico. Gli inibitori del proteasoma non selettivo possono sopprimere il rigetto da allotrapianto mediato da anticorpi. Tuttavia, i loro numerosi effetti collaterali negativi limitano fortemente la loro applicazione. L’ inibizione immunoproteica, al contrario, si è dimostrata efficace nei modelli preclinici delle malattie autoimmuni ed è stata applicata per settimane senza evidenti effetti collaterali avversi.
Utilizzando un modello di ratto, i ricercatori, guidati da Marcus Groettrup, sono stati in grado di dimostrare che l’inibizione immunoproteasoma uccide le plasmacellule attivate che producono gli anti-anticorpi contro i reni trapiantati e portano al rigetto degli organi. L’inibizione selettiva dell’immunoproteasoma utilizzando l’inibitore ONX 0914 ha ridotto il numero di cellule B e plasmacellule e ha soppresso la produzione di anticorpi specifici per donatore. I trapianti sono stati eseguiti dal dott. Jun Li, chirurgo urologico del Cancer Institute Chongqing in Cina, esperto internazionale di microchirurgia e attualmente lavora presso l’Università di Costanza grazie a una borsa di studio concessa dal Chinese Scholarship Council.
“Questi risultati sono un enorme successo, possiamo completamente prevenire il rigetto di organi in tutti gli animali, osservando che gli allo-anticorpi sono praticamente assenti.I parametri di infiammazione nei reni trapiantati sono diminuiti significativamente e la funzione renale in tutti i riceventi è eccellente,” afferma Marcus Groettrup , aggiungendo che questi risultati suggeriscono l’inibizione immunoproteasome come un approccio terapeutico promettente per sopprimere il rifiuto mediato da anticorpi cronici.
Il modello strutturale di Groettrup di immunoproteasome è considerato una pietra miliare nello sviluppo di nuovi agenti nella lotta contro malattie autoimmuni come il diabete, l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla. Già negli anni 2000, Groettrup è stato in grado di definire l’immunoproteaso come un regolatore delle citochine che sono responsabili dell’innesco di malattie autoimmuni. Gli inibitori immunoproteasi farmaceutici, che sono attualmente testati in una prima sperimentazione clinica, potrebbero permetterci di combattere le malattie autoimmuni e prevenire il rigetto cronico degli organi di trapianto senza compromettere l’intero sistema immunitario dei pazienti.



Insulina in tutte le lingue del mondo

Matteoandrea Lucherelli

Sarò autobiografico, vivo all’estero. Da un anno la Francia è diventata la mia nuova casa, il mio nuovo posto di lavoro. Qui ho conosciuto nuovi amici, qui ho trovato un nuovo medico (e non uno solo, ognuno di noi pazienti diabetici sa bene di quanti specialisti ha bisogno negli anni, il medico di base, il diabetologo, il dietologo, l’oculista e così via).

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Paese che vai, leggi ed abitudini che trovi, e allora hai bisogno di scoprire come funziona la sanità pubblica, dove prendere l’insulina, dove prendere gli aghi e il materiale, dove chiedere e come fare un’analisi del sangue, ma soprattutto, tutto questo va fatto in un’altra lingua!
Sono partito con una buona scorta di materiale, dopo qualche mese sono tornato a casa per fare rifornimento. Poi ho finalmente cosciuto la mia futura diabetologa. Poi ho scoperto che qui gli aghi non li prendi al presidio medico, ma basta la ricetta e vai in qualsiasi farmacia (così come le strisce per la glicemia, e anche i sensori free style libre, una bella comodità). Poi ho scoperto che la novorapid è proprio internazionale, ma la tresiba qui non c’è (che faccio? Continuo a prenderla in Italia? Cambio insulina lenta e trovo di nuovo la giusta quantità?). Oggi invece come lo spiego alla dottoressa che ultimamente ho avuto molte ipoglicemie ma non so il perché? O che altre volte la glicemia aumenta ma non ne capisco il motivo? Vorrei iniziare con il microinfusore, ma prima c’è una formazione di una settimana da fare!

E così ho imparato che, alla fin fine, la parola insulina si assomiglia un po’ ovunque. Ed è così che la tua malattia si apre al mondo, perché ogni paese potrà avere le sue diverse tradizioni ed abitudini, ma l’insulina è internazionale e tutti ne abbiamo bisogno allo stesso modo.
E conoscendo sempre nuove persone scopri che il diabete, un po’ ovunque, è ancora visto come la malattia del nonno, e ancora in tanti si stupiscono quando ti vedono fare l’iniezione prima dei pasti (o quando vedono il microinfusore, che ti fa sempre sentire figo come Iron Man), e ti trovi a a spiegare in tutte le lingue cosa devi fare quotidianamente, quante volte ti controlli, come fai i conti, come ruoti i siti di iniezione.

Ed è così che ho incontrato per caso diabetici provenienti da tutta Europa, che mi sono trovato a parlare di questa malattia in spagnolo, in francese, in inglese (e anche in italiano si, perché alla fine dei conti noi italiani siamo davvero ovunque!). Ed allora scopri che i problemi che hai a casa non sono solo tuoi e che malgrado le differenze culturali e di unità di misura, siamo uniti dalle iper e ipoglicemie, dalle preoccupazioni, dai piatti grassi e anche dagli zuccheri! Ridi calcolando i carboidrati, ridi perché ognuno conosce bene quelli dei piatti tipici del proprio paese, e nelle cene internazionali chiedi le ricette a chiunque per capire cosa ci sia dentro a quella strana zuppa, o guardi l’amico diabetico spagnolo per sapere cosa ne pensa!

Ciò che a volte ci rende un po’ diversi in questo caso unisce, mi ha fatto sentir parte, come siamo tutti, di una grande realtà, uguale in tutto il mondo, legata a quei valori tanto capricciosi quanto importanti.


La redazione de Il Mio Diabete da il benvenuto a Matteoandrea che, con questo articolo, comincia la sua preziosa collaborazione e stimolante testimonianza.



Ed ora si guarda avanti

Una ultima considerazione personale post evento Diabeteasy: si è stato un successo non solo per la folta partecipazione da tutta Italia, non solo per l’aver affrontato a tutto tondo tutti gli aspetti della cura e ricerca medico-scientifica sul diabete tipo 1. È stato un successo perché due strutture scientifiche (Miami e Milano) e quattro unità operative complesse ospedaliere e non di città diverse (Bologna, Milano, Modena) si sono messe a disposizione per una prima assoluta, quindi con tutti i rischi che questo poteva comportare, e per di più organizzato da un “manipolo” di diabetici tipo 1 autori di questo blog.

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Debbo dirvi che è stato un lavoro di preparazione molto impegnativo perché costruire e realizzare questo progetto a richiesto tempo ma io Klaudeta, Martina abbiamo creduto e lottato per realizzarlo poiché un diabetico tipo 1 è reale, non solo virtuale, vuole/deve essere informato, preparato e coinvolto sul percorso di cura perché alla fine si deve arrangiare a casa. Siamo senza cellule beta ma ci abbiamo messo tanto cuore e amore per raggiungere tale obbiettivo.

Ed ora si guarda avanti.

Infine due incisi: l’equipe del DRI e Diabetologia del San Raffaele è il top in questa categoria e hanno una capacità di comunicazione, chiarezza e coinvolgimento senza pari (se ci è venuta l’idea di fare Diabeteasy è per buona parte merito loro di averci accesso la miccia), ma per noi locali la sorpresa è stata vedere medici ricercatori del Sant’Orsola misurarsi in modo egregio con la dinamica dell’evento.

Si parla tanto di dialogo tra medici, scienziati e pazienti, società ecco il nostro è stato un significativo momento per dare forma, sostanza al concetto. Il diabete è una malattia complessa, quello giovanile richiede attenzioni aggiuntive e ascolto. Fino a poco tempo fa i titoli dei giornali erano dominati dalle polemiche dei contrari alle vaccinazioni, peccato che quando si fa qualcosa di costruttivo  per la salute collettiva, da parte delle istituzioni nessuno si sia fatto vedere (sia come dirigenza che amministratori a tutti i livelli).



Il nodo delle scelte e il coraggio di prenderle

Gli scienziati invertono il diabete in un modello murino di topo usando cellule staminali del sangue modificate
I ricercatori del Boston Children’s Hospital hanno invertito con successo il diabete di tipo 1 in un modello murino di roditore, infondendo le cellule staminali del sangue pre-trattate per produrre più di una proteina chiamata PD-L1, che è carente nei topi (e nelle persone). 

I risultati sono stati pubblicati oggi su Science Translational Medicine. “Quando si iniettano queste cellule, c’è davvero una rimodellamento del sistema immunitario”, afferma Paolo Fiorina (italiano), MD, PhD, del Boston Children’s, ricercatore senior dello studio oggi operante anche presso il Pediatric Clinical Research Center Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi Università Statale di Milano.

Lo studio mostra che le cellule staminali trattate, somministrate ai topi, vengono collocate nel pancreas dove sono formate le cellule delle isole. Quasi tutti i topi sono stati curati dal diabete a breve termine e un terzo ha mantenuto normali livelli di zucchero nel sangue per tutta la vita. Il trattamento è stato efficace se la produzione di PD-L1 è stata stimolata attraverso la terapia genica o il pretrattamento con piccole molecole .

Saranno necessari ulteriori studi per determinare quanto dureranno gli effetti della terapia cellulare e quanto spesso il trattamento dovrebbe essere dato. “La bellezza di questo approccio è la mancanza virtuale di qualsiasi effetto negativo, dal momento che userebbe le cellule del paziente stesso “, dice Fiorina.
In collaborazione con gli scienziati di Fate Therapeutics (San Diego, California), Fiorina e colleghi stanno lavorando per ottimizzare il “cocktail” di piccole molecole usato per modulare le cellule staminali del sangue . Il team ha completato un incontro pre-investigativo su nuovi farmaci (IND) con la Food and Drug Administration degli Stati Uniti per supportare la conduzione di una sperimentazione clinica sul diabete di tipo 1.



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Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti!
Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete – se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007).

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