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‘Pancreas in pillole’ contro diabete, al via test su uomo

PillolePotrebbe essere un ‘pancreas in pillole’ la risposta al diabete di tipo 1 nei prossimi anni. Il primo test di un dispositivo che contiene cellule ricavate da staminali embrionali, ricorda la rivista del Mit Technology Review, è iniziato pochi mesi fa e sembra per il momento non dare problemi. Almeno altri due test dovrebbero partire a breve.

A mettere a punto la ‘pillola’ è stata una piccola compagnia statunitense, che utilizza delle cellule di pancreas parzialmente mature ricoperte da una membrana che lascia passare tutte le sostanze di cui hanno bisogno ma non le cellule del sistema immunitario che le distruggerebbe. Alcuni dispositivi, piu’ piccoli di una caramella, sono stati impiantati sui primi tre pazienti, a San Diego, per ora non stanno dando problemi di sicurezza, spiega il capo scienziato Kevin D’Amour – non sappiamo bene quanto duri l’effetto, ma prevediamo una serie di impianti periodici”.

Il test messo a punto dall’azienda ViaCyte e’ il terzo approvato negli Usa che usa le staminali embrionali e altre due compagnie stanno puntando sui loro ‘pancreas in pillole’. Si tratta di Johnson e Johnson e di un gruppo di ricerca guidato da un biologo della Harvard University.

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Banzai!

GlicemiaDolce stil nuovo si palesa con una colazione basata su di un muffin ai mirtilli e latte: che bontà! Mentre il pranzo mi attende e sorprende con un antipasto basato su: tre crocchette di ceci, seppie e piselli, salsa rossa marinata e una striscia di polenta: passo al secondo con una rana pescatrice e patatine fritte. Si conclude la trilogia alimentare con la cena: un piatto di pastina in brodo, insalata, una rosetta e una pera. E voilà il diabetico è servito!

Ordine e calma: lungi da me farvi venire l’acquolina in bocca. Ho iniziato con un esplicito contenuto mangiabile l’odierno post per una semplice e rinnovata ragione a sfondo e tutto tondo diabetico che vado ora a illustrare.

Sapete cosa fa vibrare le corde dell’emozione in un vecchio di diabete tipo 1 come me? Semplicemente scoprire, grazie al CGM alias Monitoraggio Continuo della Glicemia assieme al microinfusore d’insulina, di poter andare avanti per tutto il giorno solo utilizzando la quantità d’insulina basale. Senza boli prima, durante e dopo i pasti, senza aver fatto moto, attività fisica alcuna. Anzi stando completamente polleggiato in casa.

Per la prima vola negli ultimi mesi di un uomo con 52 anni diabete tipo 1 sulle spalle e tra le palle che vivo, mangio e faccio cose senza fare insulina ai pasti.

E la glicemia? Va, veleggia senza fare una piega o impennarsi: partenza con 98 mg/dl, arrivo con 156 mg/dl e durante le oscillazioni si mantenevano in linea costante e retta.

Mi godo il diabete mono marcia!

E mi godo un poco di libertà dallo stress dei controlli dopo anni e lustri di fallimenti, di glicemie pazze, ricoveri, insulina inefficace, chetoacidosi, vomito, ipoglicemia, iperglicemia.

Non ho raggiunto l’emancipazione, la guarigione dal diabete è vero, ma anche un ciccino di liberazione fa stare bene.

Domani mi aspetta la visita del diabetologo di routine e senza meno coglierò l’occasione per rinnovarle il ringraziamento per lo schema basale che mi ha impostato. E’ bello apprestarsi all’appuntamento a cuor contento e pensando a quanti bocconi amari ho dovuto mandare giù prima di assaggiare un poco di dolcezza.

Non avrei ma detto di raggiungere un simile traguardo e tale proposito mi rivolgo ai diabetici che hanno perso la speranza, la forza e la fiducia nel farcela e non riescono a trovare un equilibrio terapeutico e emotivo, umorale: non mollate, non sarà oggi ma ce la farete!

Mai dire: io non posso! Ricordate: Noi diabetici tipo 1 non siamo normali, siamo guerrieri che ogni giorno combattono una battaglia per la vita, e noi siamo più forti. Nonostante tutto e tutti!

Si può dire di più?

NewsTutto è un passaggio e tra i vari momenti del medesimo atto sorge di soppiatto un frammento di pensiero: nello sciorinare di notizie, venti, annunci e scadenze dove andiamo a cadere o cercare di parare?

Oggi un’informazione positiva non viene più da noi assimilata serenamente per colpa del nostro stesso giudizio che rema contro quell’accogliente sensazione di fiducia provocata, ma che ci sembra così bella da accettare.

Giudicando un’informazione positiva evitiamo così di goderne anche per pochi istanti, togliendo l’ultima possibilità al cuore di ricevere quel piccolo sollievo di cui ha bisogno, per innescare meccanismi costruttivi nel nostro stesso quotidiano.

Sono tempi difficili e dobbiamo spingerci oltre il cinismo e la negazione, abbattere le barriere della paura e lasciare che uno spiraglio entri nelle nostre “finestre interiori”. Questo potrebbe essere uno dei pochi ma efficaci modi per sconfiggere il demone della violenza e della bruttura, che prima di esistere in forma già estrema negli eventi esterni, si forma dentro di noi.

Accogliendo uno stimolo positivo, senza giudizio, eviteremo prima individualmente e poi collettivamente di trasformarci in irascibili, nevrotici, stupratori, psicopatici, ladri, bugiardi, assassini, traditori e codardi.

Sì: il solo punto di vista con cui guardiamo le cose potrebbe cambiare in meglio moltissime realtà. Iniziamo oggi, crescendo individualmente, preoccupandoci singolarmente di essere migliori, e il futuro, forse, in forma collettiva ci donerà qualche “frutto più dolce”, senza per il quale veder aumentare la glicemia.

Nel nostro difficile cammino diretto ad essere portatori d’informazione sì ma depurata del superfluo, per farla corta: riportare i fatti che interessano il diabetico e la vita con il diabete, ci incappiamo quotidianamente nel “bestiario” circondante la nostra malattia. Ormai ci abbiamo fatto il callo, ma quanta confusione circola attorno e nella nostra malattia.

Che fare dunque?

Oggi un diabetico per cercare di saperne di più circa le eventuali novità riguardanti la sua malattia si arrangia come può, la prima cosa che fa e la più naturale è chiedere al proprio medico diabetologo, ma accade regolarmente di sapere poco o nulla poiché l’acqua è tanta e la papera non galleggia: della serie la visita è rapida e i secondi restanti non consentono gli extra. Quindi l’informazione finisce per trasformarsi in un di più.

Per venire alla sintesi dell’argomento c’è un diritto palese del malato ad essere informato e ascoltato circa la patologia, ma anche un minimo di cura e attenzione sul versante della prospettiva, di cosa c’è di nuovo fa bene, mica guasta no?

Questa settimana sono atteso al controllo periodico del diabete. Chissà se un giorno si vedrà prendere luce un forma di punto informativo presso i centri principali in grado di rispondere alle domande semplici e legittime di noi diabetici?

Una riflessione domenicale: mai più soli

Arezzo, 20 febbraio 2015 – «Assolto perché il fatto non sussiste». Così il Tribunale di Arezzo ha posto fine alla vicenda che vedeva contrapposta la famiglia di Plino Ortolani, il bimbo di Sansepolcro colpito da un diabete diagnosticato in ritardo, e il pediatra Paolo Batti, assolvendo quest’ultimo dall’accusa di lesioni colpose. La vicenda è stata protagonista di diverse puntate de «Le Iene».

Plino Ortolani si sente male, i genitori consultano il pediatra per telefono e lo portano in ambulatorio per farlo visitare. Sospettando il diabete, Batti prescrive l’analisi delle urine, chiamdando poi in ospedale per sincerarsi dei risultati: dal nosocomio comunicano l’assenza di glicosuria. Il diabete, invece, c’era eccome tanto è vero che oggi il piccolo Plinio è costretto a vivere con le conseguenze di quella malattia.

Le successive corse negli ospedali non hanno potuto impedire quelle conseguenze. Secondo i genitori di Plinio la responsabilità di quella diagnosi tardiva era da imputarsi anche al pediatra. Per due volte il pm aveva chiesto l’archiviazione e per due volte la famiglia Ortolani si era opposta, ottenendo infine il rinvio a giudizio. Batti, difeso dall’avvocato Piero Melani Graverini e per la parte civile da Riccardo Lorenzi, è stato assolto. È stato lo stesso pubblico ministero a chiedere l’assoluzione alla luce delle risultanze delle perizie. E assoluzione è stata la decisione del giudice Gianni Fruganti.

Dal quotidiano La Nazione del 20/2/2015

Jacopo OrtolaniTra pigrizia e reazione il pendolo diabetico si muove lentamente dentro un presente mellifluo e gelatinoso quasi a stare assorto e incantato e fatalista aspettare un domani nella speranza fosse o divenisse già presente. Ma poi chi è il diabetico? Questa figura appartenente a tutte le età esiste per davvero oppure è solo una leggenda mesopotamica, metropolitana, del lago morenico?

Io sono diabetico e vivo, lo sono dall’inverno dal febbraio del 1963, nonostante per l’anagrafe sanitaria il battessimo con la malattia è stato dato al 2 maggio dello stesso anno. Il mio esordio a un anno e otto mesi di vita fu molto grave, anche perché ebbi la “fortuna” di essere il primo a vedere riconosciuta la patologia a quella tenera età e il tutto sopraggiunse con un ritardo notevole poiché in prima istanza il medico di famiglia pensò a una intossicazione epatica di origine alimentare e dopo una settimana con l’aggravarsi delle condizioni venne deciso di portarmi d’urgenza alla Pediatria del Gozzadini (Bologna) ove mi riscontrarono il diabete.

Altri tempi sì, ma il tardivo riconoscimento di tale malattia negli infanti continua a ripetersi: il caso balzato alla cronaca del piccolo Plinio Ortolani, il bambino che rischiò di morire a causa di un tardivo riconoscimento del diabete e conseguente azione di soccorso e terapia per scongiurare effetti letali dovuti a coma iperglicemico e chetoacidosi con edema cerebrale, così come accadde a me all’epoca, è terminato (si fa per dire) nella procedura giudiziaria con l’assoluzione degli indagati tra cui il medico.

Ora lungi da me entrare nel merito e giudicare una sentenza, dall’esito peraltro scontato, ma voglio solo fare un inciso: purtroppo di episodi simili da quel lontano 1963 ce ne sono stati diversi e, aggiungo, ce ne saranno ancora, quel che fa la differenza nella vicenda della famiglia Ortolani sta nella tenacia e forza di papà Jacopo di lottare per avere non solo giustizia, ma porre l’attenzione della popolazione e società sul diabete ad esordio infantile, con tutti i problemi e rischi spesso ignorati o sottovalutati che possono colpire i bambini e di cui non ci si fa carico abbastanza.

Ecco mentre in tutti i casi, a partire dal mio, ci si chiudeva nelle quattro mura domestiche a piangersi addosso, avere paura di chissà che altro poteva accadere al pargolo e non si voleva arrecare disturbo a nessuno, la famiglia Ortolani a rotto questa coltre, muro di silenzio e omertà facendo emergere chiaro e tondo tutta la problematicità del diabete tipo 1 ad esordio infantile, giovanile.

Ed ora cosa si fa? Non ho alcun titolo per ergermi a proponente di ipotetiche soluzioni e simili ma esprimo un desiderio: non mollare la presa e tenere alta l’attenzione su questa vicenda come di tante altre cadute nel dimenticatoio, perché il peggiore nemico della malattia diabete è proprio far finta di niente, lasciar correre i problemi tanto non è nulla di grave.

Ecco non facciamo questo errore a cominciare dal far venire meno la solidarietà e il sostegno alla Famiglia Ortolani, al piccolo Plinio. Cerchiamo di imparare qualcosa ogni tanto.

Il racconto del sabato: lo scriba

writeMalgrado le delusioni, le difficoltà, le ferite che la vita le aveva inflitto, sopravviveva in lei l’ardore, il desiderio di lottare con il male che portava dentro, come una voce che riecheggia per tutto il corpo, che fa vibrare il cuore, che vince la fatica, la fame, la sete, che si sente libera. Tuttavia lei non parlava, giaceva ore e ore rinchiusa nella vecchia soffitta, a scrivere: scriveva su ogni angolo libero, su ogni materiale, su ogni foglio che riusciva a trovare, disegnava un mondo solo suo, quando impugnava la penna aveva in mano il mondo intero, perché con carta e penna puoi tracciare sentieri immaginari, dar vita a mondi infinitamente lontani, esprimere cosa senti, sfogarti, rinchiudere le emozioni sotto forma di segni scritti, chiedere scusa, perdonare, offendere, informare, dare una speranza, intrattenere, annoiare, far sognare, sconvolgere, allontanare, far arrabbiare, cambiare. E lei scriveva… faceva scorrere quella penna come fosse un pennello sulla tela, come se accarezzasse il proprio gatto, come se si spazzolasse i capelli, come se suonasse un piano in una sorta di trance artistica. Lo faceva amorevolmente e indefessamente con un’immensa passione: passava la notte insonne, a stento mangiava se ne stava lì, sola, a pensare. Era chiusa in un suo piccolo mondo dove il silenzio è più importante di qualsiasi parola, dove conta quello che senti e non cosa fai o come lo fai, dove tutto è lecito, tutto è possibile, niente è giusto o ingiusto, vero o falso. Ci sei solo tu, costruttore di mondi, il tuo grande potere creativo, la tua mente, la tua mano.

La penna, la carta, pochi strumenti per un grande fine: l’uomo non è Dio, ma in casi eccezionali può sentirsi Dio per una volta, un piccolo essere soprannaturale, un padrone, un genio, un pazzo se vogliamo. Il potere logora, il potere spezza le redini della realtà: ma qui non si parla di realtà, la scrittura fa evadere da essa, crea una realtà alternativa, una realtà solo tua, o una finzione, ma breve, fugace, illusoria, ma così dolce. E lei non aveva bisogno di altro: affidava alla scrittura ogni suo sogno, ogni sua paura, vi riponeva ogni parte di lei, e la sua anima volava, si sentiva bene, sola ma bene, e non importa se quello che scriveva veniva letto o rimaneva nascosto in qualche cassetto, lei faceva sentire la sua voce ed essa arrivava a chi voleva, perché la poesia non la scrivi, la senti, la vivi, la godi; ma lei godeva grazie allo scrivere, perché finalmente qualcosa la faceva sentire viva, perché amava, amava creare, amava emozionarsi di fronte a poche righe, amava i suoi personaggi, amava e continuava a farlo, finché la morte un giorno se la portò via.

Aveva appena terminato quello che lei definiva il migliore di tutti i suoi scritti, ma non ha importanza, aveva vissuto nel migliore dei modi a suo parere, senza rimpianti, e il suo libro della vita recava ormai la parola “fine”, con in fondo alla pagina una nota: “io scrivo finché sono viva, e quando non lo sarò più avrò comunque vissuto, e rivivrò nei miei scritti, nelle menti di chi legge e leggerà e la memoria perpetuerà il mio ricordo”.

Dorotea Meletti aveva il diabete e morì il 21 febbraio 1965, molto probabilmente a seguito di un coma ipoglicemico, all’età di 54 anni. Ringrazio Giovanna Righini per questa postuma testimonianza di sua madre.

Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti!
Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete – se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007).

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