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Australia

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Il pancreas artificiale di prima generazione porta speranza nelle persone con diabete di tipo 1

Un nuovo “pancreas artificiale” studiato dall’Università di Melbourne potrebbe trasformare radicalmente la vita delle persone con diabete di tipo 1.

Leanne Foster, che ha il diabete di tipo 1, è il primo adulto australiano in questo studio ad utilizzare un sistema ibrido a ciclo chiuso per monitorare continuamente i livelli di glucosio nel sangue e adattare automaticamente la consegna dell’insulina per mantenere stabili i livelli di glucosio all’interno di una gamma sana.
La signora Foster fa parte di uno studio condotto dal professor David O’Neal dell’Università di Melbourne nel St. Vincent’s Hospital di Melbourne.
I pazienti di sette ospedali australiani passeranno la loro vita per 6 mesi collegati ad una piccola pompa di insulina di dimensioni di un cellulare connesso ad un sensore di glucosio inserito  sotto la pelle nell’addome.
Il sensore invia informazioni sui valori del glucosio alla propria pompa ogni cinque minuti. La pompa quindi calcola quanta insulina deve infondere.
Lo studio, finanziato dal Consiglio di Ricerca Australiano e amministrato dalla Fondazione per la Ricerca sul Diabete Giovanile, valuterà l’impatto del pancreas artificiale per sei mesi sui livelli di glucosio dei pazienti, qualità del sonno e benessere psicologico.
Il professor David O’Neal ha affermato che il nuovo dispositivo “cambia le regole” perché misura i livelli di glucosio così frequentemente e adegua la quantità d’insulina di conseguenza.
Precedenti studi focalizzati sui risultati a breve termine hanno mostrato come la consegna automatizzata di insulina computerizzata porta a un migliore controllo del glucosio rispetto ai trattamenti convenzionali.
Mentre il nuovo dispositivo non rappresenta una cura per il diabete, ha il potenziale per migliorare notevolmente il controllo dei livelli di glucosio, riducendo così i danni al corpo derivanti da livelli di glucosio fuori da una gamma sana e migliorando anche la qualità della vita delle persone con il diabete di tipo 1,” ha affermato il professor O’Neal.
La signora Foster, 47 anni, che ha il diabete di tipo 1 da 36 anni, ha iniziato ad utilizzare il nuovo sistema all’inizio di luglio e subito notato i risultati.
“E’ molto eccitante: è una tecnologia incredibile: i livelli di zucchero nel sangue sono i più vicini alla normalità”, ha detto.
La sig.ra Foster afferma che il sistema evita di mandarla in ipoglicemia e sperimentare: una  “nebbia cerebrale” rispetto a quando ha usato una pompa di insulina senza la funzione a ciclo chiuso.
“Mi sento meglio e molto più attenta” disse la signora Foster. Spera che lo studio porti a un sistema a circuito chiuso approvato per un uso sovvenzionato in Australia.



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Ciro una volta

C’era una voglia e adesso non c’è più: quella di impegnarsi per un obiettivo, un qualcosa da raggiungere nella vita per migliorarsi e migliorare gli altri, anche quanto ci circonda. Forse le vogli cambiano oppure semplicemente svaniscono grazie al venire meno delle aspettative rimaste schiacciate tra illusioni e delusioni.

Le favole, semplici lezioni di morale comune, quelle sono svanite da un po’, tra la merceologia del moderno, innovativo che poi così nuovo non mi sembra.

La neuropatia autonomica pone dei problemi fisiologici non più rinviabili, tra qui

alterazioni cardiovascolari

ipotensione ortostatica, quindi un calo pressorio passando dal clinostatismo all’ortostatismo

tachicardia a riposo

allungamento del tratto QT all’ECG che predispone all’insorgenza di aritmie o alla morte improvvisa

alterazioni gastrointestinali

ritardato svuotamento dello stomaco

difficoltà a defecare

gastroparesi

alterazioni urologiche/genitali

disfunzioni vescicali, difficoltà a orinare

vescica neurogena

Oltre ad essere questioni molto critiche per l’organismo sono, senza tante finezze letterarie, una gran bella rottura di coglioni. Ma state sereni: non sono per tutti ma per pochi eletti diabetici tipo 1 e comunque ai giovani adulti non interessano.

Ma occorre avere consapevolezza in quanto, tranne il solito mantra del buon compenso glicemico, rimedi terapeutici non esistono.

E così, indipendentemente da come andranno le cose da qui al prossimo novembre 2017, per l’iniziativa finale in occasione dei 10 anni del blog, dopo comincerò col prendermi un periodo sabbatico da buona parte degli impegni presi con la realtà diabetica, tranne che per la gestione del blog medesimo.



Una cifra mostruosa

Diabete tipo 2. La prevalenza complessiva del diabete tra gli adulti in Cina ha raggiunto quasi il 11%, e la prevalenza di pre-diabete ha raggiunto quasi il 36% nel 2013, secondo i risultati del sondaggio rappresentativi di quel paese a livello nazionale.

Linhong Wang, PhD, del Centro Nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili cinese, e colleghi hanno valutato i dati da 170,287 intervistati (età media 43,5 anni, BMI medio, 24 kg / m 2 ; 57% donne) a livello nazionale, un’indagine trasversale rappresentativa condotta nel 2013 in tutta la Cina continentale per determinare la prevalenza e la variazione etnica del diabete tipo 2 e prediabete .

La prevalenza standardizzata complessiva stimato di diabete totale era del 10,9% (10,2% nelle donne; 11,7% negli uomini). Gli adulti più anziani ( P <.001), uomini ( P <.001), i residenti urbani ( P <.001), i partecipanti che vivono in aree economicamente sviluppate ( P = 0,003) e i partecipanti con sovrappeso o obesità ( P <.001) aventi una maggiore prevalenza di diabete rispetto alle loro controparti.

Nella popolazione complessiva, la prevalenza stimata di pre-diabete è stata del 35,7% (35% nelle donne; 36,4% negli uomini). Gli adulti più anziani rispetto ai più giovani ( p <0,001), i partecipanti con sovrappeso o obesità rispetto ai normopeso ( P <.001) e coloro che vivono nelle aree rurali rispetto quelle urbane ( P = .02) avevano una maggiore prevalenza di pre-diabete.

Nel complesso, il 36,5% dei partecipanti erano consapevoli della loro condizione diabetica; più le donne (39,8%) erano a conoscenza rispetto agli uomini (33,5%). Trentadue per cento dei partecipanti con diabete prendono farmaci antidiabetici, e tra quelli trattati, il 49,2% aveva livelli di HbA1c inferiore al 7%. Gli adulti più anziani rispetto ai più giovani ( p <0,001), le donne rispetto agli uomini ( P <.001) e residenti urbani rispetto a quelli in altre zone ( P <.001) avevano più probabilità di essere a conoscenza del loro status di diabetico e del trattamento terapeutico. Il controllo HbA1c inferiore al 7% era  più frequente nei partecipanti giovani rispetto agli anziani ( p = 0,03) e residenti urbani rispetto ai residenti nelle aree rurali ( P <.001).

La prevalenza grezza di diabetici sul totale era più alta tra i partecipanti di etnia Han (14,7%) rispetto ad altri gruppi etnici minoritari maggiori; Tibetani (4,3%) ed i musulmani (10,6%) hanno avuto la prevalenza più bassa ( P <.001 rispetto ai partecipanti Han).

La prevalenza di pre-diabete è stata più alta nei partecipanti di etnia Manchu (43,4%), seguiti da Zhuang (42,1%), Uiguro (39,4%), Han (38,8%), musulmani (31,9%) ed i tibetani (31,3%).

“La prevalenza del diabete, al 10,9%, era solo leggermente inferiore rispetto alla prevalenza del diabete totale nella popolazione statunitense (12% al 14%) nel 2011-2012, anche se il BMI medio era ancora molto inferiore a quello della popolazione degli Stati Uniti (24 [kg / m 2 ] vs 28,7 [kg / m 2 ]),”i ricercatori hanno scritto. “La prevalenza del diabete era molto più alto nelle fasce di popolazione con BMI in sovrappeso in questo studio rispetto alla popolazione degli Stati Uniti (15,4% vs 8% -9%). 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità alla luce di questi dati, aggregati con il totale dei diabetici in India e nell’intero continente asiatico, dichiara di dover rivedere la stima proiettata nel prossimo decennio di crescita della popolazione diabetica a livello planetario: ben oltre il mezzo miliardo di colpiti dalla patologia, con un impatto insostenibile sia per la tenuta dei sistemi sanitari.

Ricerca pubblicata su JAMA.



Comorbilità e diabete tipo 1: negli adolescenti la celiachia è frequente

La comorbilità o “comorbidità” in ambito medico indica la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo. 

l termine può riferirsi a due o più patologie che coesistono simultaneamente ma indipendentemente l’una dall’altra, oppure riferirsi a patologie che compaiono secondariamente all’insorgenza di una patologia di fondo. 

I bambini con diabete di tipo 1 hanno spesso comorbidità con la malattia celiaca (CD), secondo uno studio pubblicato online il 25 maggio Diabete Care.
Maria E. Craig, MBBS, Ph.D., dal Children Hosptial di Westmead a Sydney, e colleghi hanno esaminato le differenze internazionali nella prevalenza di CD, e confrontate le caratteristiche cliniche di bambini con diabete di tipo 1 e coesistenti CD contro  quelli di solo diabete tipo 1. I dati sono stati inclusi per 52,721 individui di età fino a 18 anni con una visita clinica effettuata tra aprile 2013 e marzo 2014.
I ricercatori hanno scoperto che il 3,5 per cento dei partecipanti ha avuto CD (Diabete con Celiachia) confermata da biopsia, che è stata diagnosticata ad una età media di 8,1 anni. La prevalenza di CD varia, 1,9-7,7 per cento nel T1D Exchange Clinic Network (Stati Uniti) e Australasia Diabetes Data Network (Australia), rispettivamente. L’età al momento della diagnosi di diabete era più giovane per quelli con CD coesistenti rispetto a coloro con solo diabete tipo 1 (5,4 contro 7,0 anni di età; p <0.001), mentre il minor numero di bambini con CD coesistenti erano non-bianco (15 contro il 18 per cento; P <0.001). Quelli con CD avevano un basso punteggio di deviazione altezza standard (0,36 contro 0,48; regolata p <0,001), mentre meno erano in sovrappeso / obesi (34 vs 37 per cento; regolata p <0.001). I valori medi di emoglobina A1c erano paragonabili tra i gruppi.
“Le differenze nella prevalenza di CD possono riflettere la variazione internazionale nello screening e le pratiche diagnostiche e/o il rischio di CD,” scrivono gli autori. “Anche se il controllo glicemico non era differente, Il punteggio di deviazione inferiore dell’altezza standard supporta la necessità di un attento monitoraggio della crescita e nutrizione in questa popolazione.”



Perché del diabete non frega niente a nessuno?

Il diabete un agglomerato di patologie di diversa causa che prende sempre più la popolazione ma nei fatti a nessuno importa. Vedo di dare una plausibile risposta con questo articolo.

La vita offre poche ma solide certezze:

l’esistenza umana è a tempo ovvero si muore, su come si arriva a morire le strade possono differenziarsi a causa di malattia/e. La morte può avvenire per cause naturali (vecchiaia), per colpo secco (solitamente un accidente cardiovascolare), o per lenta e lunga agonia (nella maggior parte dei casi causa tumori).

La cosa che spaventa una buona quota porta di persone sono i tumori e condizioni patologiche che procurano gravi disabilità e minano l’autonomia e autosufficienza neuro sensomotoria.

E il diabete?

Il diabete non viene percepito come un fattore “invalidante” e che priva della vita e lede, mina l’autosufficienza individuale. Anzi dalla grande massa delle persone è visto come una sorta di malattia buffa, fatta da ciccioni che se la sono voluta cercare.

Non è così, ma fa comodo pensare che stiano in questo modo le cose. E ci sono forti e solide ragioni.

Molti malati pensano o credono che i diabetici siano vittime di un complotto ordito dalle cause farmaceutiche e medici, le prime per fare soldi coi farmaci e dispositivi, i secondi per guadagnare in parcelle, stipendi e mazzette.

Le cose non stanno così

Il mondo diabetico è nel suo insieme, l’anello del sistema e più siamo peggio stiamo. In primo luogo la categoria dei medici endocrinologi e quindi diabetologi è una delle più deboli tra tutte le branche mediche in termini di peso e influenza verso gli investitori finanziari, l’industria e la classe politica. I diabetici sono tra le categorie di malati la più disinteressate e demotivate, almeno in Italia questa è la situazione presente.

Per la ricerca medico scientifica pro diabete, come riportato qui diverse volte, si raccoglie e investe cifre da barzelletta.

A chi fa comodo questa situazione e la incentiva?

Facendo un facile assioma della realtà viene fuori questo semplice schema: la maggior parte dei diabetici campa almeno fino ai 60/70 anni d’età (come non interessa). Il diabete tipo 1 è una realtà marginale che, casi gravi a parte, vive più a lungo di una volta senza tante difficoltà quindi la cosa va bene così. Diabetici tipo 2 va bene se aumentano, nonostante appelli e allarmi vari.

Perché?

Chi ricorda qualcosa della storia umana sa che sino al 1945 nei paesi industrializzati ricavare un pasto era un problema, e le grandi rivoluzioni, rivolte popolari sono nate proprio causa la mancanza di cibo e le carestie dovute da fattori diversi. Un piccolo esempio lo si ha dalle promozioni alimentari dei supermercati di qualsiasi marchio: i prodotti a prezzi popolari e di facile accesso sono e restano sono quelli catalogabili nel novero dei “cibi spazzatura”.

Quindi alle oligarchie che dirigono le principali nazioni, sia a livello politico che economico, fa comodo avere gente satolla, in sovrappeso, obesa, con diabete e altre patologie metaboliche, poiché meglio una maggioranza sedentaria e impegnata a mangiare che persone affamate e pure incazzate.



L’intervento dell’infermiera è basilare per aiutare il paziente nel controllo del diabete

Interventi tra cui l’istruzione e la terapia cognitivo-comportamentale sono in grado di migliorare il controllo dell’emoglobina A1c (HbA1c).  L’infermiere ha portato un miglioramento strutturale dell’andamento della patologia, secondo uno studio pubblicato online l’11 aprile nel Journal of Evaluation in Clinical Practice.
Lisa C. Whitehead, Ph.D., dal Edith Cowan University di Joondalup, Australia, e colleghi hanno randomizzato adulti con diagnosi confermata di diabete di tipo 2 e HbA1c al di fuori del range raccomandato (da 4 al 7 per cento) per 12 mesi o più ad un intervento guidato da un’infermiera nell’istruzione (34 pazienti), teso a formare mediante l’impiego di una figura specifica dell’ordinamento infermieristico anglosassone:  infermiere-educatore professionale per il diabete nell’impegnarsi con l’accettazione e la terapia (ACT; 39 pazienti), o solita cura (45 pazienti).
I ricercatori hanno scoperto che c’era una riduzione statisticamente significativa di HbA1c nel gruppo di intervento educativo. A sei mesi, HbA1c è aumentata nel gruppo di controllo, ma si è stato ridotta in entrambi i gruppi di intervento. Nei gruppi di intervento, il doppio dei partecipanti hanno dimostrato un miglioramento rispetto al gruppo di controllo (56 per cento del gruppo istruzione, il 51 per cento della formazione più ACT gruppo, e il 24 per cento del gruppo di controllo ).
“Sei mesi dopo l’intervento, l’HbA1c si è ridotta in entrambi i gruppi di intervento, con una maggiore diminuzione notata nell’intervento con formazione infermieristica guidata,” scrivono gli autori.



Telescuola: non è mai troppo tardi

La malattia come la legge non ammette ignoranza. A questa conclusione sono giunto nel mio peregrinare di ambulatorio in ambulatorio, di ospedale in ospedale, nel corso della vita, e rileggendo libri, pubblicazioni nelle loro svariate forme e contenuti. Il mio cammino più avanzava e sempre con maggiore consapevolezza maturava la sintesi che l’informazione e conoscenza non solo è potere, ma serve per restare a galla e mantenere il timone tra gli alti e bassi delle maree. L’istruzione ha dei costi vero come l’ignoranza e in campo sanitario quest’ultima li ha ancor maggiori pertanto e ragion per cui una patologia sistemica qual’è il diabete richiedete una adeguata educazione terapeutica e alimentare, motivazionale, fisica.
Il cappello filosofico d’introduzione l’ho messo appositamente in relazione al fatto della vita che si collega al diabete, ripercorrendo a ritroso il mio tempo. Ovvero di fronte alla scoperta del diabete, alle regole e variabili che una condizione del genere pone nel vivere quotidiano e anche alle subdole sorprese a cui capita di inciampare, quali sono le reazioni possibili?
L’istinto in casi del genere non aiuta, a mio avviso la cosa migliore da fare e ragionare, informarsi per gestire la vita quotidiana con il compagno indesiderato. La differenza in questi casi la, in aggiunta, lo stato sociale d’estrazione del diabetico: più il censo è basso e maggiori saranno le difficoltà di gestione e autonomia della malattia, un dato ormai certo sia nell’esperienza personale che nei riscontri dati dalla ricerca in campo scientifico sul tema.
Ecco perché l’educazione permanente è un fattore strategico per portare a un miglioramento della vita con il diabete, e diffonderla, renderla fruibile ovunque sul territorio nazionale è non solo necessario, ma dico obbligatorio per la salute, in ogni forma, pubblica.
Nel 1978 quando venne varata la riforma sanitaria che aboliva il sistema delle mutue e introduceva un servizio sanitario pubblico garantito a tutti, oggi di fatto dimezzato e messo in discussione, l’allora parola d’ordine era: prevenire è meglio che curare. La parola d’ordine non è quasi mai stata applicata. Oggi è necessario riesumarla in concreto semplicemente facendo educazione permanente, come nel caso del diabete, e magari invece di investire milioni di euro per canali digitali televisivi di dubbia utilità, la cosa migliore da mettere in piedi, ad esempio, sarebbe un bel canale tipo D-Life, monotematico e tutto dedicato a noi diabetici. Occorre impiegare tutti gli strumenti utili a fare formazione: se non si riesce a farla in aula perché mancano infermieri professionali, educatori, dietiste e altri operatori, oppure non ne hanno voglia si può, deve impiegare l’educazione a distanza tramite la tecnologia mobile, l’elearning, la televisione appunto. <e qui riportiamo due esempi importanti di comunità media dedicata al diabete.

D-Life è la comunità in rete numero uno negli USA e Nord America, e la risorsa per le persone che vivono con il diabete e chi li assiste. Fornisce informazioni approfondite esperti, ispirazione, e il collegamento della comunità, oltre al segutissimo canale cavo dLifeTV che aiuta milioni di persone ad ottenere il controllo della salute con il diabete.
Sfruttando i suoi contenuti proprietari, gli strumenti mediatici multi-piattaforma, e migliori competenze pratiche, dLife ha lanciato con successo dLife Healthcare Solutions che lavora a stretto contatto con i piani assicurativi sanitari, gli operatori, le case farmaceutiche e produttori di dispositivi per fornire l’impegno nel cambiamento dei comportamenti, e programmi di autogestione per le persone che vivono con il diabete.
La nuova piattaforma sanitaria sfrutta le migliori pratiche e dLife offre ai consumatori un curriculum dosato che permette loro di adottare e sostenere comportamenti con il diabete di autocontrollo al ritmo desiderato. Le soluzioni sono ottimizzati per mantenere i diabetici impegnati con i loro programmi di gestione del diabete nel tempo e incoraggiarli a fare cambiamenti di comportamento positivi e a lungo termine.
In Europa al momento ci pensa la Germania con Das Diabete TV, una canale dedicato al diabete, sia in digitale che via satellite. Qui il diabetico è al centro. I contributi ruotano solo attorno ai pazienti. Un palinsesto di programmi che si occupa dell’interazione con le persone facendosi le loro stesse con domande. Il moto del canale è: non siamo preoccupati per la malattia, siamo preoccupati delle soluzioni. Semplici e comprensibili suggerimenti, articoli interessanti, storie di rottura, interviste divertenti. Sempre in contatto con ciò che è caro a noi diabetici: la nostra vita in tutte le sue sfaccettature colorate. Questo è ciò che un team condito da nove giornalisti televisivi  di collaudata esperienza e che lavora per le stazioni televisive per oltre 20 anni. Con ARD e RTL. Redattori  che vivono con i problemi del diabete da anni. Per la fiducia e la sicurezza è il il partner è la tedesca Diabetes Foundation (DDS). Tutte le opere e attività vengono  riesaminate da esperti di diabete riconosciuti in Germania.

E in Italia?

Il cibo come medicinale per prevenire il diabete tipo 1?

I ricercatori del Monash University Biomedicine Discovery Institute hanno condotto uno studio internazionale il quale ha trovato – per la prima volta – che una dieta producendo elevate quantità di acetato, acidi grassi a catena corta e butirrato fornisce un effetto benefico sul sistema immunitario e protegge dal diabete tipo 1 o giovanile.

Il diabete autoimmune di tipo 1 si verifica quando le cellule immunitarie chiamate cellule T autoreattive attaccano e distruggono le cellule produttrici d’insulina – l’ormone che regola i nostri livelli di zucchero nel sangue.

La dieta specializzata sviluppata dal CSIRO e ricercatori universitari Monash utilizza gli amidi – presenti in molti alimenti tra cui frutta e verdura – che resistono alla digestione e passano attraverso il colon o intestino crasso, dove sono ripartiti per microbiota (batteri intestinali). Questo processo di fermentazione produce acetato butirrato che, se combinato, rende una protezione completa contro il diabete di tipo 1.

“La dieta occidentale colpisce la nostra flora intestinale e la produzione di questi acidi grassi a catena corta”, ha detto il ricercatore Dr. Eliana Mariño.

“La nostra ricerca ha scoperto come una dieta che favorisce i batteri intestinali i quali producono alti livelli di acetato o butirrato migliora l’integrità del rivestimento intestinale, e la cosa riduce i fattori pro-infiammatori e promuove la tolleranza immunitaria”, ha detto il dottor Marino.

“Abbiamo trovato che questo ha avuto un impatto enorme sullo sviluppo del diabete di tipo 1,” ha detto.

I risultati, che hanno attratto notevole interesse al Congresso Internazionale di Immunologia a Melbourne lo scorso anno, sono stati pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista Nature Immunology.

Il professor Charles Mackay, che ha avviato la ricerca ha detto: “ lo studio ha evidenziato come approcci non farmaceutici tra cui le diete speciali e i batteri intestinali potrebbero trattare o prevenire malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1”.

“I risultati illustrano l’alba di una nuova era nel trattamento di malattie umane con cibi medicinali”, ha detto il professor Mackay.

“I materiali che abbiamo usato sono qualcosa che si può digerire e si compone di prodotti naturali – gli amidi resistenti sono una parte normale della nostra dieta.

“Le diete che abbiamo usato sono altamente efficienti a liberare metaboliti benefici. Io li definirei come un superfood estremo”, ha detto.

Il professor Mackay ha detto che la dieta non era solo di mangiare verdura o cibi ricchi di fibre, ma cibo speciale coinvolti all’interno di un processo particolare, e hanno bisogno di essere gestiti da nutrizionisti, dietologi e medici.

I ricercatori sperano di ottenere i finanziamenti utili a prendere i risultati nel diabete di tipo 1 per la ricerca in ambito clinico. Il professor Mackay, il dottor Marino e i collaboratori in tutta l’Australia stanno espandendo le loro ricerche per indagare l’effetto della dieta su obesità e altre malattie infiammatorie, tra cui le patologie cardiovascolari, il diabete di tipo 2, asma, allergie alimentari e malattia infiammatoria intestinale.

Questa ricerca è stata sostenuta da JDRF, il Diabetes Australian Research Trust e l’Australian National Health e Medical Research Council.

Leggi l’intero documento intitolato, Gut metaboliti microbici limitare la frequenza di cellule T autoimmuni e di protezione contro il diabete di tipo 1, pubblicata oggi su Nature Immunology .



La centralità del ruolo dell’infermiere nel tipo di trattamento per il diabete 2: Stepping Up, un passo avanti per la realizzazione del team di diabetologia

Un nuovo modello di assistenza sanitaria che si concentra su un ruolo sempre più importante per gli infermieri all’interno delle cure primarie è associato ad un più alto assorbimento del trattamento con insulina nei pazienti con diabete di tipo 2, lo segnala uno studio pubblicato su BMJ oggi.

Entro il 2030, quasi 600 milioni di persone avranno il diabete di tipo 2, di conseguenza, l’innovazione nella fornitura di efficaci cure cliniche per i pazienti con diabete di tipo 2 è una priorità globale urgente.

Le linee guida nel Regno Unito, Stati Uniti ed Europa raccomandano una rapida adozione di un trattamento con insulina per migliorare i risultati sul lungo termine. Tuttavia l’inizio di insulina viene spesso ritardato, in particolare nelle cure primarie, a causa di ostacoli nella pratica clinica.

Un team di ricercatori, guidato da John Furler presso l’Università di Melbourne, ha valutato i risultati circa attuazione nel “potenziamento” del modello di assistenza che si concentra su come affrontare alcune delle barriere viste in pratica clinica , permettendo agli infermieri di governare e gestire l’inizio del trattamento con insulina tra i pazienti all’interno della pratica come parte di cure di routine.

Focalizzando l’attenzione su un maggiore ruolo per la formazione alla pratica infermieristica, chi è addestrato e ha come mentore un infermiere professionale con credenziali di educatore del diabete, riceve un  modello che utilizza le risorse esistenti all’interno della pratica, nel tentativo di migliorarne i risultati.

I pazienti arruolati per lo studio sono stati suddivisi in due gruppi: uno in cui nel quale avevano consultazioni con l’infermiera esperta di pratica diabetica come parte del Modello Stepping Up, l’altro in cui i pazienti ricevevano il protocollo sanitario tradizionale. Per un totale di 266 pazienti in tutta l’Australia.

I risultati mostrano il modello è stato associato a tassi significativamente più elevati di pazienti che avevano iniziato la iniziazione con l’insulina 105/151 (70%), rispetto a 25/115 (22%) nelle pratiche di controllo.

Dopo 12 mesi, i pazienti avevano significativamente migliorato livelli di HbA1c (una misura importante per rilevare il controllo del glucosio nel sangue), che è associato a migliori risultati nel lungo termine, come ad esempio aliquote ridotte di complicanze renali e agli occhi, rispetto al gruppo di controllo.

Gli autori fanno notare lo studio può essere soggetto a bias di selezione, ed i pazienti sono certamente rappresentativi di tutte le persone con diabete.

Tuttavia, si dice “i nostri risultati indicano che, con il supporto e la riprogettazione nella pratica di sistema del caso, l’iniziazione all’insulina può diventare parte della gestione del diabete di routine nelle cure primarie, ovviando alla necessità di fare riferimento a servizi specialistici con problemi legati abarriere geografiche, costi e accessibilità. ”

“Il nostro, studio pragmatico e traslazionale ha importanti implicazioni per i responsabili politici, i finanziatori, e professionisti alla ricerca di metodi innovativi per fornire la migliore assistenza alle persone con diabete di tipo 2 in cure primarie “, concludono.




Regole base

Glicemia

Aspettando Gaudì e Godot che ci liberino dal fardello dei buchi nelle dita e iniezioni nelle chiappe e altre aree per fare l’insulina e controllare la glicemia, riepiloghiamo per quest’ultima alcune nozioni base.
La gestione del diabete può essere stressante. Il modo in cui ci si sente quando i livelli di glucosio nel sangue sono bassi o alto aggiunge stress. Poi ci mettiamo le nostre preoccupazioni derivanti dal possibile sviluppo di varie complicazioni, e il carico aggiuntivo nel trattamento che tali manifestazioni possono avere. Le strisce reattive per testare i livelli del glucosio nel sangue sono un componente chiave per il monitoraggio glicemico quotidiano del diabetico. Queste piccole strisce usa e getta di plastica possono sembrare insignificanti, ma forniscono un ruolo molto importante per la vita di noi diabetici nel tenere a “bada” la malattia. Nella grande maggioranza dei casi, ogni glucometro in uso ha un solo tipo di striscia reattiva abbinato e utilizzabile con lo stesso. Ci sono strumenti che consentono anche il test dei livelli dei chetoni nel sangue.
Come funzionano le strisce per il test?
Quando il sangue viene immesso sulla striscia reattiva, reagisce con una sostanza chimica chiamata glucosio ossidasi la quale produce acido gluconico dal glucosio nel sangue. All’altra estremità della striscia di test, il misuratore trasferisce una corrente sulla striscia reattiva. La striscia reattiva ha terminali elettrici che permettono allo strumento di misurare tale corrente tra i terminali.
La corrente tra i morsetti cambia a seconda del livello di acido gluconico che è stato prodotto. Il glucometro quindi utilizza un algoritmo reagente sul livello di glucosio nel sangue in base della differenza di corrente.
Alcune strisce reattive glicemia consentono la riapplicazione di più sangue per la stessa striscia reattiva, se necessario, durante la prova. La quantità di sangue richiesta da una striscia di test può variare tra i costruttori. Generalmente, è richiesto tra 0,4 microlitri a1 ml di sangue.
Alcune strisce reattive, non più comunemente utilizzati oggi, ma lo erano fino ai primi anni 80, non hanno bisogno di un glucometro. Quando il sangue viene posto sulla parte attiva della striscia e poi cancellato dopo un certo numero di secondi, il reagente cambia il colore e il risultato può essere ottenuto facendo corrispondere tonalità cromatica su di una scala colorimetrica presente a bordo della confezione delle strisce.
Strisce reattive
Per molti modelli, l’elemento è una striscia di materiale plastico con un piccolo punto impregnato di glucosio ossidasi e altri componenti. Ogni striscia è utilizzato una sola volta e poi eliminata. Invece alcuni altri modelli utilizzano tamburi, dischi, o cartucce che mantengono il materiale di consumo per delle prove multiple. È possibile utilizzare marchi famosi come Accu Chek attiva .
Codifica
Dal momento che le strisce reattive possono variare da lotto a lotto, molti modelli richiedono all’utente di inserire manualmente un codice collocato sul flacone delle strisce reattive o su un chip che viene fornito con la striscia stessa. Inserendo la codifica o chip nel misuratore di glucosio, lo strumento sarà calibrato a quella lotto di strisce reattive. Tuttavia, se il processo è effettuato in modo errato, la lettura del contatore può essere fino a 4 mmol / L (72 mg / dL) imprecisa.
Questo può mettere i pazienti a maggiore rischio di ipoglicemia. In alternativa, alcuni strisce reattive conservano informazioni del codice nella striscia; altri hanno il microchip nel flacone delle strisce che può essere inserito nello strumento. Questi ultimi due metodi riducono la possibilità di errore dell’utente. Le strisce One Touch ha standardizzato le strisce intorno ad un unico numero di codice, in modo che, una volta fissato, non vi è alcuna necessità di modificare ulteriormente il codice nei glucometri più vecchi e in alcuni più recenti.
Volume del campione di sangue
La dimensione della goccia di sangue necessaria per modelli diversi varia 0,3-1 microlitri. (I vecchi modelli necessari campioni sanguigni più grandi, definiti come una “goccia appeso” dal polpastrello.) Requisiti di volume più piccole riducono la frequenza delle punture improduttivi.
Sito alternativo d’esame
L’impiego di minori volumi di sangue ha permesso di provare zone alternative ai polpastrelli per il prelievo come: mani, avambraccio e facendo in modo di far riposare le predette aree da un eccessivo impiego.
Tempo di rilascio del risultato
I tempi per leggere il dato fornito dalla striscia reattiva può variare da 5 a 60 secondi a seconda dei modelli.
Display
Il valore del glucosio in mmol/l oppure mg/dl è visualizzato sul display digitale. L’unità di misura preferita varia a seconda del paese: mg / dl è preferito in Francia, Italia, Stati Uniti, Israele, Giappone e India. Mmol / L sono utilizzati in Australia, Canada, Regno Unito e Cina. La Germania è l’unico paese dove i medici operano abitualmente in entrambe le unità di misura. (Per convertire mg / dl a mmol / l, dividere per 18. Per convertire mmol / l in mg / dl, moltiplicare per 18.) Molti glucometri sono in grado di visualizzare entrambe le unità di misura; ci sono stati un paio di casi pubblicati [citazione necessaria] in cui un diabetico è stato ingannato e portato ad azioni sbagliate interpretando una lettura in mmol / l come a basso contenuto di mg / dl, o il contrario. In generale, se un valore è presentato con un punto decimale, è in mmol / l, senza un decimale è più probabile mg / dl.
Fattori che influenzano l’accuratezza dei risultati con le strisce reattive
È necessario buttare le strisce reattive obsolete, scadute o danneggiate. Conservare le strisce nel loro contenitore sigillato; tenerle lontano da fonti di calore ed umidità. Assicurarsi che le strisce siano compatibili col glucometro in uso. Mantenete il nostro glucometro e le strisce reattive a temperatura ambiente. Lavare e asciugare le mani e il sito del test a fondo prima di pungere la pelle.




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Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti! Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete - se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007)

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