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Diabete Tipo 1: vogliamo la cura! Cosa possiamo fare?

Son partito da Bologna alle prime luci dell’alba in un giorno ormai di una estate anticipata, direzione: Milano. Mi aspetta una giornata indimenticabile. Obiettivo: Diabetes Research Institute – Ospedale San Raffaele, mi attende la dottoressa Manuela Battaglia per un colloquio e intervista esclusiva per il blog circa l’impegno del DRI nella ricerca di una cura per il diabete Tipo 1, o come preferisco denominarlo io diabete giovanile. Il DRI è uno dei principali e più importanti centri di ricerca mondiali in questo ambito, è l’unico in Italia a fare ricerca dedicata alla nostra malattia. E in questa fase storica dove si parla sempre di “fuga dei cervelli” qui restano oppure sono rientrati per restare (come il caso della Dr.ssa Battaglia). E’ la prima volta che entro  in un centro di ricerca scientifica per il diabete tipo 1 e che vado a incontrarmi con quella che è una delle più importanti scienziate e ricercatrici impegnate a trovare una cura per la nostra malattia.  L’emozione c’è tutta!

Dottoressa Manuela Battaglia attualmente presso il DRI sono in corso dieci Studi Clinici Interventistici e sei Studi Clinici Osservazionali sul diabete tipo 1, un impegno per i ricercatori enorme, nel contesto globale della ricerca un diabetico di tipo 1 cosa si può aspettare per il futuro?

Caro Roberto  io ti posso dire che cosa un diabetico di tipo 1 si può aspettare oggi, non in futuro. Oggi  il Diabetes Research Institute di Milano sta lavorando in tutte le direzioni: dal capire come funziona il sistema immunitario e cosa succede nel pancreas prima della diagnosi grazie alla rete TrialNet di cui noi facciamo parte – cerchiamo di identificare alla diagnosi i vari sotto-tipi di malattia perché oggi sappiamo che dietro al nome “diabete” si nascondono malattie che si comportano in maniera molto diversa e potrebbero giovare di approcci terapeutici personalizzati (la famosa Medicina di Precisione). Partecipiamo a studi prevenzione e guidiamo studi clinici sperimentali da eseguire al momento della diagnosi o post-diagnosi. Studiamo il “microbioma” per capire come i batteri che colonizzano il nostro corpo possano influire sullo sviluppo e sulla patogenesi di una malattia che vediamo aumentare in maniera preoccupante ogni anno. Sempre qui al DRI cerchiamo di trovare una terapia sostitutiva alla massa beta cellulare: quindi rimpiazzare le cellule del pancreas che producono insulina (che pensiamo oggi vengano distrutte, ma forse non sono tutte eliminate ma alcune un po’ “addormentate”). Quindi lavoriamo con la sostituzione delle cellule beta mediante il trapianto cercando poi di eliminare la  terapia immunosoppressiva dopo il trapianto, oggi un’altra difficoltà che il paziente deve affrontate; oppure provando a sostituire la massa beta cellulare senza immunosoppressione. Poi abbiamo anche una linea di ricerca sulle cellule staminali come nuova possibile fonte di cellule producenti insulina. Infine cerchiamo anche di capire e prevenire le tanto temute complicanze. Tutto questo in un lavoro continuo di stretta collaborazione ed interazione tra ricercatori, clinici ed infermieri del nostro Ospedale e tramite importanti collaborazioni internazionali.

Oggi ti dico che la ricerca è fatta di tantissimi passi, la maggior parte dei quali assolutamente imprevedibile. Ogni passaggio chiave non sai se prenderà una direzione o un’altra, ma i campi di studio e intervento sono talmente tanti rispetto a solo 10 anni fa che le prospettive per una cura del T1D sono sempre più a portata di mano.

Due anni fa il medico diabetologo Aaron Kowalski, Vicepresidente del JDRF, nel corso di una intervista dedicata alla prospettiva della ricerca per la cura e stabilizzazione del T1D accennava allo sviluppo di una terapia tramite l’incapsulamento degli isolotti oltre al pancreas artificiale. Come stanno evolvendo questo progetto?

Una terapia sperimentale denominata Viacyte, che impiega un nuovo sistema simile al “goretex” in cui vengono impiantate cellule di origine embrionale che producono insulina e inserite nel paziente in modo da rilasciare insulina in maniera quasi “fisiologica”. Hanno cominciato a fare i primi test su di una gruppo di pazienti negli Stati Uniti, di cui non sappiamo ancora i risultati- E’ un sistema approvato dalle autorità regolatorie in materia USA (NIH), e noi del DRI all’Ospedale San Raffaele facciamo parte del circuito europeo che avvierà lo studio clinico nel nostro continente  non appena si avrà l’approvazione  il visto da parte dell’autorità regolatoria e dai comitati etici. In  tutto questo c’è una certezza: è una terapia che ha raggiunto il paziente, dobbiamo avere adesso la pazienza di aspettare per capire se funziona.

A proposito di ricerca e sostegno umano, finanziario il professore Giorgio Sesti Presidente della Società Italiana di Diabetologia ricordava come i fondi stanziati per la ricerca sul diabete in Italia siano irrisori, e credo le cose non siano diverse per il T1D. Una maggiore consapevolezza da parte della società e tra i diabetici circa la concretizzazione della parola d’ordine del DRI: “non c’è cura senza ricerca”, come può tradursi in atti concreti?

La mia visione è molto chiara:  si deve mettere il paziente al centro. Questo significa che la ricerca deve sempre guardare al paziente ma anche che il paziente deve essere parte attiva della ricerca:  prima di tutto deve essere responsabilizzato e capire come funziona la ricerca e che impatto può avere sulla propria vita. Dobbiamo quindi appassionare i pazienti in primis – ma tutti in generale – alla ricerca e portarli alla conoscenza delle potenzialità in essa contenute. Come dicevi tu, Roberto, ci sono per esempio le fasce centrali d’età dei diabetici (i giovani adulti) che sembrano non interessarsi per nulla alla ricerca per una cura della loro malattia, preferendo gestirla al meglio ma scordando (o ignorando) che se tutti lavoriamo nella stessa direzione c’è la possibilità di trovare una cura.

Ridare valore alla ricerca ridando valore al paziente. Tutti devono sapere come funziona la ricerca e perché ha bisogno di essere sostenuta dal cittadino, paziente o meno. Sostenere la Ricerca è un investimento fondamentale che dobbiamo fare Tutti  per la salute di Tutti.

Dottoressa il blog Il Mio Diabete nel 2017 compie 10 anni di pubblicazioni, con oltre 4000 articoli e di questi buona parte dedicati alla ricerca per una cura del diabete, accetta l’invito a Bologna per far conoscere nei dettagli il lavoro del DRI eapprofondire gli argomenti trattati in questa intervista, con un evento pensato per il prossimo autunno?

Certo che sì, lo faccio più che volentieri perché le parole non servono a nulla se non sono seguite dai Fatti. Grazie per l’invito.

Quindi ci rivedremo a Bologna, la prima volta del DRI nella città petroniana, ma non solo, perché l’impegno totale a sostegno della ricerca e dei ricercatori non ha confini, fisici e mentali.

L’incontro al DRI con la dottoressa Battaglia ha spaziato oltre i margini dell’intervista, con uno scambio ampia sintonia di vedute che va nella direzione auspicata di far incontrare ricercatori e pazienti per dirigere al meglio gli obiettivi della ricerca. E per concludere la visita ai laboratori dell’Istituto, che meriterebbe un reportage a parte. Una delle più belle giornate della mia vita!

E un appello: diabetici e non sosteniamo con tutti i mezzi il Diabetes Research Institute perché la ricerca siamo noi!

Supporta l’attività di ricerca del DRI con una donazione direttamente a questo link: http://dri.hsr.it/sostienici

Indica SEMPRE nella causale il progetto di ricerca DIABETES RESEARCH INSTITUTE  e riporta i tuoi dati postali per poter ricevere la nostra lettera di ringraziamento e la nostra newsletter con aggiornamenti su attività e ricerca del San Raffaele.


Chi è la dottoressa Manuela Battaglia?

Classe, 1971 , Manuela Battaglia è oggi Vice Direttore del San Raffaele Diabetes Research Institute ( DRI) .

Laureata in Biologia a Milano, Manuela Battaglia ottiene il dottorato in Medicina Molecolare negli Stati Uniti – al Wisconsin Medical College – dove impara a fare ricerca e si appassiona ai modelli preclinici di trapianto (conseguirà un secondo dottorato in Immunologia presso l’Università di Utrecht nel 2014).
Dopo il conseguimento del Dottorato, rientra in Italia per lavorare all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica – centro di eccellenza Italiano – dove inizia la sua carriera focalizzata sulle malattie immuno-mediate e sull’induzione della tolleranza immunologica dopo terapia genica.

Dal 2008 è al San Raffaele Diabetes Research Institute dove – prima come Group Leader poi come capo Unità e dal 2013 anche come Vice-Direttore –si occupa di comprendere l’origine e i meccanismi convolti nell’induzione di malattie immuno-mediate, in particolare del diabete di tipo 1. La Dott.ssa Battaglia crede fermamente nella medicina personalizzata e nella ricerca traslazionale – dove il paziente è sempre messo al centro e rappresenta il fulcro di tutte le sue ricerche.

Attualmente la Dottoressa sta conducendo un progetto sperimentale di terapia cellulare per indurre tolleranza immunologica dopo il trapianto per evitare l’uso dei farmaci immunosoppressivi.

La Dott.ssa Battaglia è uno dei membri del comitato direttivo di TrialNet (un network internazionale di ricercatori – fondato da NIH – focalizzato sulla comprensione, prevenzione e cura del diabete di tipo 1). In passato è stata anche membro del Comitato scientifico della Società Europea dei Trapianti d’Organo (ESOT). Esercita ruoli chiave in molte riviste scientifiche internazionali e serve da revisore scientifico per diverse agenzie di finanziamento internazionali. E’ anche inventore di numerosi brevetti.

La Dott.ssa Battaglia è autore di più di 100 articoli originali su riviste peer-reviewed internazionali e si colloca tra i ricercatori italiani più citati nell’ambito della tolleranza immunologica.


IL TUO 5XMILLE AL SAN RAFFAELE DI MILANO

Devolvi il tuo 5 per mille all’Ospedale San Raffaele: perché al centro della Ricerca ci sei TU. CODICE FISCALE: 07636600962, nel riquadro RICERCA SANITARIA. Non c’è cura, senza ricerca. Non c’è ricerca, senza il tuo 5xmille. Scopri come su http://www.5xmille.org

Para

Pararsi il culo: per un diabetico, specie se insulinodipendente, risulta essere opera ardua, tra buchi e buchetti e altri effetti che si incastonano sulla pelle costantemente nel divenire del tempo e si pesano appalesano man mano che scorgi i giorni, e rivolgi i guanti della sfida per scongiurare la sfiga.
Quante punture fatte e disfatte, Iniezione d’insulina: riepiloghiamo alcune informazioni necessarie e utili per allontanare possibili problemi e ottimizzare la vita quotidiana.
Per ottenere un buon controllo della glicemia non solo sono di fondamentale importanza il tipo e la dose di insulina ma anche il modo in cui essa viene somministrata. La tecnica di somministrazione dell’insulina influenza il controllo glicemico più di quanto generalmente si pensi. A questo scopo sono stati effettuati vari studi su larga scala che, utilizzando tecnologie come la RMN hanno permesso di sfatare alcuni miti sulle corrette pratiche di iniezione.
Per ottenere l’effetto desiderato con la dose prescritta e, quindi, per garantire il miglior assorbimento possibile, l’insulina deve essere iniettata nel tessuto adiposo sottocutaneo, evitando con cura che penetri nel derma, nel muscolo o addirittura nel peritoneo. Vari studi hanno dimostrato una differenza nell’assorbimento e nella durata di varie insuline quando vengono iniettate nel grasso sottocutaneo e nel muscolo. Una iniezione di insulina intramuscolare ha un assorbimento molto più rapido e può portare ad inaspettate ipoglicemie, che specialmente nel bambino molto piccolo possono comportare rischi importanti come convulsioni e deficit cognitivo. L’assorbimento di insulina ad azione rapida o intermedia è aumentata almeno del 50% se iniettata per via intramuscolare invece che sottocutanea nella coscia, mentre nell’area addominale questa differenza è meno significativa. Questo è da attribuire ad un maggior flusso sanguigno nel grasso sottocutaneo dell’addome rispetto al grasso delle cosce. Altri fattori come l’esercizio o la temperatura corporea o ambientale hanno un’influenza maggiore sull’assorbimento se l’insulina è stata depositata nel tessuto muscolare invece che nel sottocute, a causa del maggior flusso di sangue e della maggiore dispersione meccanica dovuta alla contrazione dei muscoli. L’iniezione di insulina nel derma è più dolorosa, il farmaco può fuoriuscire dal sito di iniezione e aumenta la probabilità di una reazione immunitaria all’insulina dovuta alla stimolazione dei linfociti.
Un fattore che influisce in modo significativo nel depositare l’insulina nel giusto strato di tessuto è la lunghezza dell’ago. Fino a tempi recenti le raccomandazioni per la lunghezza dell’ago si sono concentrate sull’indice di massa corporea (BMI), il sesso e l’età della persona con diabete. Per raggiungere il tessuto adiposo la tecnica comunemente usata è quella di prendere una plica cutanea e inserire l’ago a 90° al centro di essa. Si può evitare la plica se si inietta il farmaco con un inclinazione dell’ago di 45° o se il sito prescelto è il gluteo. Immagini di RMN hanno mostrato che lo strato di epidermide e derma che ricoprono lo strato adiposo sottocutaneo nei principali siti di iniezione variano tra 1,5 mm e 3 mm sia nei pazienti obesi che in quelli magri. Vari autori quindi concordano che è sicuro utilizzare aghi da 5 o 6 mm per la somministrazione sottocutanea in tutte le tipologie di pazienti, con il vantaggio che questi aghi più corti hanno anche un diametro più piccolo e quindi provocano meno ansia e dolore che gli aghi più grandi. Vari studi dimostrano che l’assorbimento dell’insulina nell’adipe superficiale è uguale a quella nell’adipe profonda, più vicino al muscolo.
I siti maggiormente usati sono l’addome, le cosce e i glutei, oltre al braccio che è usato dalla maggior parte dei pazienti almeno una volta nell’arco della giornata. Immagini di RM mostrano che il tessuto adiposo nel braccio, aumenta via via che si scende lungo l’omero lateralmente e posteriormente, mentre per le iniezioni nella gamba sembra essere meglio fare l’iniezione immediatamente sotto al grande trocantere invece che a metà lunghezza del femore. Rimane di fondamentale importanza educare il paziente a variare il sito di iniezione anche nella stessa zona ma con una distanza minima tra una iniezione e l’altra pari alla larghezza di un dito, per evitare la formazione di lipodistrofie. Il tessuto lipodistrofico può alterare l’assorbimento dell’insulina portando a ipo- o iperglicemie. Dato che queste zone diventano meno sensibili, il paziente sente meno dolore all’iniezione e può essere portato a preferire questo sito rendendo difficile il controllo della glicemia. Il riutilizzo di aghi per lo stesso paziente è causa di dolore perché la punta dell’ago con le ripetute punture della cute (ma anche penetrando la membrana dei flaconi di insulina) perde l’affilatura e addirittura si piega formando un minuscolo uncino, la punta dell’ago può spezzarsi e conficcarsi nella cute. Il riutilizzo degli aghi è da sconsigliare nel modo più assoluto.
Le insuline lattescenti sono quelle che contengono o insulina NPH (rallentata) in solvente limpido o miscele a vario titolo di NPH e insuline rapide solubili. Durante l’inutilizzo del flacone, le insuline si dividono e devono quindi essere rimescolate prima di essere somministrate. Il modo migliore per ottenere una risospensione corretta è quello di far fare al flacone un movimento di inversione in senso orario e antiorario alternato per 20 volte. Questo permette di evitare l’iniezione di insulina altamente concentrata con il conseguente rischio di ipo- o iperglicemie e peggioramento dell’emoglobina glicata. E’ da notare che è più facile risospendere l’insulina a temperatura ambiente.
La conservazione a temperatura ambiente dell’insulina innanzitutto permette di ridurre il dolore dell’iniezione. Forse non tutti sanno che l’insulina resiste bene a temperatura ambiente senza perdere la sua efficacia. È possibile usare una fiala una volta aperta per 2 mesi senza tenerla in frigorifero, anche se le insuline rapide e ad azione breve sono meno stabili rispetto a quelle a lunga e media azione. Un terzo dei pazienti diabetici si somministra insulina senza scoprire il sito di puntura. Soprattutto i ragazzi giovani, preferiscono mantenere addosso i vestiti, perché sono di fretta o insieme ad altre persone, e non possono togliere gli indumenti. Inevitabilmente, l’ago che trapassa il vestiario viene privato del sottile strato di silicone lubrificante che lo ricopre e la punta dell’ago si smussa aumentando il dolore. Se praticato occasionalmente però, questo tipo di iniezione è sicuro e non comporta maggiori effetti collaterali. Anche se è pratico, non deve diventare un abitudine.
In definitiva, una tecnica di iniezione ottimale è essenziale per un buon controllo glicemico. Spesso vengono dedicati molto tempo ed energia all’educazione del paziente al momento di iniziare una terapia insulinica. Quando però il paziente svolge la stessa procedura da anni, si può dimenticare, ignorare o disinteressarsi ai dettagli. Osservare i pazienti durante la somministrazione dell’insulina è un opportunità importante per identificare difficoltà o problemi.
ISTRUZIONI PER LA SOMMINISTRAZIONE DI INSULINA CON “PENNA”
1. lavatevi le mani
2. controllate la data di scadenza sulla cartuccia e la quantità di insulina rimanente
3. inserite un ago nuovo
4. ruotate la penna in senso orario e antiorario per 20 volte
5. togliete il cappuccio dall’ago
6. impostate la penna con 2-4 unità e premete il pulsante, ripetete fino a che non è visibile la goccia di insulina
7. impostate la dose necessaria
8. stendete la cute o fate il pizzicotto, a seconda dei casi
9. inserite l’ago nella cute delicatamente e premete il pulsante
10. una volta iniettata la dose, contate fino a 10 prima di sfilare l’ago dalla cute
11. togliete l’ago della penna e gettatelo in un contenitore per taglienti
12. conservate la penna nel suo astuccio a temperatura ambiente lontano da fonti di calore
PER RIDURRE IL DOLORE usare aghi nuovi, corti, di piccolo calibro e insulina a temperatura ambiente.
L’assorbimento secondo il sito di iniezione::
Assorbimento molto rapido: addome Assorbimento rapido: braccia
Assorbimento lento: gambe
Assorbimento molto lento: glutei
L’insulina ad azione rapida preprandiale va iniettata nella zona addominale o nelle gambe. l’insulina lenta della sera tardi va iniettata nei glutei.
Approfondimenti e fonti:
King L. Subcutaneous insulin injection technique. Nursing Standard. 2003; 17: 45-52
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15208950
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12764975
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20513316



Diabete: ai primi posti per numero globale di pazienti, agli ultimi per investimenti nella ricerca di nuove cure

SID

SID

Il diabete registra oggi numeri da ‘tsumani economico’, con 415 milioni di malati nel mondo ed una spesa solo per costi indiretti – ovvero prepensionamenti e assenze dal lavoro – pari a 12 mld di euro solo in Italia secondo una stima della London School of Economics. L’allarme arriva dalla Società italiana di diabetologia (Sid) che, in occasione del convegno al Senato ‘Il diabete in Italia fra ricerca e assistenza’ per la Giornata mondiale del diabete che si celebra oggi, lancia una roadmap in 8 punti.
Bisogna avviare azioni concrete, avverte la Sid, per ridurre l’altissimo numero di morti e le complicanze del diabete: infarti, ictus, amputazioni, insufficienza renale fino alla dialisi, perdita della vista. E’ ora di “risvegliarsi da un sonno che è durato troppo a lungo e che non solo ha ridotto la potenzialità dei ricercatori che operano in Italia ma ha contribuito a declassare la malattia ad una sorta di fastidio molto diffuso ma senza particolari conseguenze per la salute.
Purtroppo – afferma Giorgio Sesti, presidente Sid – non è così e nasconderlo impedisce il sostegno alla ricerca e l’accesso alle cure migliori, le uniche che possono garantire una riduzione di morti, infarti, ictus, amputazioni”.

Eppure, la Ricerca italiana sul diabete è di qualità elevata e riconosciuta internazionalmente, collocandosi al terzo posto nella graduatoria mondiale quando agenzie specializzate la valutano dai suoi prodotti scientifici (i lavori pubblicati sulle riviste internazionali) e diventa prima se il risultato è aggiustato per gli scarsi finanziamenti ricevuti. I fondi per la ricerca sono, infatti, troppo pochi: le istituzioni, rileva la Sid, “destinano alla ricerca sul diabete circa 2,5 mln di euro l’anno, pari a circa 5 mila euro per ognuno dei circa 500 ricercatori attivi in Italia.

E i cittadini fanno ancor meno: le donazioni liberali e quanto destinato con il 5xmille ammontano a poco più di 100 mila euro l’anno”. E’ arrivato il tempo, conclude Enzo Bonora, presidente della Fondazione Diabete Ricerca, “che i cittadini e i decisori politici considerino il diabete una priorità socio-sanitaria, e che si attraggano investimenti pubblici e privati seguendo modelli di successo applicati in altre patologie come i tumori”.

Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti!
Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete – se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007).

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