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Barack Obama

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Grundol diab

Il diabete – sia di tipo 1, malattia autoimmune incurabile, che di tipo 2, una malattia sovente legata allo stile di vita e che può essere invertita o curata – sono tra le patologie i più rapida crescita a livello diagnostico in tutto il mondo. Non trattato può produrre condizioni pericolose per la vita e portare alla morte. Quindi non è sorprendente che l’establishment medico sta aumentando risorse per impiegare nuovi metodi nella gestione della malattia.

La tecnologia sta giocando un ruolo di primo piano. Il diabetico di tipo 1 tende ad essere sempre più cablato oggi con sensori Bluetooth e software personalizzato che lo sta trasformando in una sorta cyborg virtuale con la consapevolezza circa la chimica del proprio corpo che le persone normali non riescono a eguagliare.

Prima di proseguire un breve riassunto sul diabete, se non avete familiarità con la patologia. Quando si mangia cibo, questo viene suddiviso in tre categorie di base: carboidrati, grassi e proteine. I carboidrati, che si trovano principalmente nei prodotti vegetali, si suddividono nel nostro sistema digestivo in uno zucchero chiamato glucosio. Il glucosio viene trasformato in combustibile per alimentare la nostra mente e muscoli.

Il corpo per mantenere “in bolla” i livello del glucosio nel sangue produce e converte un ormone chiamato insulina, che viene prodotta dalle cellule beta nel pancreas. I diabetici di tipo 1 non ce l’hanno tutti – il loro sistema immunitario distrugge le cellule beta per un motivo ancora sconosciuto. Diabetici di tipo 2 lo producono, ma per qualche motivo è meno efficiente a trasformare il glucosio in energia.

Quando il corpo non riesce a gestire il glucosio, deve ottenere energia da altri posti – per lo più grassi, ma niente è sicuro. Questo porta ad uno stato di chetosi, in cui gli acidi grassi si liberano senza freni. Tali acidi possono causare una grande varietà di danni ai tessuti nervosi.

Così per la vita di un diabetico è fondamentalmente tenere monitoratoo l’ assunzione di carboidrati e quindi fare iniezioni in una quantità adeguata di insulina, sulla base di una serie di formule matematiche complesse abbinate. Troppo poche e si va’ chetosi. Con troppa insulina la glicemia può precipitare verso il basso e portare a coma e morte. Si tratta di una corda tesa delicata con cui convivere ogni giorno.

Gli ultimi decenni hanno visto progressi nel trattamento del diabete che lasceranno a bocca aperta. Per metterli in contesto, cerchiamo di riavvolgere 50 anni o giù di lì e guardare a ciò che il trattamento era e com’è oggi.

Andando indietro nel tempo, un diabetico si svegliava ogni mattina e faceva la pipì in una provetta. Poi faceva una piccola tavoletta in essa che avrebbe cambiato colore per dire se la glicemia era ialta, normale o bassa. Avevamo poi da prendere una singola iniezione di insulina a rilascio di lunga durata che avrebbe fatto per l’intera giornata e sperando per il meglio. Una volta fatta la puntura prendevamo la siringa, la bollivamo sul fornello per sterilizzala e usarla per il giorno successivo.

Inutile dire che l’aspettativa di vita per i diabetici era piuttosto breve. Senza un modo per rilevare gli alti o bassi, i corpi erano in balia di una varietà di fattori e molti morivano anticipatamente.

Quindi c’erano due problemi che affliggevano i diabetici: essere in grado di monitorare lo zucchero nel sangue e di essere in grado di fare la giusta quantità di insulina, né più, né meno.

Il controllo è diventato più facile con l’invenzione del monitoraggio del glucosio nel sangue tramite prelievo dal polpastrello nel 1981. Una goccia di sangue viene introdotta ad un enzima, e quindi una corrente elettrica viene fatta passare attraverso di essa. Il numero di elettroni del campione perde la correlazione con la quantità di glucosio presente nel campione. Questo permette una significativa maggiore precisione, fornendo una rappresentazione numerica dello zucchero nel sangue sul momento del paziente.

Assieme a questo progresso si è accoppiato lo sviluppo di insulina ad azione rapida, per cui i diabetici potevano trattare gli svarioni verso l’alto della glicemia sul momento. La successiva progressione nella cura del diabete ha richiesto a noi  di essere protagonisti attivi nella gestione della terapia, facendo il controllo del glucosio durante il giorno e le modifiche necessarie. Il glucosio controllato mediante prelievo dal polpastrello è preciso ma richiede che il diabetico tale passaggio di controllo ogni volta in cui occorre sapere come va la glicemia (almeno 4 – 6 volte al dì) e funziona solo quando si è svegli. La minaccia rappresentata da bassi livelli degli zuccheri nel sangue durante la notte è molto reale. Una scoperta scientifica accidentale a metà degli anni 1990 ha contribuito a cambiare la vita dei diabetici in tutto il mondo.

I ricercatori stavano facendo sperimenti con il fluido delle cellule del corpo nella pelle e hanno scoperto che rispecchia fondamentalmente il glucosio nel sangue, con un ritardo di 15 minuti di livello. Nel 1999, MiniMed ottiene l’approvazione della FDA per il primo monitor continuo del glucosio – un elettrodo che viene inserito nella pelle di un diabetico e che trasmette una lettura ogni cinque minuti, senza la necessità di prelevare il sangue. Ora i pazienti potevano ottenere il riscontro in tempo reale sulla loro glicemia per tutto il giorno. Quei primi sensori funziionavano per circa tre giorni prima che il sistema immunitario del corpo li respingesse, ma quelli moderni possono andare per una settimana o più prima di essere cambiati.

Il monitoraggio preciso è cosa buona e giusta, ma un diabetico avrebbe ancora bisogno di farsi un’iniezione di portare la glicemia dall’alto verso il basso. Tuttavia, un’invenzione precedente ha reso il processo molto più semplice. Nel 1973, Dean Kamen (inventore del Segway) debutta con primo microinfusore indossabile del mondo, un dispositivo che potrebbe dosare qualsiasi quantità di insulina per un diabetico attraverso una cannula, o piccolo tubo, attaccato al corpo. Questo ha dato ai diabetici ancora più controllo sul loro trattamento, consentendo loro di microdosare e controllare esattamente la quantità di ormone che ricevono.

Le pompe sono progredite in maniera significativa negli ultimi dieci anni, uno – l’OmniPod – non ha bisogno di un tubo esterno, ma si appone direttamente sulla pelle e comunicare in modalità wireless con un dispositivo di controllo. I pazienti che gestiscono diabete con questi dispositivi sono più uniformi e in condizioni migliori con la glicemia, e anche se solo uno su mille diabetici attualmente utilizza una pompa, il numero è in aumento.

Il passo successivo è il “pancreas artificiale”, un dispositivo che combina i due strumenti in uno. Si stanno completando i test clinici e tra poco tempo sarà possibile metterlo. Utilizzando algoritmi complessi, che controllano la glicemia e la trattano allo stesso tempo in un sistema “a circuito chiuso”, anche con la somministrazione di glucosio quando gli zuccheri nel sangue sono troppo bassi (modello bionico). I primi risultati sono incredibilmente positivi. Le pompe e i CGM esistenti debbono essere cambiati regolarmente, ma il sistema segna un significativo passo avanti nel trattamento.

Il futuro del diabete è ancora più emozionante. Le aziende stanno lavorando su insulina che non deve essere iniettata, ma piuttosto viene assorbita attraverso la pelle con una patch reattiva. Google sta collaborando con il produttore di lenti a contatto Alcon su una lente che misura di zucchero nel sangue attraverso l’occhio.

Quindi, se vedete qualcuno in giro con alcune piccole scatole grigie attaccati alle loro braccia o allo stomaco, è altamente probabile che siano armati con un pancreas cyborg, cablato nel cloud per mantenerli in buona salute.



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Smack Guard una HbA1c al bacio!

Un grande evento per me. 

Per me con 54 anni di vita con il diabete tipo 1.

Per me che dall’esordio nel 1963 (1 anno e otto mesi) sino al 1970 totalizzai 22 ricoveri ospedalieri per: 20 coma ipoglicemici, 2 DKA, edema cerebrale e crisi epilettiche.

Per me che i medici per 40 anni non riuscirono mai a venire a capo dello scompenso glicemico che divenne strutturale.

Per me che assommo tutte le complicanze associate al diabete (retinopatia, nefropatia, neuropatia solo per citare le più pop)-

Per me che ho avuto un ictus a 40 anni.

Per me che a 40 mi è stata diagnosticata l’artrite reumatoide.

Per me che non avvertendo più l’ipoglicemia otto anni fa decido di passare all’angelo custode alias microinfusore d’insulina ,con CGM che allerta e blocca l’erogazione del farmaco quando la glicemia precipita in basso – il Veo con Enlite Minimed Medtronic – e mi faccio otto anni di mazzo per imparare a usare al meglio la tecnologia, tra calcoli e mica calcoli e altri sortilegi di cui ben poco capisco, e comincio a veder migliorare la situazione.

A me che tre mesi essendosi rotta la pompa debbo passare al nuovo modello: il Minimed Medtronic 640g con il sistema Smart Guard, un algoritmo che predice molto ma molto bene la curva glicemica impedendo diverse volte sia la caduta ipoglicemica che la salita ipeglicemica.

A me che grazie all’apprendistato e alle funzioni offerte da questa potente tecnologia per la prima volta nella mia vita di diabetico tipo 1 vedo la HbA1c (emoglobina glicata) pari a 47 alias 6.5, con pochissime ipo e quasi nessuna iper!

Per la prima volta.

Nulla è impossibile si tratta di saper utilizzare al meglio le risorse disponibili.



Diabete Tipo 1: vogliamo la cura! Cosa possiamo fare?

Son partito da Bologna alle prime luci dell’alba in un giorno ormai di una estate anticipata, direzione: Milano. Mi aspetta una giornata indimenticabile. Obiettivo: Diabetes Research Institute – Ospedale San Raffaele, mi attende la dottoressa Manuela Battaglia per un colloquio e intervista esclusiva per il blog circa l’impegno del DRI nella ricerca di una cura per il diabete Tipo 1, o come preferisco denominarlo io diabete giovanile. Il DRI è uno dei principali e più importanti centri di ricerca mondiali in questo ambito, è l’unico in Italia a fare ricerca dedicata alla nostra malattia. E in questa fase storica dove si parla sempre di “fuga dei cervelli” qui restano oppure sono rientrati per restare (come il caso della Dr.ssa Battaglia). E’ la prima volta che entro  in un centro di ricerca scientifica per il diabete tipo 1 e che vado a incontrarmi con quella che è una delle più importanti scienziate e ricercatrici impegnate a trovare una cura per la nostra malattia.  L’emozione c’è tutta!

Dottoressa Manuela Battaglia attualmente presso il DRI sono in corso dieci Studi Clinici Interventistici e sei Studi Clinici Osservazionali sul diabete tipo 1, un impegno per i ricercatori enorme, nel contesto globale della ricerca un diabetico di tipo 1 cosa si può aspettare per il futuro?

Caro Roberto  io ti posso dire che cosa un diabetico di tipo 1 si può aspettare oggi, non in futuro. Oggi  il Diabetes Research Institute di Milano sta lavorando in tutte le direzioni: dal capire come funziona il sistema immunitario e cosa succede nel pancreas prima della diagnosi grazie alla rete TrialNet di cui noi facciamo parte – cerchiamo di identificare alla diagnosi i vari sotto-tipi di malattia perché oggi sappiamo che dietro al nome “diabete” si nascondono malattie che si comportano in maniera molto diversa e potrebbero giovare di approcci terapeutici personalizzati (la famosa Medicina di Precisione). Partecipiamo a studi prevenzione e guidiamo studi clinici sperimentali da eseguire al momento della diagnosi o post-diagnosi. Studiamo il “microbioma” per capire come i batteri che colonizzano il nostro corpo possano influire sullo sviluppo e sulla patogenesi di una malattia che vediamo aumentare in maniera preoccupante ogni anno. Sempre qui al DRI cerchiamo di trovare una terapia sostitutiva alla massa beta cellulare: quindi rimpiazzare le cellule del pancreas che producono insulina (che pensiamo oggi vengano distrutte, ma forse non sono tutte eliminate ma alcune un po’ “addormentate”). Quindi lavoriamo con la sostituzione delle cellule beta mediante il trapianto cercando poi di eliminare la  terapia immunosoppressiva dopo il trapianto, oggi un’altra difficoltà che il paziente deve affrontate; oppure provando a sostituire la massa beta cellulare senza immunosoppressione. Poi abbiamo anche una linea di ricerca sulle cellule staminali come nuova possibile fonte di cellule producenti insulina. Infine cerchiamo anche di capire e prevenire le tanto temute complicanze. Tutto questo in un lavoro continuo di stretta collaborazione ed interazione tra ricercatori, clinici ed infermieri del nostro Ospedale e tramite importanti collaborazioni internazionali.

Oggi ti dico che la ricerca è fatta di tantissimi passi, la maggior parte dei quali assolutamente imprevedibile. Ogni passaggio chiave non sai se prenderà una direzione o un’altra, ma i campi di studio e intervento sono talmente tanti rispetto a solo 10 anni fa che le prospettive per una cura del T1D sono sempre più a portata di mano.

Due anni fa il medico diabetologo Aaron Kowalski, Vicepresidente del JDRF, nel corso di una intervista dedicata alla prospettiva della ricerca per la cura e stabilizzazione del T1D accennava allo sviluppo di una terapia tramite l’incapsulamento degli isolotti oltre al pancreas artificiale. Come stanno evolvendo questo progetto?

Una terapia sperimentale denominata Viacyte, che impiega un nuovo sistema simile al “goretex” in cui vengono impiantate cellule di origine embrionale che producono insulina e inserite nel paziente in modo da rilasciare insulina in maniera quasi “fisiologica”. Hanno cominciato a fare i primi test su di una gruppo di pazienti negli Stati Uniti, di cui non sappiamo ancora i risultati- E’ un sistema approvato dalle autorità regolatorie in materia USA (NIH), e noi del DRI all’Ospedale San Raffaele facciamo parte del circuito europeo che avvierà lo studio clinico nel nostro continente  non appena si avrà l’approvazione  il visto da parte dell’autorità regolatoria e dai comitati etici. In  tutto questo c’è una certezza: è una terapia che ha raggiunto il paziente, dobbiamo avere adesso la pazienza di aspettare per capire se funziona.

A proposito di ricerca e sostegno umano, finanziario il professore Giorgio Sesti Presidente della Società Italiana di Diabetologia ricordava come i fondi stanziati per la ricerca sul diabete in Italia siano irrisori, e credo le cose non siano diverse per il T1D. Una maggiore consapevolezza da parte della società e tra i diabetici circa la concretizzazione della parola d’ordine del DRI: “non c’è cura senza ricerca”, come può tradursi in atti concreti?

La mia visione è molto chiara:  si deve mettere il paziente al centro. Questo significa che la ricerca deve sempre guardare al paziente ma anche che il paziente deve essere parte attiva della ricerca:  prima di tutto deve essere responsabilizzato e capire come funziona la ricerca e che impatto può avere sulla propria vita. Dobbiamo quindi appassionare i pazienti in primis – ma tutti in generale – alla ricerca e portarli alla conoscenza delle potenzialità in essa contenute. Come dicevi tu, Roberto, ci sono per esempio le fasce centrali d’età dei diabetici (i giovani adulti) che sembrano non interessarsi per nulla alla ricerca per una cura della loro malattia, preferendo gestirla al meglio ma scordando (o ignorando) che se tutti lavoriamo nella stessa direzione c’è la possibilità di trovare una cura.

Ridare valore alla ricerca ridando valore al paziente. Tutti devono sapere come funziona la ricerca e perché ha bisogno di essere sostenuta dal cittadino, paziente o meno. Sostenere la Ricerca è un investimento fondamentale che dobbiamo fare Tutti  per la salute di Tutti.

Dottoressa il blog Il Mio Diabete nel 2017 compie 10 anni di pubblicazioni, con oltre 4000 articoli e di questi buona parte dedicati alla ricerca per una cura del diabete, accetta l’invito a Bologna per far conoscere nei dettagli il lavoro del DRI eapprofondire gli argomenti trattati in questa intervista, con un evento pensato per il prossimo autunno?

Certo che sì, lo faccio più che volentieri perché le parole non servono a nulla se non sono seguite dai Fatti. Grazie per l’invito.

Quindi ci rivedremo a Bologna, la prima volta del DRI nella città petroniana, ma non solo, perché l’impegno totale a sostegno della ricerca e dei ricercatori non ha confini, fisici e mentali.

L’incontro al DRI con la dottoressa Battaglia ha spaziato oltre i margini dell’intervista, con uno scambio ampia sintonia di vedute che va nella direzione auspicata di far incontrare ricercatori e pazienti per dirigere al meglio gli obiettivi della ricerca. E per concludere la visita ai laboratori dell’Istituto, che meriterebbe un reportage a parte. Una delle più belle giornate della mia vita!

E un appello: diabetici e non sosteniamo con tutti i mezzi il Diabetes Research Institute perché la ricerca siamo noi!

Supporta l’attività di ricerca del DRI con una donazione direttamente a questo link: http://dri.hsr.it/sostienici

Indica SEMPRE nella causale il progetto di ricerca DIABETES RESEARCH INSTITUTE  e riporta i tuoi dati postali per poter ricevere la nostra lettera di ringraziamento e la nostra newsletter con aggiornamenti su attività e ricerca del San Raffaele.


Chi è la dottoressa Manuela Battaglia?

Classe, 1971 , Manuela Battaglia è oggi Vice Direttore del San Raffaele Diabetes Research Institute ( DRI) .

Laureata in Biologia a Milano, Manuela Battaglia ottiene il dottorato in Medicina Molecolare negli Stati Uniti – al Wisconsin Medical College – dove impara a fare ricerca e si appassiona ai modelli preclinici di trapianto (conseguirà un secondo dottorato in Immunologia presso l’Università di Utrecht nel 2014).
Dopo il conseguimento del Dottorato, rientra in Italia per lavorare all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica – centro di eccellenza Italiano – dove inizia la sua carriera focalizzata sulle malattie immuno-mediate e sull’induzione della tolleranza immunologica dopo terapia genica.

Dal 2008 è al San Raffaele Diabetes Research Institute dove – prima come Group Leader poi come capo Unità e dal 2013 anche come Vice-Direttore –si occupa di comprendere l’origine e i meccanismi convolti nell’induzione di malattie immuno-mediate, in particolare del diabete di tipo 1. La Dott.ssa Battaglia crede fermamente nella medicina personalizzata e nella ricerca traslazionale – dove il paziente è sempre messo al centro e rappresenta il fulcro di tutte le sue ricerche.

Attualmente la Dottoressa sta conducendo un progetto sperimentale di terapia cellulare per indurre tolleranza immunologica dopo il trapianto per evitare l’uso dei farmaci immunosoppressivi.

La Dott.ssa Battaglia è uno dei membri del comitato direttivo di TrialNet (un network internazionale di ricercatori – fondato da NIH – focalizzato sulla comprensione, prevenzione e cura del diabete di tipo 1). In passato è stata anche membro del Comitato scientifico della Società Europea dei Trapianti d’Organo (ESOT). Esercita ruoli chiave in molte riviste scientifiche internazionali e serve da revisore scientifico per diverse agenzie di finanziamento internazionali. E’ anche inventore di numerosi brevetti.

La Dott.ssa Battaglia è autore di più di 100 articoli originali su riviste peer-reviewed internazionali e si colloca tra i ricercatori italiani più citati nell’ambito della tolleranza immunologica.


IL TUO 5XMILLE AL SAN RAFFAELE DI MILANO

Devolvi il tuo 5 per mille all’Ospedale San Raffaele: perché al centro della Ricerca ci sei TU. CODICE FISCALE: 07636600962, nel riquadro RICERCA SANITARIA. Non c’è cura, senza ricerca. Non c’è ricerca, senza il tuo 5xmille. Scopri come su http://www.5xmille.org

I risultati degli esami illustrati dal medico diabetologo robot

Daniel Morrow

Naturalmente trattasi di un prototipo, anche se in alcuni casi la cosa potrebbe sembrare reale: la visualizzazione e refertazione dei nostri esami per il diabete spiegati da un medico virtuale su di portale online ti lascia perplesso?

Immaginate come sarebbe diverso se foste in grado di vedere da video un medico che vi spiega i risultati degli esami del sanguea in parole povere, e usando la grafica per confrontare i vostri risultati con i punteggi ideali e sapere i rischi che avete di  subire un attacco cardiaco, ictus o altre gravi condizioni di salute.

Un medico generato al computer, ora in fase di sviluppo, spiega il risultati degli esami di laboratorio del diabete e colesterolo per aspiranti pazienti in video progettato per la visualizzazione su portali elettronici da impiegare in telemedicina.

L’agente sanitario elettronico, come viene chiamato nel progetto in fase di sviluppo- è stato pensato in collaborazione dagli scienziati dell’Università dell’Illinois Beckman Institute per la Scienza e la Tecnologia avanzata. L’obiettivo del progetto è quello di rendere la cartella clinica elettronica più utile e coinvolgente per i pazienti, gli adulti più anziani in particolare con i più bassi livelli di alfabetizzazione sanitaria.

“Il dialogoespresso dall’agente computerizzato è simile a quello che si avrebbe durante una visita medica di routine in ambulatorio”, ha detto il co-autore il Dr. William Schuh, chief information ufficiale medico al Carle. “I video sono destinati a completare, non sostituire, l’interazione medico-paziente, promuovendo la comprensione dei pazienti delle loro condizioni di salute e comportamenti nell’autogestione della cura.”

“Da un lato dello schermo, avete i vostri punteggi dei test incorporati nella grafica, e dall’altro lato, si ha il medico che ti dice che cosa questo significa, ad esempio, ‘è elevato Il colesterolo LDL, e questo non va bene, perché comporta un rischio “, ha detto l’autore, il psicopedagogista Daniel Morrow. “Se nel complesso, i risultati del test indicano un alto livello di rischio per la malattia cardiovascolare è necessario venire a parlare con noi e sviluppare un piano per affrontare questi problemi.”

I portali sanitari per i pazienti sono spesso sottoutilizzati, in particolare dagli anziani, perché questi sistemi tendono a visualizzare i dati e non possono necessariamente fornire chiarimenti o altre informazioni, Schuh ha detto.

“I portali per pazienti hanno davvero un grande potenziale per l’espansione della cura centrata sull’individuo perché forniscono agli assistiti un accesso immediato alle informazioni sul loro stato di salute, trattamenti e farmaci,” ha detto Morrow. “Tuttavia, il modo in cui portali sono in genere progettati rappresenta una sfida per chiunque, ma sono particolarmente problematico per gli adulti più anziani che possono avere meno familiarità con la tecnologia.”

l’alfabetizzazione numerica tende a diminuire con l’età e, facendo tabelle di interpretazione coi dati numerici più impegnativo per gli anziani si può rendere il risultato migliorabile. Alcuni medici hanno anche espresso la preoccupazione che i portali elettronici possono aumentare, piuttosto che diminuire, i carichi di lavoro dei clinici perché alcuni pazienti restano confusi durante la visualizzazione dei risultati e chiamano i loro medici in ambulatorio per avere aiuto nell’interpretazione dei referti, secondo lo studio.

“Perché gli adulti più anziani è spesso dall’auto-gestione delle malattie croniche che potrebbero trarre i maggiori benefici con l’accesso ai risultati dei test e alle informazioni sulla salute e gli aspetti educativo-motivazionali”, ha detto Schuh.

In due studi pilota del progetto, gli adulti più anziani di età compresa 65-89 interpretano i ruoli di pazienti, la visualizzazione o l’ascolto di messaggi in cui l’agente computer spiega ipotetici risultati dei test e i rischi della malattia. In seguito, i pazienti vengono testati sulla livello di comprensione delle informazioni presentate e se hanno trovato il materiale utile.

Un medico in pensione ha registrato gli script per i messaggi del portale paziente e i testi necessari per sviluppare il commento dell’agente computerizzato, inoltre i ricercatori hanno anche esplorato se la sintesi della memoria dei pazienti ricompresa nelle informazioni mediche differiva a seconda che l’agente parlasse con voce naturale o parlato generato dal computer.

La valutazione e analisi sulla capacità dei partecipanti di comprendere e ricordare il contenuto dei messaggi è stata accurata, indipendentemente da quale voce fosse stata impiegata dal computer. I ricercatori hanno trovato che i partecipanti preferivano la voce dal suono naturale.

Morrow ha detto che il sistema ha ancora una lunga strada da fare prima che approdi alla realizzazione nell’impiego quotidiano con i pazienti.

Lo studio e pubblicato sul Journal of Biomedical Informatics.



Cannella può ridurre i danni di una dieta ad alto contenuto di grassi nei ratti

Il 5×1000 destinato a Diabetici Insieme A Bologna – DIA.BO Firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale…” Inserisci sotto la firma il nostro codice fiscale 91391860375.

La cannella può ridurre il rischio di danno cardiovascolare di una dieta ricca di grassi, attivando sistemi antiossidanti e anti-infiammatori del corpo e rallentare il processo di immagazzinare del grasso, secondo uno studio preliminare sugli animali presentato oggi all’American Heart Association’s Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology | Peripheral Vascular Disease 2017 Scientific Sessions.

Nello studio, i ricercatori hanno alimentato i ratti  con una dieta ricca di grassi e integratori di cannella per 12 settimane. Hanno rilevato:

  1. I ratti pesavano meno e con minor grasso della pancia e livelli sani di zucchero, insulina e grassi nel sangue, rispetto ai ratti che non hanno ricevuto la cannella con i cibi ad alto contenuto di grassi;
  2. I ratti alimentati con cannella avevano anche un minor numero di molecole coinvolte nel processo di accumulo di grasso del corpo e più molecole antiossidanti e anti-infiammatori che proteggono il corpo dai danni dello stress.

I risultati suggeriscono che la cannella può ridurre gli effetti di una dieta ricca di grassi, hanno detto i ricercatori.



54 anni di mio diabete

La vita è progresso: nasci partendo da 0 e arrivi a due cifre, le mie oggi sono 54, pari agli anni di vita trascorsi con il diabete tipo 1. Una buona notizia no? Dicevano all’esordio che non sarei arrivato agli 8 anni d’età e a settembre ne faccio 56. Ma sappiamo, come la cronaca e i sondaggi confermano, che le previsioni e probabilità restano indicative.

Il mio diabete si appalesò nel 1963: cominciai con una sola iniezione d’insulina al giorno e senza controlli domestici dello zucchero nel sangue e nelle urine, ma tra l’esordio e fino al 1970 collezionai complessivi 38 mesi di ricovero in ospedale – pediatria.

Una tiritera che creava un atmosfera e ha lasciato il segno. A conferma di un semplice dato di fatto: ogni diabetico, per ragioni molteplici legate a: età della diagnosi, censo sociale, livello d’istruzione, clima familiare, preparazione e accettazione o meno della malattia, ha una evoluzione e crescita con tale patologia propria ed esclusiva. E comunque una predisposizione in generale a viverla in sé e non farne menzione con altri.

Io stesso fino a non molto tempo fa ho conservato un simile comportamento e non biasimo chi della cosiddetta mia categoria lo fa e la ragione è presto detta: tutti dicono di saperne di diabete, hanno qualcosa da dire, salvo poi mettere in evidenza banalità e luoghi comuni. L’elemento più marcato e noto è di fare di tutta un erba un fascio senza saperne una cippa delle differenze tra il diabete tipo 1 e tipo 2 e altre marcature ricomprese all’interno dello stesso 2, per non parlare poi del diabete LADA, Mody e gestazionale e via andare.

Una confusione che parte dalle molteplici sfaccettature mediche a quelle mediatiche e della rete che fanno del diabete una sorta di torre di babele, dove alla fine della fiera prevale e vince l’equazione: ciccione –mangione – diabetico.

Allora un tipo 1 ha due reazioni conseguenti: non smarronarsi con non ci arriva, fare quel che può in proprio perché tra dotti e sapienti poi non ti resta niente tra i denti.

54 anni di diabete – potrei raccontarvi una certezza circa la mia sopravvivenza con la tale patologia: ho avuto un gran CULO. Sì, poiché dall’esordio fino a circa 10 anni fa nessun medico era mai riuscito a tenermi compensata la glicemia. Tant’è che a un certo punto della mia esistenza, tra i 20 e 35 anni d’età smisi di farmi vedere in diabetologia al Policlinico Sant’Orsola – Malpighi di Bologna ovvero dall’anno 1980 sino al 1995.

Pazzo? Lascio a voi il commento. Per quel che mi riguarda riporto sono un passaggio risalente al 1980: Facevi tra mezz’ora e un’ora per espletare la procedura di accettazione, stavi a digiuno per un solo controllo glicemico alle 8 del mattino e se andava bene via a casa, se andava male lo ripetevi verso le 11 fino a buon esito ma senza lettura di diari glicemici o istruzioni utili a migliorare il mio stato patologico.

E anche per quest’anno è andata.



La genetica influenza le nostre preferenze alimentari?

Vi siete mai chiesti perché si continuano a mangiare determinati alimenti, anche se questi non ci fanno bene? Le varianti geniche influenzano il modo in cui facciamo la scelta finale, questa può essere la ragione, secondo un nuovo studio. La ricerca potrebbe portare a nuove strategie per permettere alle persone di rendere i loro regimi alimentari ottimali. 

Silvia Berciano, una specializzanda presso l’Universidad Autonoma de Madrid, presenterà le nuove scoperte nel corso della riunione annuale dell’American Society for Nutrition Scientific Sessions durante l’ Experimental Biology 2017 meeting, che si tiene a Chicago 22-26 aprile.

“La maggior parte delle persone hanno difficoltà a modificare le loro abitudini alimentari , anche se avrebbero interesse a farlo”, ha detto Berciano. “Questo è perché le nostre preferenze alimentari e la capacità di lavorare per obiettivi o seguire delle diete sono influenzati da ciò che mangiamo così da bloccare la nostra capacità di cambiare  regime . Il nostro è il primo studio che descrive come  i geni influenzano il cervello nell’assunzione di cibo e nelle preferenze alimentari in un gruppo di persone sane”.

Anche se la ricerca precedente ha identificato i geni coinvolti in comportamenti osservati nei disturbi alimentari quali l’anoressia o la bulimia, poco si sa su come la variazione naturale in questi geni potrebbe influenzare i comportamenti alimentari in persone sane . La variazione del gene è il risultato di differenze di DNA sottili tra gli individui che rendono ogni persona unica.

Per il nuovo studio, i ricercatori hanno analizzato la genetica di 818 uomini e donne di origine europea e raccolto informazioni circa la loro dieta utilizzando un questionario. I ricercatori hanno scoperto che i geni svolgono un ruolo significativo nelle scelte alimentariee abitudini alimentari di una persona . Per esempio una superiore assunzione di cioccolato e un girovita più grande è stato associato con certe forme del gene recettore ossitocina, e un gene dell’obesità che gioca un ruolo nel consumo di verdura e assunzione di fibre . Essi hanno inoltre osservato che alcuni geni sono coinvolti nel consumo di sale e grassi.

I nuovi risultati potrebbero essere utilizzati per informare sugli approcci di precisione della medicina che aiutino a ridurre al minimo il rischio di una persona per malattie comuni come il diabete, le patologie cardiovascolari e il cancro, adattando la prevenzione e la terapia con la dieta a base alle esigenze specifiche di un individuo.

“Le conoscenze ottenute attraverso il nostro studio spianeranno  la strada a una migliore comprensione del comportamento alimentare e faciliteranno la progettazione di consigli dietetici personalizzati che saranno più permeabili per l’individuo, con conseguente migliore compliance  successo”, ha detto Berciano.

I ricercatori hanno in programma di eseguire indagini simili in altri gruppi di persone con caratteristiche suddivise per etnie così da comprendere meglio l’applicabilità e l’impatto potenziale di questi diversi risultati. Vogliono anche verificare se le varianti genetiche identificate sono connesse con l’assunzione di cibo e legate a un aumentato rischio di problemi nelle patologie o salute.



Buona notizia: la variabilità del glucosio non è associata con lo sviluppo, la progressione delle complicanze microvascolari

Al di là l’influenza della HbA1c, i giorni di  variabilità glicemica non giocano un ruolo evidente nello sviluppo di complicanze microvascolari, in base a una nuova analisi dei dati dal Diabetes Control and Complications Trial (DCCT), pubblicato sulla rivista per Diabetologi Diabetes Care.

“Le analisi attuali differiscono dalle analisi precedenti che esaminano i potenziali effetti della variabilità glicemica, indipendentemente dalla glicemia media, sulle complicanze durante il DCCT , includendo ulteriori valutazioni di variabilità glicemica e profili di glucosio nel più completo processo di controllo attraverso i diversi metodi di imputazione,” John M. Lachin, ScD, co-direttore del Centro di Biostatistica presso la George Washington University di Rockville, nel Maryland, e colleghi hanno scritto. “Anche se le analisi precedenti di questi dati avevano anche mostrato alcuna associazione intra-giorno  nelle misure di variabilità con complicanze a lungo termine, queste hanno sofferto della incompletezza delle grandi frazioni dei profili trimestrali.

Mentre la conformità generale nel DCCT era alta, il completamento delle collezioni dei profili di glucosio in sette punti erano problematiche durante il processo; in ognuno dei sette punti di tempo, tra il 15% e il 18% dei valori di glucosio sono stati dispersi, secondo i ricercatori, anche se praticamente tutti i dati di HbA1c erano completi. In una nuova analisi, Lachin e colleghi hanno applicato imputazione multipla per stimare i valori mancanti nel profilo di glucosio nel sangue sulla base di altre misure in grado di aumentare la validità statistica.

Con l’utilizzo di questi metodi, i ricercatori hanno valutato l’associazione intra-giorno per marcare il glucosio nel sangue e dei suoi componenti con albumina glicata e HbA1c, e l’associazione di ogni dato. con i risultati rispondenti per ipoglicemia e complicanze microvascolari. Le misure di variabilità incluse l’ampiezza intra giorni e media aggiornata (nel tempo) delle escursioni glicemici (MAGE), e M-value e la longitudinale entro intra giorni, tra il giorno e varianze totali. Ricercatori hanno utilizzato modelli proporzionali di Cox per valutare l’associazione di ciascuna misura di variazione glicemico, come variante dipendente dal tempo, con i rischi per la retinopatia e nefropatia, e un modello di regressione logistica longitudinale per valutare alcuna associazione con neuropatia autonomica cardiovascolare.

Dopo aggiustamento per intra giorni del valore di glucosio nel sangue, nessuna misura di variabilità nel corso della giornata è stato associata con qualsiasi retinopatia, microalbuminuria o neuropatia autonomica cardiovascolare.

Solo il M-valore medio longitudinale (nel tempo) era significativamente associata con microalbuminuria quando rettificato per il longitudinale della glicemia media e corretta per test multipli utilizzando la procedura Holm, i ricercatori hanno scritto.

“Nel complesso, le misure della variabilità glicemica sulla base dei set completi trimestrali di sette punti dei dati delprofilo di glucosio  non riescono a fornire la prova forte o coerente che la variabilità glicemica contribuisce al rischio di sviluppo o la progressione delle complicanze microvascolari oltre che la media la media glicemica,” hanno scritto i ricercatori. 



Un passo importante nella ricerca medica sul diabete tipo 1 e altre patologie autoimmuni

Un nuovo approccio cattura le cellule che provocano la malattia immunitaria in vivo, e può essere utilizzato per capire meglio il diabete e altre malattie autoimmuni.

All’inizio dello sviluppo embrionale, il sistema immunitario impara a non attaccare le cellule del proprio corpo. In molte malattie autoimmuni, tra cui il diabete di tipo 1, la sclerosi multipla e l’artrite reumatoide, questa auto-tolleranza è inefficace o invertita in parte a causa delle cellule T canaglia. Tuttavia, può essere difficile accedere e studiare queste cellule T che fanno scatenare le malattie perché solo circa 1 su 100.000 circola nel sangue.
I ricercatori del Harvard John A. Paulson Facoltà di Ingegneria e Scienze Applicate (SEAS) e l’Istituto Wyss hanno ingegnerizzato per tipo biologico il meccanismo imitando l’ambiente che producendo insulina del pancreas viene distrutto nel tipo 1 diabete , potendo così reclutare, isolare e caratterizzare le cellule immunitarie del diabete che causano in un modello murino la malattia. Il team comprende anche ricercatori del Joslin Diabetes Center presso la Harvard Medical School.
Il loro approccio coi biomateriali, pubblicato sulla rivista Diabetes, potrebbe essere la base per gli studi simili in pazienti umani e anche essere utilizzato per indagare le cause di altre malattie autoimmuni .
La classe poco compresa delle cellule T autoimmuni che sono alla base del diabete di tipo 1 si trovano principalmente nel tessuto pancreatico inaccessibile dove devastano piccoli isolotti di cellule beta che producono insulina.
“Abbiamo simulato questi isolotti infiammati delle cellule beta del pancreas con un’impalcatura di biomateriale proprio sotto la pelle dei topi”, ha detto Omar Ali, scienziato nel Technology Team Advanced presso l’Istituto Wyss e co-autore dello studio. “Con la presentazione di antigeni delle cellule beta, abbiamo sperato di usare la base come un trappola autoimmuneper le cellule T, reclutando e catturando le cellule T così abbiamo potuto raccoglierle in vivo.”
Ali ha condotto lo studio con Thomas Serwold, un ricercatore presso la sezione del Joslin Diabetes Center di Immunobiologia.
Per generare il biomateriale che mima il pancreas, i ricercatori hanno infuso componenti biologici provenienti da una linea di cellule derivate dalle cellule beta in una macroporosa impalcatura biodegradabile. Quando impiantata sotto la pelle di un topo diabetico, la trappola recluta cellule T autoimmuni inducendo loro di muoversi attraverso i pori nel suo interno in cui si legano gli autoantigeni che fanno parte del repertorio molecolare delle cellule beta ed espandono il loro numero. Dopo il recupero del ponteggio, le cellule T autoimmuni possono essere facilmente isolate ed esaminate.
“Il nostro studio fornisce la prova di principio che le cellule T autoimmuni intrappolate condividono caratteristiche genetiche e funzionali con le cellule T autoimmuni residenti nell’infiammazione del pancreas, e che anzi possono promuovere il diabete quando trasferito su un topo che non aveva sviluppato ancora la malattia”, aggiunge Ali.
I ricercatori ritengono che attraverso lo sviluppo di sistemi di ponteggio iniettabili analoghi per gli esseri umani possano essere facilmente raccolte attraverso biopsie, così da essere in grado di analizzare ciò che rende le cellule T autoimmuni provocatrici del diabete e che causano geneticamente e funzionalmente diverse reazioni dalle normali cellule T.
“Concetto di base del nostro lavoro potrebbe anche darci una mano su popolazioni autoimmuni di cellule T in altre malattie ed essere usate come un read-out per l’efficacia dei farmaci che possono effettivamente aumentare la tolleranza immunitaria a questi disordini”, ha detto il co-autore David Mooney , Professore di Bioingegneria presso SEAS e membro del Wyss Institute.



L’altra Pasqua

Il controllo remoto consente a chi come me di avere la situazione sotto esame e affrontare le temute condizioni tipiche del traforo appeso dentro le sorprese pasquali e solamente contenute in quei pochi attimi.

La Pasqua e le feste i sentimenti le persone e le cose nel tempo che passa e le di quel che ne rimane di tutto e di niente: cartoline e immagini sbiadite come la roccia resa friabile e bianca, prima fertile poi arida e mutevole con il passare del vento e la calma del tempo.

Il nocciolo magnetico dei sentimenti, il centro della terra, il nucleo della cellula.

La Pasqua nel cortile, la tavola imbandita e la festa è servita

Il totale disinteresse materiale e spirituale del sentimento affettivo il bene dell’altro, il rispetto reciproco, la fedeltà e la lealtà; la comune concezione dei fondamentali principi di interpretazione della vita. La conoscenza reciproca e la condivisione di aspetti intimi e personali del proprio essere, ecco cosa è la festa, la Pasqua, il passaggio e la resurrezione. La solidità del sentimento

Purtroppo molti esseri umani sono soggetti a forti limiti mentali e non hanno quella capacità di analisi che sarebbe bastevole a salvare un rapporto denso di sentimenti. La limitatezza consiste nel pensare che un relazione finita debba travolgere tutto senza lasciare traccia di ciò che è stato; che il rapporto e la persona stessa, una volta amata, apprezzata e stimata, debba essere eradicata dalla propria vita, come un corpo estraneo, per lasciare spazio ad un nuovo sentimento d’amore; quasi che l’uomo non possa avere più sentimenti, senza che essi, si mettano in contrasto tra loro.

Ugualmente, purtroppo, avviene quando una persona amica, con la quale si sono condivisi interessi ed esperienze, accumulando inestimabili preziosità affettive, improvvisamente, a causa di un fatto, di un comportamento non consono alla propria concezione di amicizia, viene cancellata dalla propria vita.

Per molti, purtroppo, i sentimenti e gli affetti, restano delle esperienze consumabili e legate a periodi, circostanze e situazioni, esaurite le quali, muore l’interesse per l’altro.

Si dovrebbe imparare, innanzi tutto, ad individuare quali tra i sentimenti che proviamo, sono anche veri e propri affetti; per quali persone, insomma, proviamo veri sentimenti di amore e/o di amicizia.

Fatta questa operazione profonda, ci accorgeremo che non è affatto frequente la presenza nella vita di sentimenti veri e completi, poiché potremo verificare che tra le persone che noi amiamo o che consideriamo amici, sono veramente rare quelle per le quali il nucleo si è formato.

Sparute, saranno le persone che, spogliate dalle suggestioni dell’amore o dalle stringenti regole dell’amicizia, appariranno a noi legate da reciproca stima, e affetto.

Queste persone, alle quali, che lo vogliamo o no, siamo legati, sono i nostri affetti e rappresentano i soli veri ed autentici successi della nostra vita.

Ognuno dovrebbe prendersi cura dei propri affetti; essi costituiscono la parte più nobile dell’uomo; quella che ci distingue da ogni altro essere vivente.

Difendere e conservare i propri affetti è giusto, e doveroso; non farlo o, peggio, respingerli, è una delle più gravi mancanze che si possano compiere; una di quelle che si rischia di rimpiangere per la vita.



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Diabete

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