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diabete

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Molti diabetici di tipo 1 producono ancora insulina 


L’insulina viene ancora prodotta in quasi la metà dei pazienti che hanno avuto il diabete di tipo 1 per più di dieci anni. Lo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Uppsala, in Svezia è stata ora pubblicata online dalla rivista medica Diabetes Care. Il diabete di tipo 1, una malattia cronica che debutta soprattutto durante l’infanzia o l’adolescenza, si è sempre pensato che provocasse la perdita completa della produzione di insulina nei pazienti. Tuttavia, con l’uso di dosaggi di insulina sofisticati che sono stati introdotti negli ultimi anni, questo è ora dimostrato non essere vero in tutti i casi.

In uno studio dell’Università di Uppsala più di un centinaio di diabetici tipo 1  sono stati esaminati all’Uppsala University Hospital. Quasi la metà dei pazienti adulti che hanno avuto il diabete di tipo 1 da almeno dieci anni ancora producono insulina.

Lo studio ha mostrato notevoli differenze nel sistema immunitario tra i pazienti con perdita completa della loro produzione di insulina e pazienti che ancora producono insulina. I pazienti con residua produzione di insulina avevano molti più alti livelli ematici di interleuchina-35, una proteina anti-infiammatoria, un segnale di recente scoperta del sistema immunitario. Hanno anche molte più cellule immunitarie che producono l’interleuchina-35 e smorzano gli attacchi del sistema immunitario.

Non è ancora noto se i pazienti hanno livelli più alti di interleuchina-35 già al momento della comparsa della malattia, o se tali livelli sono aumentati nel corso degli anni, fermando gli attacchi del sistema immunitario verso le cellule produttrici di insulina come risultato. Un precedente studio dallo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che entrambi i pazienti con nuova diagnosi di diabete di tipo 1 e i pazienti con malattia di lunga data, in media, hanno più bassi livelli di interleuchina-35, rispetto agli individui sani. Il precedente studio ha anche mostrato che lo sviluppo del diabete potrebbe essere impedito, e che il diabete pienamente sviluppato potrebbe essere invertito, con un trattamento tramite interleuchina-35  in modelli animali con diabete di tipo 1.

I risultati del presente studio in Diabetes Care possono aumentare l’interesse a sviluppare l’interleuchina-35 in un farmaco per il trattamento del diabete di tipo 1. La scoperta che quasi la metà dei pazienti con diabete tipo 1 diabete hanno qualche residua produzione di insulina rende anche interessante per lasciare che i pazienti testino nuove terapie che possono indurre la rigenerazione dei restanti cellule che producono insulina. Tale studio è stato avviato dall’Uppsala University Hospital.



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Per un diabete in pompa magna

Essere nella fossa dei leoni è un’espressione o modo di dire della lingua italiana che indica il trovarsi in una situazione o condizione fortemente sfavorevole, delicata, disagiata e rischiosa in cui si è costretti a difendersi e lottare per sopravvivere o far valere i propri diritti di fronte a minacce o vessazioni altrui.

Il motto è una reminiscenza vuoi delle vicende bibliche di Daniele, condannato ad essere divorato dalle fiere ma salvatosi per miracolo, vuoi di un supplizio in uso nell’antica Roma per eseguire alcune condanne a morte facendo sbranare il condannato da animali feroci (damnatio ad bestias).

Per noi diabetici si adatta meglio una variazione sul tema: fossa sì, ma anziché dei leoni dei lemuri.

Poiché a ben guardare c’è da tenere gli occhi spalanchi, tenendo una mano di dietro e una davanti.

A bestia.

Il microinfuso è poco diffuso: una sottospecie di diabetico che, rispetto ai primati tradizionali, ricostituisce e mantiene il cordone ombelicale in età adulta, seppur in forma artificiale, grazie alla cannula che fa da cavo di connessione tra il dispositivo d’infusione dell’insulina e il catetere infilato sottopelle.

Anche se poco diffuso il microinfuso è importante non sia confuso e abbia in sé la conoscenza non solo delle dinamiche insite con la patologia, ma motivazione invereconda nell’aver cura di sé ed essere dotato di una discreta dimestichezza con la matematica: quest’ultima fa e farà la differenza dal momento dell’acquisizione del microinfusore come strumento di elezione per la gestione e trattamento della malattia.

Le difficoltà fanno parte della vita di un diabetico e noi impariamo, in proprio o per derivazione neuronale, a superarle: è solo questione di tempo e tempi. Lo dice e scrive uno come me tardivo nell’evoluzione e scaltrezza del comprendonio ma che alla fine ci è arrivato a comprendere le dinamiche intrinseche al presente patologico. E sottolineo presente poiché chi leggerà tra qualche anno queste riflessione stenterà non a riconoscersi ma più semplicemente a capirci qualcosa.

Per gli amanti dei giochi enigmistici (io non sono tra questi) sarebbe interessante costruire una mappa delle terapie esistenti per la cura del diabete (sia tipo 1 che tipo 2), credo ne salterebbe fuori un mosaico. E il microinfusore rappresenta una opzione e certamente non a portata di mano per tutti i diabetici, non per una questione di soldi ma per un mix di condizioni. Occorre volerlo ed essere motivati sul lungo periodo e saperlo usare.

E prima ancora di saperlo usare il microinfusore occorre sapersi gestire la malattia stessa: come? Ad esempio avendo cura di tenere i dati della glicemia, iniezioni d’insulina effettuate, conta dei carboidrati e saperli interpretare e controllare.

Avere padronanza di queste informazioni consente al diabetico microinfuso di avere il timone del dispositivo e con il monitoraggio continuo del glucosio il cerchio si chiude.

Per un diabete in pompa magna!



Lo stress cellulare aumenta la probabilità di sviluppare malattie autoimmuni

laboratorio

Un team di ricercatori guidato da Marc Veldhoen presso l’Instituto de Medicina Molecular (IMM), Lisboa, ha trovato che lo stress cellulare, migliora l’attivazione delle cellule immunitarie implicate in molte condizioni infiammatorie croniche, aumentando il rischio di malattie autoimmuni.

Lo studio è pubblicato su Cell Reports.

Le cellule T, un tipo di globuli bianchi, possono essere sintonizzate in modalità di attivazione diverse, adattando così le risposte immunitarie per affrontare adeguatamente le infezioni. Tuttavia, alcune di queste modalità di attivazione contribuiscono particolarmente allo scaturire di malattie autoimmuni quali l’artrite, il diabete tipo 1 e la sclerosi multipla.

Il laboratorio di Veldhoen ha studiato le modalità di attivazione delle cellule T per molti anni, ed i ricercatori hanno osservato in precedenza che un particolare stato di attivazione, chiamato Th17, è molto più robusto di altri stati, il che li conduce a ipotizzare che queste cellule sono più resistenti alle condizioni avverse rispetto ad altre controparti di cellule T.

Controllando le condizioni esterne come la pressione osmotica, la concentrazione dello zucchero nel mezzo della coltura, e la pressione di ossigeno, il team ha scoperto che le cellule Th17 sono preferenzialmente generate in condizioni avverse rispetto alle ottimali. Inoltre, utilizzando modelli murini di autoimmunità, Veldhoen e colleghi hanno dimostrato che, se lo stress cella è stato inibito, un numero inferiore di cellule Th17 vengono generate, e gli animali riducono i sintomi della malattia.

C’è stata una crescente attenzione da parte sia delle aziende che del mondo accademico e farmaceutico negli ultimi anni sulle cellule Th17, dal momento che sono implicate in varie condizioni infiammatorie croniche. Infatti, gli studi che interferiscono con la biologia di queste cellule hanno mostrato risultati promettenti per le applicazioni terapeutiche nella psoriasi e l’artrite, per esempio.

Questi nuovi risultati offrono bersagli farmacologici aggiuntivi per ridurre lo stress cellulare nei siti di infiammazione riducendo la generazione di Th17 e conservazione delle altre risposte delle cellule T che possono contenere importanti implicazioni cliniche.



Uromodulina si mostra come una promessa per la stratificazione del rischio, la previsione di malattia renale e aterosclerosi con il diabete tipo 1

SAN DIEGO – In un nuovo studio, i livelli sierici di uromodulina erano fortemente associata al rischio per la malattia del rene incidente diabetica e aterosclerosi coronarica in adulti con diabete di tipo 1.

Bjornstad e colleghi hanno esaminato la relazione tra siero di uromodulina e lo sviluppo di albuminuria (albumina-creatinina urinaria rapporto 30 mg / g), malattia renale cronica (CKD; stimato velocità di filtrazione glomerulare <60 ml / min / 1,73 m 2 ) e calcio arteria coronarica (CAC, il cambiamento nella  radice quadrata trasformato il volume CAC 2,5; valutati da 128-scivolo tomografia computerizzata a spirale) oltre 12 anni nella calcificazione coronarica in uno studio sul diabete tipo 1.

“V’è la necessità di nuovi biomarcatori per predire il rischio di malattie renali diabetica e malattia coronarica mentre la condizione è ancora clinicamente silente”, ha detto Bjornstad.

Egli ha osservato che l’uromodulina – nota anche come proteina di Tamm-Horsfall – è “la proteina più abbondante trovata nelle urine umane” uromodulina è nota per le sue proprietà antimicrobiche, e la ricerca recente ha dimostrato proprietà anti-infiammatorie con un’associazione al il rischio CKD, afferma.

“Il rapporto tra uromodulina e nefropatia diabetica e malattia coronarica nel diabete di tipo 1 rimane poco chiaro”, ha detto.

In totale, lo studio ha incluso 539 adulti con diabete di tipo 1. Al basale, l’età media era di 40 anni, valore intermedio di HbA1c è stato del 7,7% e la durata media del diabete era di 25 anni.

Nel complesso, la progressione CAC è stata osservata nel 49% degli adulti con diabete di tipo 1, incidente CKD a 10,4%, in diminuzione eGFR nel 7% e elevata escrezione di albumina nel 6%, Bjornstad detto qui. Quando i ricercatori hanno stratificato loro analisi della progressione CAC, quelli che avevano una progressione CAC tendevano ad essere più anziani e con inferiore concentrazioni di uromodulina, eGFR inferiore al basale, più alta pressione sistolica e una maggior durata del diabete di tipo 1.

Siero uromodulina al basale era associata a progressione CAC (OR = 0,66; 95% CI, 0,47-0,94), albuminuria incidenti (OR = 0,27; 95% CI, 0,11-0,65) e incidente CKD (OR = 0,39; 95% CI, 0,2-0,76) in modelli aggiustati.

Ogni aumento 1-SD in uromodulina al basale conferito quote inferiori per incidente CKD, incidente elevato albuminuria, declino eGFR rapida e progressione CAC in modelli aggiustati, Bjornstad detto.

Inoltre, quando uromodulina è stato aggiunto al modello di base che includono fattori di rischio tradizionali, come l’età e il sesso, oltre a obiettivi ABC della American Diabetes Association (A1c, pressione sanguigna, colesterolo), Bjornstad ha detto che ha migliorato l’integrazione dei dati (IDI) e riclassificndo correttamente 27% dei casi di progressione CAC e il 24% dei casi di CKD.

I ricercatori stanno attualmente misurando i livelli di uromodulina nelle visite di follow-up per esaminare i cambiamenti longitudinali. Bjornstad e colleghi stanno anche lavorando con il gruppo Diabetes Longevity Study in Canada per convalidare questi risultati in una coorte separata.



Gli effetti degli zuccheri sono diversi sulla salute?

Un recente articolo pubblicato sul Medical Journal of Australia ha scoperto che le bevande analcoliche australiane ed europee contenevano concentrazioni più elevate di glucosio, e meno di fruttosio, delle bevande analcoliche negli Stati Uniti. La concentrazione totale di glucosio di bevande analcoliche australiana è in media superiore del 22% rispetto alle formulazioni degli Stati Uniti.

Si è confrontato la composizione degli zuccheri in quattro popolari marche, commercializzatr a livello globale – Coca-Cola, Fanta, Sprite e Pepsi – utilizzando campioni da Australia, Europa e Stati Uniti. Mentre la concentrazione totali di zucchero non differiva significativamente tra le marche o posizione geografica, vi erano differenze tra i paesi nelle concentrazioni di particolari zuccheri, anche se le bevande sono state commercializzati sotto lo stesso nome commerciale.

Queste differenze hanno effetti diversi sul lungo termine per la la salute che attualmente sono poco chiari. Certo, un consumo eccessivo di glucosio o fruttosio contribuirà a un aumento di peso , che è associato a una serie di condizioni di salute come il diabete di tipo 2 e malattie cardiache. E perché il corpo metabolizza glucosio e fruttosio in modi diversi, i loro effetti possono essere svariati.

Saccarosio, glucosio e fruttosio

Le bevande analcoliche, come vengono chiamati in Australia, o “soda” negli Stati Uniti e “bevande gassate” in Europa, sono non alcoliche, gassate, zuccherate. L’Australia occupa il settimo posto nei primi dieci paesi per vendite di bevande analcoliche pro capite.

Gli zuccheri sono l’ingrediente principale nelle bevande analcoliche e comprendono glucosio, fruttosio e saccarosio. La fonte di zuccheri nelle bevande analcoliche popolari varia tra le regioni a livello mondiale. Questo perché gli zuccheri provengono da diverse colture in differenti aree del mondo.

Le bevande analcoliche in Australia sono principalmente dolcificate con saccarosio dalla canna da zucchero. Il saccarosio, spesso definito come “zucchero da tavola”, è composto da una molecola di glucosio e una di fruttosio unite da legami chimici. Questo significa che la stessa quantità di glucosio e fruttosio vengono rilasciate nel flusso sanguigno quando il saccarosio viene digerito.

Oltremare, bevande analcoliche sono dolcificati con saccarosio ricco di zucchero da barbabietola (Europa) o alto contenuto di fruttosio da sciroppo di mais (Stati Uniti). Lo sciroppo di fruttosio è fatto anche di glucosio e fruttosio, ma contiene un più alto rapporto di fruttosio-a-glucosio del saccarosio.

Hanno diversi impatti sulla salute?

Il consumo eccessivo di fruttosio è noto per contribuire alla steatosi epatica. La malattia del fegato grasso colpisce circa una persona su dieci in Occidente. La steatosi epatica non alcolica è la principale causa di malattia epatica.

Alcuni ricercatori hanno suggerito che troppo fruttosio nella dieta può danneggiare il fegato in modo simile all’alcol. Tuttavia, questo problema è legato all’aggiunta di fruttosio nella dieta, senza fonti naturali. Fonti naturali di fruttosio, come frutta, miele e alcune verdure, in genere non sono troppo consumate e forniscono altri nutrienti importanti, come fibre alimentari e vitamine. Quindi, la frutta in genere non rappresenta un rischio per la malattia del fegato grasso.

Alto consumo di glucosio eleva rapidamente il glucosio nel sangue e di insulina. Questo può influenzare la funzione del cervello, tra cui l’umore e stanchezza . Perché glicemia alta è legata al diabete, il consumo di bevande ad alto contenuto di glucosio può anche aumentare il rischio di diabete e malattie cardiovascolari (cuore).

Tutte le bevande analcoliche sono considerati ad alta densità energetica, povere di nutrienti e un male per la salute. Tuttavia, una delle sfide insite in tale campo è l’incapacità di determinare la dose effettiva di glucosio o fruttosio in queste bevande.

Gli studi che seguono le persone nel corso del tempo, e puntano sul consumo di soft drink e gli effetti negativi sulla salute, sono complicati da non sapere se gli individui in questi studi semplicemente mangiano troppi cibi ricchi di energia, e se il consumo di soft drink coincide con altri comportamenti poveri per la salute. Quindi, sono necessarie ulteriori ricerche per determinare se le bevande analcoliche contenenti diverse concentrazioni di fruttosio e glucosio sono associate a diversi rischi per la salute.

Politiche delle bibite

C’è ancora molto da imparare circa le differenze nella composizione di zuccheri e modelli di assunzione morbida di bevande tra i paesi. Un piccolo numero di paesi, tra cui il Messico e la Francia, ha già implementato la tassazione sulle bevande analcoliche. Resta da stabilire se queste azioni riducono l’incidenza delle malattie quali: obesità, diabete e cardiache.



Scritturiamo la vita

Passiamo i nostri giorni credendo a volte che ciò che ci succede possa essere frutto del caos o di un disegno superiore, come se le nostre azioni non fossero frutto della nostra libertà di scegliere. Questo concetto semplice permette a molte coscienze di sollevarsi dalle colpe quotidiane e dalle cattive azioni: “la vita è ingiusta e io come posso non esserlo?”.

Bene, io non credo sia così. Tolto il resto, fatto da osservatori o al massimo “influenzatori”, sono fermamente convinto che nelle nostre vite siano solo due gli agenti: noi e la morte. Sulla seconda c’è ben poco da dire visto che oltre a non conoscerla non la possiamo prevedere.

La possiamo e la dobbiamo trattare come una nostra pari (una “sorella”, come nel Cantico delle Creature di San Francesco), senza una connotazione negativa e senza inutili fatalismi. In sostanza obbliga le cose ad andare avanti senza se e senza ma, obbliga a muoversi anche quelle pedine che se no rimarrebbero ferme e mescola le carte di un mazzo che altrimenti rischierebbe di essere noiosamente prevedibile.

E al primo posto ci siamo noi. Inutile cercare cause allo scarso successo, alle continue incomprensioni o accampare scuse al fatto che niente migliora: prima dobbiamo guardarci allo specchio e lì troviamo la causa di tutto.

Se non capiamo che noi siamo il motore del nostro cambiamento e gli artefici del nostro successo non possiamo recriminare alla vita di non darci le occasioni, a Dio di non “aiutarci” e alla sorte di non tirarci addosso felicità e successo.

Quando le cose sembrano andare solo male e la nostra vita sembra chiudersi verso un vicolo cieco, dobbiamo aprire gli occhi davanti al fatto che la forza del cambiamento è in noi e che noi siamo i più grandi agenti delle nostre vite.

E fin qui ci siamo. Poi con il diabete vanno fatte un paio di integrazioni: in primo luogo sappiamo e lo impariamo in seguito che dobbiamo fare da soli nel capire come gestire la malattia, una condizione complessa e contradditoria, frustrante per non pochi di noi diabetici.

In secondo luogo è necessario dare gli strumenti al diabetico di qualsiasi età per imparare a gestire la complessità e il principale è rappresentato dall’educazione terapeutica in tutte le sue forme e dimensioni. Senza educazione potrai dargli tutte le meglio tecnologie biomedicali disponibili (sensori, microinfusore), ma a nulla serve poiché il rischio di avere danni e problemi è maggiore del beneficio.

Come la scuola l’educazione terapeutica va vista per gradi e in specie sulla base delle condizioni dei singoli diabetici: non tutti ci arrivano e proprio a tale ragione serve quanto mai una modulazione dei percorsi ragionata in base alle esigenze (sempre facendo riferimento alla fascia adulta della popolazione diabetica).



Come bucarsi? Ce lo spiega la Mayo Clinic e la BD …

Il Corriere della Sera online pubblica un articolo: Diabete, dieci regole (più una) per non sbagliare le iniezioni di insulina, a firma di Elena Meli: come iniettare l’insulina nel modo giusto? Trattandosi di una pratica necessaria più e più volte al giorno, tutti i giorni, le «istruzioni per l’uso» non sono secondarie, soprattutto all’inizio, anche perché gli errori possono compromettere la terapia. Sui Mayo Clinic Proceedings sono state pubblicate le nuove raccomandazioni per una corretta terapia insulinica. Necessarie perché (come spiega il più ampio studio mai condotto sulle abitudini dei diabetici) sbagli e imprecisioni sono all’ordine del giorno: il 65 per cento usa soluzioni di insulina «lattiginose», la metà dei pazienti riutilizza gli aghi per comodità o per ridurre i costi.

Ma c’è di meglio!

La Beck Dickinson – BD ha da poco lanciato una piattaforma di educazione online per noi diabetici proprio sull’iniezione d’insulina: come farla e prevenire complicanze o problematiche varie col diabete derivate dal malassorbimento del farmaco iniettato.

Una risorsa potente da impiegare per farci del bene e vivere al meglio la vita con il diabete!



Le imminenti novità di Medtronic per noi diabetici

Medtronic, il leader globale nella tecnologia medica, ha annunciato ieri il proprio programma di sessioni di rilievo che saranno presentate in occasione della 77 ° Sessione Scientifica della American Diabetes Association, a San Diego, Giugno 9- 13. Una parte significativa dei dati scientifici presentati si concentra sui sistemi a pompa di insulina di Medtronic, compreso il sistema MiniMed (TM) 670g, sistema a circuito chiuso primo ibrido al mondo, che sarà disponibile in commercio questo mese. I dati saranno presentati anche su App Sugar.IQ (TM), basato su tecnologia IBM Watson, che gestisce il controllo del glucosio nei pazienti seguiti nelle cliniche Diabeter nei Paesi Bassi.

Scienza cognitiva

” Sugar.IQ (TM) Approfondimenti: un innovativo modello personalizzato di apprendimento automatico per la gestione del diabete ” – presentazione orale del Dr. Huzefa Neemuchwala Sabato 10 giugno dalle 8:30-08:45

La Medtronic mostrerà il nuovo e più avanzato sensore che soppianterà Enlite 2, il (TM) Enlite Guardian 3.



Quando si fa bene i risultati ci sono

Sabato 20 maggio scorso a Milano ho partecipato all’evento “Le nuove tecnologie nella gestione della patologia diabetica e l’educazione terapeutica”- promosso da “CLAD – Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici”, argomento al centro dell’iniziativa: educare la persona con diabete a una corretta autogestione della malattia anche con i nuovi sistemi di monitoraggio FLASH della glicemia che saranno presto offerti gratuitamente dal Sistema sanitario regionale ad un’ampia fascia di diabetici, coloro che fanno terapia con iniezioni multiple d’insulina (diabete tipo 1 in specie). L’evento, realizzato grazie al contributo non condizionato di Abbott, ha permesso di fare il punto sui recenti sviluppi della riforma del sistema sanitario regionale che sta liberando risorse da investire nell’innovazione tecnologica. Un’occasione di confronto diretto tra pazienti ed esperti della patologia diabetica per approfondire gli aspetti legati al monitoraggio glicemico come vero e proprio strumento terapeutico. Il diabete è decisamente una patologia ‘sociale’: ne soffre il 5,4% degli italiani, ossia oltre 3,27 milioni di persone – a cui va aggiunto circa 1 milione di persone che non sanno di avere la patologia. In Lomardia soffrono di diabete 550mila persone, pari a un sesto del totale dei diabetici italiani. Inoltre, è tra le regioni in cui è più elevato il numero di persone con diabete che vengono ospedalizzate.

“Grazie a un dialogo aperto e costruttivo tra il Coordinamento delle Associazioni Diabetici Lombarde e le Istituzioni, in questi anni molto è stato fatto per venire incontro alle necessità delle persone affette da diabete – ha spiegato  Maria Luigia Mottes, Presidente CLAD – Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici e Presidente Associazione Diabetici della Provincia di Milano Onlus – Con le Istituzioni regionali condividiamo l’obiettivo di un miglioramento continuo dell’offerta di assistenza: in quest’ottica, viviamo un momento di dialogo estremamente positivo in cui la Regione si è impegnata a reinvestire i risparmi derivati da altre voci di spesa nell’innovazione tecnologica”.

In arrivo buone notizie quindi per i pazienti diabetici lombardi. Come recentemente anticipato dall’Assessorato al Welfare, entro la fine di maggio verrà presentata alla Giunta una delibera che disporrà offerta gratuita del sistema di monitoraggio FLASH della glicemia ad ampie categorie di pazienti diabetici che seguono un regime di insulinoterapia intensiva, pompa insulinica esterna o terapia multi-iniettiva. Il sistema FreeStyle Libre è in grado di fornire un quadro completo del profilo glicemico evitando la necessità di pungere il dito più volte al giorno. Si tratta di un sistema di monitoraggio della glicemia basato su un sensore, da indossare sul braccio, grande come una moneta da due euro, che misura costantemente i livelli di glucosio nei fluidi interstiziali. È progettato per rimanere applicato al corpo fino a 14 giorni e viene già utilizzato, a titolo privato, da persone affette da diabete che così evitano di pungersi più volte al giorno.

“Il Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici ha promosso un sondaggio direttamente tra i pazienti sulla loro esperienza di utilizzo del nuovo sistema per il monitoraggio continuo della glicemia – ha aggiunto Mottes – I risultati sono rientrati nella valutazione complessiva di questa tecnologia effettuata dalla Commissione Tecnologie Emergenti della Lombardia che si è espressa positivamente in merito alle possibilità di utilizzo nel contesto del Servizio socio-sanitario Lombardo”. L’indagine promossa dal CLAD – che riunisce e coordina 41 tra associazioni e sezioni territoriali che rappresentano i pazienti diabetici in Lombardia – ha raccolto l’esperienza di 529 pazienti diabetici che effettuano il monitoraggio glicemico con Freestyle Libre. I risultati sono stati estremamente positivi: le persone che utilizzano il sistema FreeStyle Libre di Abbott si controllano di più (mediamente 15 volte al giorno), sono in grado di gestire meglio e con più responsabilità la malattia diabetica, migliorano il controllo metabolico (nel 75% dei casi) e la qualità di vita (valutazione molto positiva di 4,5 su una scala di 5). Tutto questo può tradursi in una riduzione delle complicanze a breve e a lungo termine e quindi anche dei costi per il Servizio sanitario.

“Alla luce della chiara correlazione tra l’autocontrollo e il compenso glicemico, rendere più semplici e discrete le operazioni quotidiane di monitoraggio della glicemia rappresenta un fattore importante per supportare e motivare chi purtroppo già in giovane età si trova a confrontarsi con una malattia cronica – ha sottolineato Patrizia Pappini Oldrati, Vicepresidente CLAD – Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici e Presidente Associazione SOStegno70, Insieme ai bambini con diabete Onlus -. Nel diabete il paziente ha un ruolo di protagonista assoluto nella cura, perché è necessario il suo coinvolgimento attivo nella gestione della malattia: responsabilizzare all’uso della tecnologia con adeguatezza e continuità – come appunto è nel senso di questo incontro promosso dal nostro Coordinamento – porta a modificare gli esiti stessi della malattia, evitando o diminuendo crisi ipo- e iperglicemiche che possono avere conseguenze anche gravi”.

In conclusione la conferenza è stata un successo sotto tutti i punti di vista: con la partecipazione di 300 diabetici e una sala piena in ogni ordine di posto, relatori importanti chiari ed esaustivi nelle tematiche riposte al centro tra cui Giuseppe Lepore, Presidente SID – Società Italiana di Diabetologia, Lombardia, Emanuele Bosi, Professore di Endocrinologia, Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore Dipartimento di Medicina Interna, Diabete e Endocrinologia, IRCCS Ospedale San Raffaele e Giulio Frontino, Pediatra diabetologo, IRCCS Ospedale San Raffaele. E con una copertura mediatica completa. Quando si coniuga tecnologia e terapia con le novità l’effetto positivo è assicurato e la risposta della comunità si vede.



Un semplice passo per proteggere le persone con diabete di tipo 1 nei confronti delle malattie cardiache


Una ulteriore iniezione di insulina tre ore dopo aver mangiato ha dimostrato di proteggere le persone con diabete di tipo 1 dalle malattie cardiovascolari – la principale causa di morte tra le persone con tale  condizione.Un piccolo studio clinico preliminare pubblicato su  Diabetes and Vascular Disease Research. La ricerca ha trovato un  passo facile chepermette alle persone con diabete di tipo 1 di regolare meglio il loro livelli  glicemici . Fondamentalmente, si riducono anche i marcatori di grassi e infiammatori nel sangue che possono danneggiare i vasi sanguigni e favorire le malattie cardiache. Le persone con diabete di tipo 1 hanno fino a dieci volte più probabilità di soffrire di malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione generale, e i report sulla condizione per più della metà di tutti i decessi appartengono a questo gruppo di pazienti.

Il team sta ora cercando di continuare con una prova più grande ed estesa sulla popolazione sofferente di T1D adulta, per un periodo più lungo a guardare la salute dei vasi sanguigni e il controllo del diabete.

Nel Regno Unito, la maggior parte delle persone con diabete di tipo 1 regolano i loro livelli di zucchero nel sangue, iniettando l’insulina per tutta la giornata. La dose dopo i pasti è di solito calcolata dalla quantità di carboidrati nel pasto. Ma questo non tiene conto di quanto grasso c’è nel cibo, che è ripartito nel corpo a un ritmo più lento dei carboidrati.

Il co-autore dello studio, il dottor Matthew Campbell dall’Università Metropolitana di Leeds, ha spiegato: “Molte persone con il diabete di tipo 1 lottano per regolare i loro livelli di zucchero nel sangue coi pasti, in quanto il contenuto di grassi nella loro alimentazione viene metabolizzato dopo che la dose standard  iniettata di insulina ha perso la sua potenza o. On è sufficiente con una dieta tipica del Regno Unito ad alto contenuto di grassi, e il più lento metabolismo dei lipidi   può portare ad innalzare di molto la glicemia sulla distanza di sei è più ore  – con rischio di iperglicemia – e livelli anche più elevati di grassi e marker infiammatori in nel sangue, che aumentano il rischio di malattie cardiovascolari “.

Il piccolo trial tenuto presso il Clinical Research  NIHR di Newcastle ha coinvolto dieci uomini con diabete di tipo 1 a cui sono stati dati tre pasti con identico contenuto di carboidrati  e  proteico. Uno dei pasti ha avuto un basso contenuto di grassi e due con un alto contenuto di grassi . Con il pasto a basso contenuto di grassi, ai volontari è stata somministrata una dose di insulina  normale, calcolata con i livelli di carboidrati nel cibo. I volontari hanno fatto lo stesso dopo un pasto ricco di grassi, ma con l’altro, hanno anche somministrato un ulteriore iniezione di insulina, un terzo della dose originale, tre ore dopo aver mangiato. I campioni di sangue sono stati prelevati per le analisi ogni mezz’ora, fino a sei ore dopo aver mangiato.

Il team ha scoperto che dopo il pasto ad alto contenuto di grasso  e l’iniezione di insulina normale, zucchero, grassi e marker infiammatori nel sangue si sono  elevati significativamente sei ore dopo aver mangiato. Tuttavia, quando il colpo d’insulina supplementare è stata preso, l’analisi del sangue ha mostrato livelli normali di zucchero, marcatori di grassi e infiammatori, simili a dopo il pasto con basso contenuto di grassi.

Co-autore, il dottor Daniel West, della Newcastle University, ha detto: “Migliorare lo zucchero e livelli di grassi nel sangue dopo aver mangiato è importante per la salute a lungo termine del cuore e  dei vasi del sangue  Ma il calcolo della dose da iniettare di insulina dose solo basata sui carboidrati. La cosa è chiaramente troppo semplicistico: la maggior parte delle persone mangiano pasti che comprendono troppi grassi e proteine.”

Il Dr Campbell ha aggiunto: “I nostri risultati mostrano che, dopo un pasto ricco di grassi, una dose extra di insulina fornisce un modo molto semplice per  regolare sia i livelli di zucchero nel sangue a breve termine che proteggere contro i rischi a lungo termine di malattie cardiovascolari. Siamo convinti che il consiglio dato alle persone con diabete tipo 1  ha bisogno di essere aggiornata per tener queste nuove informazioni in considerazione “.

Il team britannico invita la gente a consultare un medico prima di modificare le  loro iniezioni di insulina. 



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Diabete

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