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Terapia e tortura

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Prima di entrare nel vivo del contributo odierno una premessa importante per tentare di far capire il contesto del discorso: i diabetici, sia come concetto sociale che scientifico medico, non esistono. Esiste il diabetico, punto. Per un insieme di ragioni ciascuno è un pezzo unico anche con tale patologia, il diabete tipo 1, non solo per il patrimonio genetico e cellulare, le interazioni del sistema immunitario e metabolico, la flora intestinale, ma per il contesto, epoca e sfondo socio-economico culturale, basi educative del singolo e soprattutto del nucleo famigliare (madre padre tutor) al momento dell’esordio della malattia e nei successivi due anni di vita con la medesima. Quindi troviamo chi ha 50 anni di vita con il diabete tipo 1 e sta divinamente, chi sta bene, chi sta, chi non sta tanto bene, chi non sta bene, chi sta male, chi sta malissimo e chi non c’è più. Un poco di ironia per non tediare con la solita elencazione di complicanze, comorbilità e altro ancora.

Detto tutto questo vengo al tema.

Quando la cura si fa tortura: come ho avuto modo di scrivere nella pagina di questo blog “Vivo con il diabete” la malattia mi fu diagnostica nel 1963 ed avevo un anno e otto mesi di vita, e a partire da quel momento sino al 1970 ebbi un totale di ricoveri ospedalieri in pediatria pari a due anni e sei mesi per le consuete cause del diabete (coma ipoglicemico, chetoacidosi e iperglicemia, convulsioni). All’epoca lo sfondo diagnostico e terapeutico non andava per il sottile, anzi stava sul grosso. E così ogni giorno di ricovero il sottoscritto veniva sottoposto a quattro prelievi del sangue al giorno dal braccio, polso o altra parte del corpo, con aghi spessi come chiodi e senza anestesia locale nel punto soggetto a prelievo. Per non parlare poi dei raggi X ai reni, in quei anni un must di autentico godimento: la preparazione era simile a quella oggi praticata per la colonscopia e al momento dell’effettuazione della radiografia venivi tenuto fermo da due infermieri perché da un lato una specie di morsa schiacciava il ventre per poter meglio effettuare i raggi e contestualmente veniva iniettato in vena un reagente.

Grazie a questi anni di torture psicofisiche superai l’agofobia.

Ma in compenso imparai molto presto che i bambini non sono tutti trattati allo stesso modo, come anche oggi del resto. Nel mentre abbiamo la sanità pubblica suddivisa per regioni e USL, fino a prima del 1979 esistevano le mutue, ovvero enti parastatali per l’assistenza sanitaria suddivisi per corporazioni professionali e di mestieri. I poveri e disoccupati venivano seguiti dagli ECA, Enti Comunali di Assistenza. Bene fino ai 18 anni io ero in carico ai miei genitori i quali avevano come mutua l’INAM, quella per intenderci degli operai e braccianti ma anche dei preti. Ed ognuna di queste aveva delle differenziazioni anche di sostanza. Ad esempio l’ENPAS passava ai bambini l’anestesia locale per prelievi e simili.

Insomma lasciando perdere concetti giuridici, politici, filosofici e teologici il dato di fatto e molto semplice: nella giungla umana vince chi è pronto di riflessi, pertanto ricordatevi di farvi fare il test di Mengazzini e altre prove neurologiche di tanto in tanto.

La vita è unica e tranne l’esito finale non è uguale per tutti, affatto.



Controllare la glicemia senza bucarsi le dita

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IMPORTANTE AVVERTENZA: Siccome le aspettative verso un controllo non doloroso e non invasivo dei livelli di glucosio nel sangue per noi diabetici, specie tipo 1 e giovani, sono molto elevate ed esistenti da tempo occorre fare una serie di precisazioni importanti circa questa tecnologia. Innanzitutto sono diversi le prove fatte per testare la glicemia con tecnologia ottica e laser e tutte si sono dimostrate inaffidabili e inefficaci. Poi per quanto riguarda questo Epic non si ha traccia di studi avvalorati da istituti scientifici o a livello accademico/universitario. Appare come un tecnica uscita dal capello a cilindro. L’unica cosa certa e positiva è che per la fine di quest’anno sarà disponibile per il download gratuitamente, ma a ben pensarci c’è il suo perché. Non avendo fatto test diffusi e noti nei fatti scaricandola chi la userà sarà un tester reale della tecnologia, e si capirà da lì se è un ennesimo “Epic failure” (fallimento epico) o cosa. 

La prima applicazione per il diabete al mondo che sarà in grado di controllare i livelli di glucosio senza bisogno di forare la pelle per estrarre il sangue

La prima applicazione sanitaria che potrebbe monitorare i livelli di glucosio della gente senza forare la pelle – uno sviluppo che è stato descritto come il ” sacro graal ” nella cura del diabete.

L’app Epic potrebbe anche aiutare le persone a scoprire se sono a rischio di sviluppare il diabete e hanno bisogno di modificare lo stile di vita per evitare che questo diventi realtà.

Gli utenti saranno in grado di scoprire come vari tipi di cibo influenzano il loro metabolismo; per esempio, che cosa una lattina di coke farà sui loro livelli di zuccheri o frequenza cardiaca, oppure come un piatto di broccoli aiuta ad abbassare la pressione sanguigna.

Sarà anche possibile vedere come l’esercizio fisico o gli integratori influenzano i valori vitali base. Gli utenti dovranno solo mettere un dito sulla lente della fotocamera del loro smartphone, ha dichiarato la ditta londinese.

Sono state prese una serie di immagini ravvicinate che mostrano con precisione le informazioni sul flusso sanguigno dell’utente. Questi vengono poi inviati al cloud per l’analisi e possono fornire risposte su tutti i tipi di informazioni vitali – dalla frequenza cardiaca alla temperatura alla pressione sanguigna.

Può anche fornire informazioni alle persone sulla loro respirazione e la saturazione dell’ossigeno del sangue. Il SMBG (glucosio nel sangue auto-monitorato) è raccomandato per tutte le persone affette da diabete e i benefici clinici sono ampiamente accertati.

Gli sviluppatori dicono che l’applicazione sarà disponibile da scaricare – gratuitamente – sugli smartphone Android e iOS alla fine di quest’anno.

Che dire? Aspettiamo la fine dell’anno per testarla, ma intanto siccome di pacchi e simili abbiamo vasta esperienza, continuiamo ad usare glucometri tradizionali e sensori.



Insight

Affrontare la vita con leggerezza

Il diabete tipo 1 nella media è un qualcosa che pesa oppure cosa? Domandona vero! E sorge per un semplice fatto: venendo a mancare dati strutturati e affidabili sulla condizione diabetica di tipo 1 in Italia si naviga a vista, con livelli approssimativi circa l’effettivo impatto della patologia sulle persone e sistema sanitario.

Sui numeri si gioca spesso e volentieri, un dato secco: in Italia come per buona parte dei paesi europei manca il registro per la patologia diabetica, strumento che, se ci fosse, servirebbe non solo per il censimento sanitario della popolazione con questa malattia, ma anche per condurre analisi e ricerche per la cura, le criticità e problematiche che tale fenomeno porta nella salute della popolazione.

E allora si ha solo una percezione del problema, di quanto siamo e come stiamo.

I social network, e Facebook in particolare, sembrano fornire uno riscontro sullo stato d’animo dei diabetici, seppur preso con le pinze e guardato con attenzione,

Da “ Insight” il tool di amministrazione della pagina di questo blog sul predetto social network dai cui si estraggono i dati sull’interazione dei profili con Il Mio Diabete si ha una campionatura piuttosto chiara di come si approcciano e vivono la malattia i diabetici tipo 1 e una quota parte dei tipo 2

Quanto emerge è un scenario variabile tendente al bello dalle circa 35000 interazioni quotidiane sulla pagina.

Praticamente il 90% dei diabetici non ha problemi con la malattia, o non li avverte, tra i due tipi il 2 è quello più preoccupato circa il proprio stato e l’evoluzione della condizione.

Il 10% di coloro che avvertono difficoltà o stanno male a causa del diabete sono ripartiti al loro interno tra origine mentale del malessere, la preponderante, e carnale in ultimo grado.

Certo la scientificità di queste rilevazioni non attendibile ma rappresenta comunque sempre un indicatore da non trascurare se comparato con i risultati prodotti da studi e analisi comprovate e testate a livello transnazionale.

In conclusione il “popolo diabetico” dei social vive bene la malattia e siccome la buona parte di questa popolazione ha meno di 40 anni d’età il valore del risultato è ancora più incoraggiante e pesante per la sua portata complessiva.

È evidente che i livelli di autarchia gestionale della malattia coniugati con un quadro patologico buono rendono bene in termini di condizione di salute.



Ciro una volta

C’era una voglia e adesso non c’è più: quella di impegnarsi per un obiettivo, un qualcosa da raggiungere nella vita per migliorarsi e migliorare gli altri, anche quanto ci circonda. Forse le vogli cambiano oppure semplicemente svaniscono grazie al venire meno delle aspettative rimaste schiacciate tra illusioni e delusioni.

Le favole, semplici lezioni di morale comune, quelle sono svanite da un po’, tra la merceologia del moderno, innovativo che poi così nuovo non mi sembra.

La neuropatia autonomica pone dei problemi fisiologici non più rinviabili, tra qui

alterazioni cardiovascolari

ipotensione ortostatica, quindi un calo pressorio passando dal clinostatismo all’ortostatismo

tachicardia a riposo

allungamento del tratto QT all’ECG che predispone all’insorgenza di aritmie o alla morte improvvisa

alterazioni gastrointestinali

ritardato svuotamento dello stomaco

difficoltà a defecare

gastroparesi

alterazioni urologiche/genitali

disfunzioni vescicali, difficoltà a orinare

vescica neurogena

Oltre ad essere questioni molto critiche per l’organismo sono, senza tante finezze letterarie, una gran bella rottura di coglioni. Ma state sereni: non sono per tutti ma per pochi eletti diabetici tipo 1 e comunque ai giovani adulti non interessano.

Ma occorre avere consapevolezza in quanto, tranne il solito mantra del buon compenso glicemico, rimedi terapeutici non esistono.

E così, indipendentemente da come andranno le cose da qui al prossimo novembre 2017, per l’iniziativa finale in occasione dei 10 anni del blog, dopo comincerò col prendermi un periodo sabbatico da buona parte degli impegni presi con la realtà diabetica, tranne che per la gestione del blog medesimo.



Elogio della lenticchia

«Le lenticchie sono la vita.»

Proverbio indiano

tradizionalmente una zuppiera di lenticchie troneggia sulla tavola di Capodanno affinché l’anno sia prospero. Un’abitudine radicata nell’antica consuetudine di offrire una borsina piena di questi legumi, con l’augurio che ognuno di essi si trasformi in una moneta.

Il denaro non fa la felicità (o quasi), e perché mai allora includere le lenticchie tra i nostri «alimenti che rendono felici»? Innanzitutto perché racchiudono qualità nutritive eccezionali per la salute.

E poi perché, come tutti i legumi, le lenticchie sono un’ottima alternativa ai prodotti di origine animale per l’apporto di proteine, a patto di consumarle insieme a cereali.

E diventa necessario per la salute, ma anche per l’ambiente, ridurre il consumo di carne. Inoltre mangiare lenticchie fa bene all’agricoltura, in quanto sono un vero e proprio «concime verde», in grado di fertilizzare in modo naturale il terreno, e sono molto utilizzate per la rotazione delle colture.

Questo legume «vivo» (dato che lo si può far germogliare) racchiude un cocktail di nutrienti importanti. È infatti tra i legumi più ricchi di proteine, quindi l’alimento perfetto per i vegetariani.

Ma se la presenza di proteine è elevata, esattamente come per carne e pesce, gli amminoacidi essenziali sono rari. Per questo motivo i legumi vengono spesso associati a cereali ricchi di queste sostanze: il couscous con i ceci in Africa settentrionale, i fagioli rossi e il mais (o la quinoa) in America del Sud, le lenticchie e il riso in India.

Solo la soia contiene naturalmente le proteine e gli amminoacidi essenziali. Per bilanciarne l’apporto, alle lenticchie potete aggiungere noci o semi. Le lenticchie sono ricche di ferro, diventando così una validissima scelta per i vegetariani, ma anche per chi soffre di affaticamento dovuto all’anemia, sebbene il ferro dei vegetali venga assorbito dall’organismo in misura minore rispetto a quello di origine animale.

Che siano verdi, corallo, bionde o brune, le lenticchie sono sempre un tesoro di minerali: ferro (3,5 milligrammi per 100 grammi), magnesio (30-50 milligrammi per 100 grammi), potassio, rame, manganese, selenio, vitamine A, C (che scompaiono in cottura) e soprattutto vitamine B (B1, B3, B5, B6 e B9), eccellenti per il cervello. Tra l’altro, le lenticchie hanno un tasso record di fibre, che regolano il transito intestinale.

Sono inoltre eccellenti spezzafame, in quanto si imbevono di acqua nello stomaco, donando una sensazione di sazietà e riducendo l’appetito. Con un IG molto basso –circa 25 per le lenticchie e 80 per le patate –questo legume è l’alleato dei diabetici e delle persone in sovrappeso.



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Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti!
Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete – se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007).

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