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Glucagon-like peptide 1 receptor

Tra cazzeggio e carteggio

Oggi e domani chi scrive tratterà di due argomenti molti stringenti nella vita quotidiana dei malati di diabete, come di qualsiasi altra patologia e degli ipocondriaci, occupanti abusivi di spazio pubblico dedito all’assistenza sanitaria.

Quella branca della medicina che rientra sotto la specializzazione di Diabete Endocrinologia e Malattie del Ricambio è oggi sempre più assorbita da pratiche legali che cliniche e diagnostiche.

Tra insulina Tresiba e altre tipologie in arrivo, poi metformina, sulfoniluree, inibitori DPP-4 e GLP-1 agonisti dei recettori – farmaci per il diabete tipo 2 – i piani terapeutici personali sono all’ordine del giorno per lo specialista.

Stante il fenomeno epidemiologico di massa che riveste il tipo 2 come il prediabete e sindrome metabolica – anticamere del diabete di massa con 5 milioni di colpiti in tutta la penisola, questi malati che sono trattati o con dieta, o pastiglie, o pastiglie combinate con insulina, vengono presi in carico dai medici di medicina generale di base che nelle USL hanno la delega a seguirli.

Ma per i diabetici che fanno terapia, ad esempio, con gli inibitori DPP-4 occorre il piano terapeutico personale il quale può rilasciarlo solo il medico specialista (diabetologo), tale atto ha sei mesi di validità e il farmaco appartenente alle predette categorie viene fornito solo dalla farmacia ospedaliera della USL. Pertanto succede che il paziente ogni sei mesi deve fare la trafila medico di base > consulenza diabetologica, e naturalmente ogni tre mesi andare in farmacia a farsi dare il farmaco.

Finché un soggetto è autosufficiente si fa, ma se non è così?

L’Italia è il paese dove si parla di tutto, si straparla da sempre e un delle frase fatte più usate è: la sanità vicina ai bisogni del cittadino. Occorre capire quale.

Il diabete è una malattia per vecchi: il 60% dei tipi 2 ha oltre 65 anni e di questi il 30% non è autosufficiente, allora qualcuno deve provvedere alla fascia fragile?

Senza tante astrazioni un esempio l’ho in casa: il suocero di 90 anni, una sorta di “paziente inglese”, deve fare ogni sei mesi la trafila predetta, un impegno e carico funzionale tutto sulle spalle della mia compagna.

Perché se ne frega di queste situazioni e invece di fare castelli di carta da manifesti dei diritti del diabetico, carta di Sant Vincent, piani nazionali, regionali, provinciali, comunali e frazionali che poi non semplificano la vita delle persone, soprattutto di coloro che non ce la fanno, si utilizzano mezzi e risorse, ad esempio per decentrare ste operazioni nelle case della salute. E non parlo di telemedicina perché per i medici è un tabù.

E non oso immaginare quando i “baby boomers” ovvero i nati tra fine anni 50 e inizio anni 60 come me, si troveranno nelle condizioni del “paziente inglese”: stante la situazione attuale non ci resterà che il suicidio assistito.



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Tripla terapia migliora la glicemia nel diabete di tipo 1

Nitesh D. KuhadiyaBOSTON – La combinazione di insulina, un agonista del recettore GLP-1 e un inibitore SGLT-2 ha migliorato significativamente la glicemia nei pazienti con diabete di tipo 1, in base ai dati più recenti presentati nel corso della 75a Sessione Scientifica dell’American Diabetes Association.

Tuttavia, i ricercatori hanno avvertito di un possibile rischio di chetoacidosi diabetica.

Nitesh D. Kuhadiya, MD, MPH, della State University di New York a Buffalo, e colleghi, hanno condotto un’analisi retrospettiva di 10 pazienti in materia di monitoraggio continuo del glucosio trattati con insulina, Victoza (liraglutide, Novo Nordisk) e Farxiga (dapagliflozin, AstraZeneca ). Al basale, i pazienti stavano ricevendo liraglutide aggiunta alla terapia insulinica per 11 mesi (in media HbA1c, l’8%, l’età, 56 anni significativa; età della diagnosi di diabete, 29 anni significativa; BMI medio: 29 kg / m2). Dapagliflozin 5 mg al giorno è stato aggiunto al basale e aumentato a 10 mg a 1 settimana.

Al termine di 12 settimane di terapia tripla, i pazienti hanno visto riduzioni di HbA1c media (0,66%, p = 0,0004); livello medio di glucosio (28 mg / dL, p = 0,016); peso corporeo medio (2 kg, p = 0.02) e ‘BMI medio (1 kg / m2, p = 0.02). La dose totale di insulina era 0,7 u / kg al giorno ed è rimasto invariato rispetto al basale. I pazienti hanno registrato un aumento dell’11% del tempo trascorso nel target glicemico con una gamma di 70 mg.dL a 160 mg / dL, mentre il tempo trascorso con i livelli glicemici superiori a 160 mg / dL è diminuito del 13% (P <.05 per entrambi). Nessuna ipoglicemia addizionale è stata osservata (<70 mg / dL).

La chetoacidosi diabetica è stata osservata in un solo paziente, il quale ha mantenuto le normali concentrazioni di glucosio nel sangue entro 48 ore con un aumento della dose di dapagliflozin 10 mg; la dose di insulina di questo paziente era stata ridotta di 0,45 U / kg a 0,39 U / kg (dose totale: 32,9-28,5 unità).

“L’uso di entrambi: liraglutide  e dapagliflozin,  è considerato off-label, al momento attuale, e quindi dovrebbe venire utilizzato solo da un endocrinologo esperto in grado di titolare con attenzione le dosi di insulina, in particolare nei pazienti con diabete di tipo 1 “, ha detto Kuhadiya. “Dobbiamo anche stare attenti a rischio di euglicemia con chetoacidosi diabetica perché  Farxiga riduce anche gli zuccheri nel sangue, ma potrebbe aumentare la chetoacidosi diabetica poiché il fabbisogno di insulina condizionerebbe  la discesa a quel livello critico di 0,5 unità / kg di peso corporeo e seguito. A quel livello gli zuccheri nel sangue potrebbe essere ancora andare bene perché non hanno bisogno di tanta l’insulina, ma è necessario almeno questa quantità per spegnere il processo di chetogenesi “.

Diabete

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