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Una cifra mostruosa

Diabete tipo 2. La prevalenza complessiva del diabete tra gli adulti in Cina ha raggiunto quasi il 11%, e la prevalenza di pre-diabete ha raggiunto quasi il 36% nel 2013, secondo i risultati del sondaggio rappresentativi di quel paese a livello nazionale.

Linhong Wang, PhD, del Centro Nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili cinese, e colleghi hanno valutato i dati da 170,287 intervistati (età media 43,5 anni, BMI medio, 24 kg / m 2 ; 57% donne) a livello nazionale, un’indagine trasversale rappresentativa condotta nel 2013 in tutta la Cina continentale per determinare la prevalenza e la variazione etnica del diabete tipo 2 e prediabete .

La prevalenza standardizzata complessiva stimato di diabete totale era del 10,9% (10,2% nelle donne; 11,7% negli uomini). Gli adulti più anziani ( P <.001), uomini ( P <.001), i residenti urbani ( P <.001), i partecipanti che vivono in aree economicamente sviluppate ( P = 0,003) e i partecipanti con sovrappeso o obesità ( P <.001) aventi una maggiore prevalenza di diabete rispetto alle loro controparti.

Nella popolazione complessiva, la prevalenza stimata di pre-diabete è stata del 35,7% (35% nelle donne; 36,4% negli uomini). Gli adulti più anziani rispetto ai più giovani ( p <0,001), i partecipanti con sovrappeso o obesità rispetto ai normopeso ( P <.001) e coloro che vivono nelle aree rurali rispetto quelle urbane ( P = .02) avevano una maggiore prevalenza di pre-diabete.

Nel complesso, il 36,5% dei partecipanti erano consapevoli della loro condizione diabetica; più le donne (39,8%) erano a conoscenza rispetto agli uomini (33,5%). Trentadue per cento dei partecipanti con diabete prendono farmaci antidiabetici, e tra quelli trattati, il 49,2% aveva livelli di HbA1c inferiore al 7%. Gli adulti più anziani rispetto ai più giovani ( p <0,001), le donne rispetto agli uomini ( P <.001) e residenti urbani rispetto a quelli in altre zone ( P <.001) avevano più probabilità di essere a conoscenza del loro status di diabetico e del trattamento terapeutico. Il controllo HbA1c inferiore al 7% era  più frequente nei partecipanti giovani rispetto agli anziani ( p = 0,03) e residenti urbani rispetto ai residenti nelle aree rurali ( P <.001).

La prevalenza grezza di diabetici sul totale era più alta tra i partecipanti di etnia Han (14,7%) rispetto ad altri gruppi etnici minoritari maggiori; Tibetani (4,3%) ed i musulmani (10,6%) hanno avuto la prevalenza più bassa ( P <.001 rispetto ai partecipanti Han).

La prevalenza di pre-diabete è stata più alta nei partecipanti di etnia Manchu (43,4%), seguiti da Zhuang (42,1%), Uiguro (39,4%), Han (38,8%), musulmani (31,9%) ed i tibetani (31,3%).

“La prevalenza del diabete, al 10,9%, era solo leggermente inferiore rispetto alla prevalenza del diabete totale nella popolazione statunitense (12% al 14%) nel 2011-2012, anche se il BMI medio era ancora molto inferiore a quello della popolazione degli Stati Uniti (24 [kg / m 2 ] vs 28,7 [kg / m 2 ]),”i ricercatori hanno scritto. “La prevalenza del diabete era molto più alto nelle fasce di popolazione con BMI in sovrappeso in questo studio rispetto alla popolazione degli Stati Uniti (15,4% vs 8% -9%). 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità alla luce di questi dati, aggregati con il totale dei diabetici in India e nell’intero continente asiatico, dichiara di dover rivedere la stima proiettata nel prossimo decennio di crescita della popolazione diabetica a livello planetario: ben oltre il mezzo miliardo di colpiti dalla patologia, con un impatto insostenibile sia per la tenuta dei sistemi sanitari.

Ricerca pubblicata su JAMA.



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Smack Guard una HbA1c al bacio!

Un grande evento per me. 

Per me con 54 anni di vita con il diabete tipo 1.

Per me che dall’esordio nel 1963 (1 anno e otto mesi) sino al 1970 totalizzai 22 ricoveri ospedalieri per: 20 coma ipoglicemici, 2 DKA, edema cerebrale e crisi epilettiche.

Per me che i medici per 40 anni non riuscirono mai a venire a capo dello scompenso glicemico che divenne strutturale.

Per me che assommo tutte le complicanze associate al diabete (retinopatia, nefropatia, neuropatia solo per citare le più pop)-

Per me che ho avuto un ictus a 40 anni.

Per me che a 40 mi è stata diagnosticata l’artrite reumatoide.

Per me che non avvertendo più l’ipoglicemia otto anni fa decido di passare all’angelo custode alias microinfusore d’insulina ,con CGM che allerta e blocca l’erogazione del farmaco quando la glicemia precipita in basso – il Veo con Enlite Minimed Medtronic – e mi faccio otto anni di mazzo per imparare a usare al meglio la tecnologia, tra calcoli e mica calcoli e altri sortilegi di cui ben poco capisco, e comincio a veder migliorare la situazione.

A me che tre mesi essendosi rotta la pompa debbo passare al nuovo modello: il Minimed Medtronic 640g con il sistema Smart Guard, un algoritmo che predice molto ma molto bene la curva glicemica impedendo diverse volte sia la caduta ipoglicemica che la salita ipeglicemica.

A me che grazie all’apprendistato e alle funzioni offerte da questa potente tecnologia per la prima volta nella mia vita di diabetico tipo 1 vedo la HbA1c (emoglobina glicata) pari a 47 alias 6.5, con pochissime ipo e quasi nessuna iper!

Per la prima volta.

Nulla è impossibile si tratta di saper utilizzare al meglio le risorse disponibili.



Glaucoma: EYEMATE un dispositivo che misura la pressione intraoculare a casa ora disponibile in Europa

I pazienti affetti da alcune malattie degli occhi, in particolare il glaucoma, hanno bisogno di controlli periodici della loro pressione intraoculare (IOP), il che prevede una procedura diagnostica durante la quale un medico utilizza un tonometro per effettuare le letture. La IOP può variare in modo significativo nel corso della giornata, in modo simile alla pressione sanguigna, e gli eventi di gran lunga al di fuori del range di normalità spesso non vengono registrati con le attuali strumentazioni.

Implandata, una società di Hannover, in Germania, ha appena ricevuto l’approvazione europea per presentare il suo sistema di monitoraggio continuo della pressione intraoculare denominato EYEMATE, anche quando il paziente se ne sta comodamente a casa. Il prodotto è costituito da un sensore che viene impiantato nell’occhio come parte di un intervento chirurgico per cataratta, glaucoma, o problemi corneali, e un dispositivo di controllo portatile collegato senza fili e  al lettore per e scaricarne le letture.

Il controller palmare in grado di condividere immediatamente i dati raccolti sulla IOP dal sensore con il proprio medico, evita di fare  viaggi in ambulatorio dall’oculista prendere semplicemente la misura della pressione intraoculare. I medici possono assegnarlo ai loro pazienti in regime di prova, il che può aiutare a identificare gli eventi che sono altrimenti difficili da individuare, e quindi aiutare nella messa a punto della prescrizione dei farmaci.



Quasi quasi mi imbosco

Con oggi cominciamo a passare in rassegna un regalo che ci offre la natura e tanto bene fa alla nostra dieta e salute: passiamo al microscopio i frutti di bosco. Ma cos’hanno di così interessante questi frutti? Diverse tipologie di tannini (o pigmenti), come gli antociani e i flavonoidi, fanno dei frutti di bosco alcuni tra i migliori antiossidanti in circolazione. Queste sostanze, che impediscono alle cellule di invecchiare precocemente e di cui si sta studiando l’impatto su diverse forme tumorali, sono anche assai preziose per il funzionamento del cervello. Si comincia a valutarne gli effetti sulla degenerazione dei neuroni dovuta al morbo di Alzheimer e l’influsso sulla memoria in particolare.

Ma migliorano anche la circolazione sanguigna e rafforzano i capillari, permettendo una migliore ossigenazione del cervello. Più sono scuri più contengono antiossidanti. Ma la concentrazione in nutrienti dipende anche dal modo in cui sono coltivati. I frutti selvatici o coltivati in pieno sole sono più ricchi di sostanze nutrienti. E sono anche ricchissimi di vitamine (il loro tenore di vitamina C è spesso eccezionale e ben superiore a quello di arance e limoni), minerali (magnesio, calcio, potassio, fosforo) e fibre, ma anche acidi grassi, ferro e proteine.

Se ogni tipologia di frutti di bosco ha le sue particolarità e apporta specifici benefici, sarà meglio mescolarli per trarne il massimo giovamento.

Mirtilli: selvatici o coltivati, queste piccole bacche blu-violaceo appartengono alla famiglia dei Vaccinium, come i mirtilli rossi e tutte le tipologie di mirtilli conosciute, quello di montagna e l’americano. A differenza dei cugini rossi, non hanno un sapore acidulo, bensì più zuccherino e sono molto ricchi di antiossidanti (antociani, luteine, tannini), così come di vitamine C, B, E e K.

Ottimo rimedio contro la dissenteria e antisettico, il mirtillo migliora i disturbi circolatori (varici, flebite, emorroidi) e infiammatori (in particolare delle gengive). Alcune ricerche1 ne riconoscono le proprietà curative per gli occhi: migliorerebbero la visione notturna e permetterebbero di prevenire la cataratta e persino la degenerazione maculare legata all’età.

Inoltre sembrano altrettanto preziosi per «rigenerare» i neuroni, tanto che alcuni scienziati hanno soprannominato questo frutto The brain berry (la bacca del cervello). I mirtilli proteggono dai danni cerebrali: altri studi hanno dimostrato che assumendo due tazze di succo di mirtillo al giorno per due mesi, le funzioni di apprendimento e memorizzazione in pazienti ultrasettantenni colpiti da declino cognitivo sono migliorate. 



Sei predestinato al diabete di tipo 1? Chiedilo a loro….

Potrebbe essere presto disponibile un test in grado di scoprire, attraverso un prelievo ematico, se c’è il rischio concreto di ammalarsi di diabete di tipo 1. Un’opportunità resa possibile grazie alla scoperta di un particolare anticorpo in grado di predire l’insorgenza di questa forma diabetica, il cosiddetto “diabete dei bambini”, già nei soggetti sani. La maggior parte di chi ha il diabete di tipo 1 presenta anticorpi contro una particolare forma di insulina “modificata” anche fino a undici anni prima della comparsa della malattia. Uno studio condotto da ricercatori italiani in collaborazione con la Queen Mary University of London, appena pubblicato sulla rivista scientifica Diabetologia, organo ufficiale della European Association for the Study of Diabetes (EASD), ha certificato l’efficacia di questo bio-marcatore nel 91 per cento dei casi.

Potrebbe dunque essere la prima “spia” realmente utile a livello clinico per prevedere l’arrivo di questa grave malattia. Solo in Italia, colpisce oltre 300mila persone, con una crescita del 3 per cento annuo nel numero di giovani ai quali viene diagnosticata. I ricercatori, adesso, sono al lavoro per rendere il test disponibile nel più breve tempo possibile. A partire da questa scoperta, gli scienziati sperano di potersi dedicare a nuovi studi in cui per verificare eventuali condizioni in grado di ritardare la comparsa della malattia.

Il lavoro scientifico, condotto sotto la guida del professor Paolo Pozzilli, Ordinario di Endocrinologia e Malattie Metaboliche presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, ha fruito dei dati raccolti dallo studio “ABIS” (All Babies in Southeast Sweden) dell’Università di Linkoeping, che ha seguito per circa 20 anni una popolazione di oltre 17mila soggetti, valutando nel tempo, su questo maxi-campione, l’incidenza nello sviluppo del diabete di tipo 1. «La capacità – chiarisce Pozzilli – di indicare un futuro caso di diabete di tipo 1 in base alla presenza nel sangue di un auto-anticorpo (chiamato oxPTM-INS-Ab) è risultata molto alta, identificando la quasi totalità dei casi. I risultati suggeriscono, perciò, che questo nuovo auto-anticorpo potrebbe divenire un alleato importante per riuscire a predire quali sono le persone più a rischio di contrarre questa forma di diabete, sporadica e finora non predicibile in tempo utile per evitare gravi danni alle beta-cellule del pancreas”.

Il diabete di tipo 1 è una patologia autoimmune che porta il sistema immunitario a riconoscere come estranee e dannose le cellule del pancreas che producono l’insulina (beta-cellule) e, quindi, ad attaccarle e distruggerle, fino a causare un deficit assoluto di quest’ormone nell’organismo. La malattia, favorita talvolta da predisposizioni genetiche o esposizione a fattori ambientali non ancora identificati, come probabilmente infezioni virali, si sviluppa in genere durante gli anni dell’adolescenza, ma può comparire anche in età neonatale o nei giovani adulti: circa il 30 per cento dei casi di diabete di tipo 1 è diagnosticato, infatti, in età adulta. Non esiste al momento una cura definitiva.



Quali paesi hanno la migliore assistenza sanitaria? Italia n. 12, prima Andorra

Né il Canada né il Giappone incrinano la top 10, e gli Stati Uniti finiscono al triste 35 ° posto, l’Italia invece è al 12 posto per livello tra in grandi paesi europei e battiamo la Francia, secondo una classifica molto attesa della qualità dell’assistenza sanitaria in 195 paesi, pubblicato oggi su Lancet.

Tra le nazioni con più di un milione di anime, il massimo dei voti per il 2015 è andato in Svizzera, seguita da Svezia e Norvegia, anche se la sanità gold standard rimane alla piccola Andorra, un francobollo di paese incastonato tra la Spagna (n ° 8) e la Francia (No. 15).

Islanda (n ° 2), Australia (n ° 6), Finlandia (n ° 7), Paesi Bassi (n ° 9) e il centro finanziario e bancario del Lussemburgo completano i primi 10 classificati, secondo uno studio completo pubblicato in campo medico sulla rivista The Lancet.

Dei 20 paesi in elenco, tutti tranne l’Australia e il Giappone (n ° 11) sono in Europa Occidentale, dove praticamente ogni nazione vanta una qualche forma di copertura sanitaria universale .

Gli Stati Uniti, dove un Congresso in mano ai repubblicani vuole staccare le riforme che hanno dato a milioni di persone l’accesso alle assicurazioni sanitarie per la prima volta, si sono classificati sotto la Gran Bretagna, che sta al 30 posto.

L’indice per l’accesso e la qualità della Sanità, sulla base dei tassi di mortalità per 32 malattie, tra le quali il diabete, che possono essere evitate o efficacemente trattate con cure mediche adeguate, anche tracciando il progresso in ogni nazione rispetto all’anno di riferimento del 1990.

Praticamente tutti i paesi hanno migliorato in quel periodo, ma molti, soprattutto in Africa e Oceania-sono andati peggiorando nel fornire assistenza di base per i loro cittadini.

Con le eccezioni di Afghanistan, Haiti e lo Yemen, i 30 paesi in fondo alla classifica erano tutti in Africa sub-sahariana, con la Repubblica Centrafricana a subire i peggiori standard.

“Nonostante i miglioramenti nella qualità dell’assistenza sanitaria e l’accesso negli ultimi 25 anni, la disuguaglianza tra i migliori e peggiori paesi più virtuosi è cresciuta”, ha detto Christopher Murray, direttore dell’Istituto per la metrica e valutazione della salute presso l’Università di Washington, e leader di un consorzio di centinaia di esperti.

Un segnale di pericolo

Inoltre, ha aggiunto in una dichiarazione, il livello di assistenza primaria è più basso  del previsto in molte nazioni in base a determinati livelli di ricchezza e sviluppo.

I maggiori recuperi in Asia inclusi Indonesia, Filippine, India e il piccolo Brunei, mentre in Africa Botswana, Sud Africa e Lesotho, che hanno avuto margine di miglioramento. Le regioni con i sistemi sanitari poco efficienti rispetto alla ricchezza si trovano in Oceania, Caraibi e Asia centrale.

Tra le nazioni ricche, i peggiori in questa categoria sono gli Stati Uniti, che stanno a livello mondiale per spesa sanitaria pro capite su alcune misure.

In Europa, la Gran Bretagna è classificata ben al di sotto dei livelli attesi.

Il divario tra valutazione effettiva e attesa si è ampliato nel corso dell’ultimo quarto di secolo in 62 delle 195 nazioni esaminate.

“Nel complesso, i nostri risultati sono un segnale di avvertimento che intensificare l’accesso ai servizi sanitari e la qualità non sono un prodotto inevitabile di maggiore sviluppo”, ha detto Murray.

Tra il 1990 e il 2015, i paesi che hanno fatto i più grandi miglioramenti nella fornitura di assistenza sanitaria sono stati la Corea del Sud, Turchia, Perù, Cina e le Maldive.

Le 32 malattie per le quali i tassi di mortalità sono stati monitorati compresa la tubercolosi e altre infezioni respiratorie; malattie che possono essere prevenute con i vaccini (difterite, pertosse, tetano e morbillo); diverse forme di cancro curabile e malattie cardiache; e disturbi materni o neonatali.

 



Uno studio suggerisce nella dieta delle madri che gli omega-3 possano abbassare il rischio di diabete di tipo 1 sui bambini

Il 5×1000  destinato a Diabetici Insieme A Bologna – DIA.BO Firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale…” Inserisci sotto la firma il nostro codice fiscale 91391860375

Una nuova ricerca pubblicata in Diabetologia (giornale della Associazione Europea per lo Studio del Diabete [EASD]) suggerisce che gli omega 3, acidi grassi polinsaturi (PUFA), derivati principalmente dal pesce, nella dieta materna durante la gravidanza o l’allattamento, possono aiutare a proteggere i neonati ad alto rischio di diabete di tipo 1 (T1D) dal sviluppare la malattia.

Se confermato, questo potrebbe significare che aumentando l’assunzione di acidi grassi di derivazione ittica nel periodo dell’allattamento al seno questo può avere effetti benefici, riducendo le risposte autoimmuni che portano al diabete di tipo 1.

Più di 20 milioni di persone in tutto il mondo sono affetti da diabete di tipo 1-una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario si accende in corpo e distrugge le cellule beta produttrici di insulina nel pancreas. Il processo di malattia subclinica può essere rilevato in soggetti asintomatici, identificando gli autoanticorpi che si sviluppano durante l’infanzia o nella prima infanzia. Gli acidi grassi hanno dimostrato di alterare il sistema immunitario e le reazioni infiammatorie e possono svolgere un ruolo nello sviluppo correlato all’autoimmunità nel diabete di tipo 1. Tuttavia, la prova fino ad oggi è stata inconcludente.

In questo nuovo studio, il dottor Sari Niinistö presso l’Istituto Nazionale della Salute e del Welfare, Helsinki, Finlandia e colleghi hanno esaminato se grassi sierici e livelli acidi durante l’infanzia sono legati allo sviluppo di autoimmunità tra i bambini finlandesi ad aumentato rischio genetico di sviluppare diabete di tipo 1. In particolare, essi hanno esaminato se gli elevati livelli di omega 3 PUFA riducono il rischio di reazioni autoimmuni associate con la malattia clinica.

Tra il 1997 e il 2004, 7782 i neonati geneticamente predisposti sono stati monitorati per gli autoanticorpi dele cellule insulari, con campioni di sangue prelevato a intervalli regolari tra i 3 e i 24 mesi di età, e poi successivamente ogni anno fino ai 15 anni, per determinare l’autoimmunità nell’isolotto. I questionari e diari alimentari sono stati usati per registrare l’allattamento al seno e la formula d’uso delle principali fonti alimentari di acidi grassi nella prima infanzia. 240 neonati hanno sviluppato l’autoimmunità nell’isolotto (e 480 neonati controlli appaiati) avevano analizzato la composizione del siero totale in acidi grassi da campioni raccolti all’età di 3 e 6 mesi. Il team di ricerca ha anche valutato questi casi positivi per precedenti segni di insulina e decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD) autoanticorpi-entrambi strettamente correlate allo sviluppo del diabete di tipo 1.

I risultati hanno mostrato che elevati livelli sierici di acidi grassi di derivati del pesce ??(acido docosaesaenoico, DHA e acido docosapentaenoico; DPA) sono stati associati con un minor rischio di precoce (insulina) autoimmunità. Tuttavia, elevati livelli sierici di acido alfa-linolenico (ALA) e alte percentuali di acido arachidonico (AA): DHA e omega 6: omega 3 PUFA erano legati a un rischio più elevato.

I ricercatori hanno anche scoperto che lo stato di acido grasso nei neonati riflette fortemente il tipo di alimentazione del latte. I neonati allattati avevano più alti livelli sierici di acidi grassi (ad esempio, pentadecanoico, palmitico, DPA e DHA) associati con un minor rischio di autoimmunità tipo 1 correlata al diabete rispetto ai neonati non allattati. La quantità di latte materno consumato ha ulteriormente ridotto il rischio, mentre la quantità di formula a base di latte di mucca è stata associata con un rischio più elevato di sviluppare in precedenza autoimmunità (insulina).

Nonostante il numero relativamente piccolo di casi di insulina e GAD autoimmunità, lo studio ha rivelato una serie di chiari legami tra i livelli di acidi grassi nell’infanzia e tipo 1 autoimmunità correlato al diabete. Questi non sono stati colpiti quando i ricercatori hanno preso in considerazione altre variabili potenziali come il diabete familiare, l’istruzione materna, e la quantità di latte vaccino nella dieta.

I risultati indicano nuove direzioni per affrontare il diabete di tipo 1. Ma gli autori avvertono che un’associazione non implica causalità, e dicono che sono necessari ulteriori studi per confermare se gli acidi grassi in grado di proteggere i bambini dalle risposte autoimmuni che possono scatenare il diabete di tipo 1. Tuttavia, aggiungono, “I nostri risultati supportano l’idea che l’allattamento al seno, o alcuni componenti del latte materno, tra cui gli acidi grassi, sono protettivi, in particolare nella prima autoimmunità … e lunga catena omega-3 durante primi mesi, in un momento in cui il sistema immunitario sta maturando e in fase di programmazione, è fondamentale.”



Tagliatelle alla bolognese

Tagliatelle alla bolognese
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Tipo ricetta: Primi asciutti
Tipo cucina: Italiana
Autore:
Tempo preparazione:
Tempo cottura:
Tempo totale:
Porzione: 4
Il 5×1000 destinato a Diabetici Insieme A Bologna – DIA.BO Firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale…” Inserisci sotto la firma il nostro codice fiscale 91391860375 La ricetta tradizionale delle famose tagliatelle alla bolognese, una proposta che nella sua calibrazione richiede un'attenzione particolare in quanto la salsa incide sul prolungamento d'azione dei carboidrati presenti grazie al suo carico di grassi e proteine. Nel quadro della dieta ne dobbiamo tenere conto, sia in casi di iniezioni d'insulina multiple che microinfusore.
Ingredienti
  • 400 g di farina 00
  • 100 g di semola
  • 13 tuorli
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • 50 g di parmigiano grattugiato
  • Per la salsa
  • 300 g di polpa di manzo macinata
  • 150 g di pancetta di maiale macinata
  • 300 g di passata di pomodoro
  • 100 ml di vino rosso
  • 500 ml di brodo vegetale
  • 1 cipolla
  • 1 carota
  • 1 costa di sedano
  • 1 foglia di alloro
  • olio evo
  • sale
  • pepe
Preparazione
  1. Per la salsa Mondare, lavare e tagliare a cubetti la cipolla, la carota e il sedano e rosolarli in una casseruola con un po’ d’olio. Unire la carne macinata e la pancetta e continuare a rosolare fino a che i liquidi della carne non si saranno riassorbiti (in questo modo eviteremo un sapore di carne bollita). Sfumare con il vino rosso e, una volta che è evaporato, aggiungere la foglia di alloro, un pizzico di sale e la passata di pomodoro. Continuare la cottura per qualche ora, mescolando e all’occorrenza aggiungendo del brodo vegetale.
  2. In una planetaria (o in alternativa a mano) impastare la farina, la semola, l’olio, l’uovo e i tuorli. Se l’impasto è troppo duro aggiungere un po’ d’acqua finché non risulta omogeneo. Formare una palla, avvolgerla nella pellicola e farla riposare per almeno 1 ora. Su una spianatoia infarinata, stendere una sfoglia sottile e, con l’aiuto di un coltello, ricavare le tagliatelle. In una pentola cuocere le tagliatelle in abbondante acqua salata. Scolarle con una pinza direttamente nella casseruola con la salsa bolognese. Farle insaporire e ultimare la cottura mantecando con il parmigiano e un filo d’olio.
Dose per persone: 100 grammi Calorie: 430 Grassi: 9 Carboidrati: 76 Proteine: 26

Cicoria con purea di fave

Cicoria con purea di fave
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Tipo ricetta: Verdure
Tipo cucina: Italiana
Autore:
Tempo preparazione:
Tempo cottura:
Tempo totale:
Porzione: 4
Piatto che con diverse declinazioni troviamo in tutto l’areale meridionale, ma soprattutto è un tratto distintivo del Materano, di Gravina di Puglia e della Sicilia centrale. Non è affatto difficile da prepararsi anche se la purea di fave richiede attenzione nella mondatura del baccello. Potete optare per una versione più o meno piccante. Si presta ad essere un ottimo antipasto vegetale di sorprendente consistenza (per la verità con una buona scamorza diventa un secondo gustosissimo). In questo caso servitelo con dei crostoni di pane fritto. Ne guadagnerà.
Ingredienti
  • 1 kg di cicorie
  • olio extravergine di oliva
  • 250 g di fave sbucciate
  • aglio
  • 6 pomodori perini
  • sale
Preparazione
  1. Mettere in acqua le fave 12 ore prima; intanto pulire e lavare la cicoria, cuocerla in abbondante acqua salata, scolarla e metterla da parte. Far bollire quindi anche le fave riempiendo la pentola di tanta acqua quante sono le fave. Salarle e cuocerle per 4 ore, fino a farle diventare una purea. Mettere l’olio extravergine di oliva nella padella, fare imbiondire l’aglio, poi unire i pomodorini e salare. Dopo 5 minuti unire le cicorie e insaporirle. Servirle con la purea a parte. Il vino consigliato in abbinamento è un Aglianico del Vulture 2002 Synthesis dell’Azienda Vinicola Paternoster.
Dose per persone: 100 grammi Calorie: 355 Grassi: 10 Carboidrati: 28 Fibre: 5 Proteine: 8

Il diabete continua la sua inarrestabile ascesa

Due nuovi studi sul diabete offrono una buona e una cattiva notizia, ma il messaggio generale è che la malattia dello zucchero nel sangue rimane un onere formidabile per la salute pubblica.

Il primo studio ha esaminato l’incidenza del diabete di tipo 1 e di tipo 2 nei bambini degli Stati Uniti, e ha scoperto questa tendenza preoccupante: Dal 2002 al 2012, le percentuali per entrambi i tipi di diabete sono aumentate, in particolare tra le minoranze etniche e razziali.

Ma un po’ di speranza è stata offerta nel secondo studio: i ricercatori svedesi hanno riportato un calo in termini di incidenza di malattie cardiache e ictus negli adulti con entrambi i tipi di diabete.

“Questi studi mettono in evidenza le nostre preoccupazioni per la crescente prevalenza del diabete. ogni 23 secondi, ad un’altra persona è diagnosticato il diabete [negli Stati Uniti]”, ha detto il dottor William Cefalu, direttore scientifico, medico per l’American Diabetes Association ( ADA).

Cefalù ha aggiunto che lo studio svedese è incoraggiante e dimostra come le cose stanno “andando nella giusta direzione. Grazie alla ricerca nel diabete, siamo stati in grado di migliorare la vita di milioni di persone con la malattia in tutto il mondo, ma questa sta ancora aumentando in tutto il pianeta. Abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare.”

Negli Stati Uniti, circa 29 milioni di persone hanno il diabete, secondo l’ADA. La stragrande maggioranza di coloro con il tipo 2. Circa 1,3 milioni di persone hanno il diabete di tipo 1.

Nelle persone con diabete di tipo 2, il corpo non usa correttamente l’insulina. Questa è chiamato insulino-resistenza. L’insulina è un ormone che aiuta lo zucchero a uscire dai cibi nelle e andare nelle cellule del corpo per essere utilizzato come combustibile. Quando uno ha il diabete di tipo 2, questo processo non funziona bene e i livelli dello zucchero nel sangue salgono. L’obesità è il principale fattore di rischio per il diabete di tipo 2, anche se non è l’unico coinvolto nella malattia.

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune. Il sistema immunitario del corpo attacca erroneamente le cellule che producono insulina nel pancreas. Questo lascia una persona con diabete di tipo 1 con poca o niente insulina. Per rimanere in vita, una persona con diabete di tipo 1 deve mettere insulina in circolo attraverso iniezioni.

“I geni specifici e i fattori ambientali / comportamentali che causano il diabete di tipo 2 sono diversi da quelli che originano il diabete di tipo 1”, ha spiegato Elizabeth Mayer-Davis, autore dello studio sull’incidenza del diabete nei bambini.

Mayer-Davis e colleghi hanno scoperto che il diabete di tipo 1 è in aumento dell’1,8 per cento l’anno. L’aumento è stato significativamente maggiore per i bambini ispanici, al 4,2 per cento l’anno. Che rispetto al 1,2 per cento per i bambini bianchi, i risultati hanno rivelato.

I fattori sottostanti l’aumento non sono del tutto chiari, ha detto.

Anche se molti meno bambini hanno il diabete di tipo 2, la malattia sta aumentando più velocemente nel tipo 1. Tra il 2002 e il 2012, il tasso di diabete di tipo 2 è aumentato 4,8 per cento l’anno. L’aumento annuale del diabete di tipo 2 nei bambini neri è stata del 6,3 per cento. Negli asiatici, l’aumento annuo è stato dell’8,5 per cento, e per i nativi americani, era quasi il 9 per cento, i ricercatori hanno scoperto.

“L’aumento dell’incidenza di diabete di tipo 2 è probabilmente correlato principalmente agli aumenti di sovrappeso e obesità in gioventù, anche se questo non è l’unica ragione”, ha detto Mayer-Davis. professore di nutrizione e medicina presso l’University of North Carolina, Chapel Hill.

Il secondo studio ha esaminato tutte le persone registrate nella banca dati nazionale svedese del diabete dal 1998 al 2012. La banca dati contiene i di quasi 37.000 persone con diabete di tipo 1 e più di 457.000 con diabete di tipo 2. Questi pazienti sono stati confrontati con persone simili senza diabete (il gruppo di “controllo”).

I ricercatori hanno visto che il 40 per cento dei diabetici di tipo 1 aveva una più alta riduzione delle malattie cardiache e ictus rispetto ai controlli appaiati. Nelle persone con diabete di tipo 2, un 20 per cento vedeva maggiore calo di malattie cardiache e ictus rispetto al gruppo di controllo, lo studio ha mostrato.

Quando si trattava di decessi durante il periodo di studio, le persone con diabete di tipo 1 hanno avuto riduzioni simili nel numero rispetto ai controlli. Le persone con diabete di tipo 2, tuttavia, hanno avuto riduzioni minori di decessi rispetto al gruppo di controllo, i ricercatori hanno scoperto.

Anche con questi miglioramenti, le persone con entrambi i tipi di diabete hanno ancora molto più alti tassi complessivi di morte prematura e malattia cardiaca rispetto ai gruppi di controllo, gli autori dello studio indicano.

“Crediamo che i cambiamenti osservati nel nostro studio molto probabilmente riflettono una combinazione di progressi nella cura clinica per i pazienti con diabete”, ha detto l’autore dello studio il dottor Aidin Rawshani, operante nell’Istituto di Medicina presso l’Università di Göteborg, in Svezia.

“Forse il più importante è una migliore gestione dei fattori di rischio cardiovascolare”, ha detto. Queste cause di rischio includono l’alta pressione sanguigna, colesterolo anormale, segni di danno renale precoce e scarso controllo della glicemia. Ha detto che il trattamento dell’alta pressione sanguigna  con farmaci  che abbassano il colesterolo probabilmente contribuisce al miglioramento.

Entrambi gli studi sono stati pubblicati 13 aprile nel New England Journal of Medicine



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Diabete

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