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vita

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Composta di pompelmi con bresaola e rucola

Composta di pompelmi con bresaola e rucola
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Tipo ricetta: Antipasti
Tipo cucina: Italiana
Autore:
Tempo preparazione:
Tempo totale:
Porzione: 4
Una sorta di insalata composita, rinfrescante, adatta all´alimentazione estiva, ma capace di fare la sua bella figura come antipasto non tradizionale.
Ingredienti
  • bresaola (100 g)
  • succo di limone (4 cucchiai)
  • pompelmi rosati (n. 2)
  • cuori di lattuga (n. 2)
  • rucola (50 g)
  • olio extravergine d´oliva (2 cucchiai)
  • senape (1 cucchiaino)
  • sale (q.b.)
  • pepe (q.b)
Preparazione
  1. - Dividere i pompelmi a metà orizzontalmente
  2. - Estrarre la polpa con un coltellino
  3. - Ricavare i mezzi spicchi e privarli della pellicina bianca
  4. - Tagliare a listerelle molto sottili la bresaola
  5. - Lavare e mondare la rucola e la lattuga
  6. - Tagliare a striscioline le verdure
  7. - Unire in un insalatiera la bresaola, le verdure e la polpa di pompelmo
  8. - Sbattere in una scodella il succo di limone con il sale e il pepe
  9. - Unire la senape e l´olio
  10. - Condire con la salsa l´insalata e mescolare
  11. - Riempire con la preparazione i 4 pompelmi svuotati e servire
Dose per persone: 100 grammi Calorie: 149 Grassi: 9 Carboidrati: 8 Proteine: 10

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Al di là della vita

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L’altra notte ti ho sognata. Mi succede oramai di frequente e non ne capisco la ragione. Al risveglio mi ritrovo col tuo volto impresso nella memoria e ricordo tutto di te, compresa la voce. Rivivo i momenti trascorsi in tua compagnia e riempio così la mia giornata, che scorre lenta e vuota. Sono qui, lontano da casa, in questo luogo inospitale che mi dà lavoro, ma che non appaga il mio bisogno d’amore. Mi manca la mia donna, mi manchi tu, con la tua saggezza. Probabilmente oggi non sarei quel che sono, se non ti avessi incontrata. Sei tu che mi hai convinto, inconsapevolmente, a fare il grande passo che ha cambiato la mia esistenza.

Le notti bianche, no, non quelle d’oggi fatte di feste e baldoria dove tutti finiscono in gloria, bensì ciò che voleva dire trascorrere al mio capezzale giorni mesi anni dell’infanzia fatta di ricoveri nella pediatria dell’ospedale. Di corse pazze non lungo le vie balneari o per discoteche, bensì dritti, diretti al pronto soccorso causa ipoglicemia, iperglicemia con chetoacidosi a scelta che sia. A bordo di un auto, ambulanza o, come quella volta, sulla caretta di un rigattiere ma sempre stessa direzione: via Massarenti 9.

Le note le notti questo intrigo circadiano, il lato oscuro dell’essere umano, come d’ogni specie vivente che vive il suo mentre.

E la mia come la mamma è preistoria. Ora, oggi è tutta un’altra storia, fatta sempre si critiche e lamentazioni ma con presenze e prospettive ben diverse e senz’altro migliori. Un tempo il diabetico delle caverne moriva, poi con l’avvento dell’insulina cominciò a navigare a vista. Ora il diabetico si fa indossatore di dispositivi: defibrillatori, sensori glicemici, microinfusori bionici e algoritmi che, presto, daranno vita al “pancreas artificiale”. E la mamma ha, avrà sempre più sotto il cruscotto il pargolo in osservazione da remoto a prossimo.

Dispersi mai per figli del diabete catturati dalla rete come noi, ognuno diverso, unico e in divenire.

La festa della mamma per noi dal diabete giovanile rappresenta una sorta di Santo Graal: il calice della vita e sarebbe più rispondente alla realtà estendere il momento topico al padre, perché una patologia come la nostra ad esordio nell’infanzia, adolescenza la si affronta e si vince facendo squadra, barriera in famiglia.

I passi si contano non solo per capire quante calorie si consumano e la glicemia che variazioni ha in salita o discesa. I passi si fanno per progredire ed evolversi passando dall’età della fanciullezza all’essere adulti preparandoci a morire consapevoli della maturità acquisita e dei risultati ottenuti con questa vita.

E come finisce la favola? C’era una volta ed ora non c’è più. I figli sono sistemati, quel che dovevo e ho potuto fare l’ho fatto, certo.

Ma la mamma resta sempre la mamma, un presente, un ricordo perenne che varca confini e memoria: l’unico tesoro della specie umana.



Ave Cesare diabetics morituri salutamus vos

Parenti serpentiChissà chi lo sa? Forse il figlio del Maharaja, o del Sultano, Emiro, Eviro e Barone, Duca o qualunque altro si dica per una cifra qual è il valore della vita, visto oggi quanto si mercanteggia tra trader e borse, debito, deficit, spread, calazio e enlarge penis. Una cifra quantificabile oppure manco l’Imperatore del Giappone lo sa e non dico altro per non attirarmi anatemi e insulti gratuito o pagamento.

Il caldo favorisce gli scontri e alterazioni mentali nonché le risse e polemiche ma e l’Estate offre i tormentoni che io aborro. Ma per la prima volta faccio una eccezione e decido di entrare e stare nel tormentone anzi di farlo in modo pesante e tracotante perché? Perché quando ci si rompe i coglioni., ed io me li sono rotti beh allora si va alla guerra e combattimento sia.

Come ricordava Roberto lunedì scorso i recenti fatti e fattacci di cronaca: giovani morti di qua e di là dall’oceano così come tanti altri succedutesi con l’andare del tempo, e altri ne verranno, pongono domande a cui è ardito avere una risposta a proposito di diabete e compagnia. Siccome pure io ne ho letto di ogni: della serie se me lo dicevi prima, se aveva questo e quello, ma non quell’altro, oppure forse teneva un’altra malattia e così sia. Bene detto ciò appare chiara una cosa: il diabetico tipo 1 deve fare l’insulina poiché l’organo chiamato pancreas non la fa come diceva il Maharaja e secondo l’Accademia dell’Ade il farmaco denominato insulina è un salvavita va bene o avete dubbi? Non perché se li avete provate per credere. Il diabetico deve fare insulina e controllare la glicemia.

Ma qui viene il bello della faccenda: l’approssimazione fatta scienza, ovvero qual è la situazione giusta per definirsi compensati e con un diabete controllato? La risposta immediata e collettiva sarà: HbA1c ovvero la glicata, ma non è così. Altri parametri sono contestuali e importanti per capire lo scenario del diabete se risponde adeguatamente alla terapia e quindi è in compenso. L’importanza dell’autocontrollo glicemico è proprio legata al semplice motivo che l’HbA1c non sa dire dove si sono presentati i picchi glicemici (ipoglicemia, iperglicemia), invece un diario della glicemia, cartaceo o digitale, se tenuto bene è in grado di farlo.

E qui sta l’approssimazione tipica di una malattia fluida, sfuggente che, spesso e volentieri, va dove cazzo gli pare e non sappiamo come acchiapparla diventando dei frustrati della striscia e dei frustati dal diabetologo.

Intanto che il tormentone prosegue apriamo un dibattito sul tema: per quanti giorni posso campare senza fare insulina? Esempio vado nel deserto del Kalahari, senza insulina son cazzi amari. Oppure voglio suicidarmi: quanti flaconi debbo iniettarmi per raggiungere l’obiettivo?

Resto in attesa di commenti e risposte da voi e dall’Istituto Studi Insulinici e Sanitari – ISIS

 

Ancara

GravitàOggi riprendo le pubblicazioni dei post nel blog, ma per fortuna siamo una squadra e ora come nei giorni precedenti gli altri colleghi hanno coperto bene lo spazio con novità, approfondimenti e riflessioni che possono piacere o meno offrono lo specchio della realtà, senza infingimenti, con il diabete.

Si vive si muore anche di diabete tipo 1 e tipo 2 certo, la settimana scorsa tra blog e siti, social network ci sono stati milioni di commenti e post per la scomparsa della bimba di 5 anni negli USA, Kycie Jai, la triste storia risalente a qualche mese fa, riguardo la mancata diagnosi del diabete di tipo 1 (scambiato dal pediatra per influenza) con conseguente chetoacidosi, coma e danni cerebrali irreversibili: purtroppo la povera bambina è morta l’11 luglio dopo una lunga agonia a causa del DT1. Si vive e si muore con alterne fortune e fattori soggettivi, di alcuni casi si impara qualcosa ma la stragrande maggioranza resta a concludere il suo ciclo di vita nel silenzio. Lungo il percorso dei miei ne ho visti di casi analoghi e io stesso sono andato molto vicino a morire in diverse occasioni dall’esordio della malattia fino ai 20 anni, non mi dilungo, ma per usare un perifrasi “teologica” dovevo essere troppo stronzo per interessare il triste mietitore e così mi ritrovo qui da qualche a disseminare spunti e fagioli tra il blog e i social. Si vive e si muore di diabete tipo e 2 con l’ennesima tragedia effetto dell’immigrazione, o forse sarebbe meglio dire esodo, di intere popolazioni in fuga dalla guerra e miseria da un parte d’Asia e dall’Africa e Sud America, e l’ultima vittima in ordine cronologico è stata una bimba di 10 anni siriana, come prima una adolescente egiziana private per giorni dell’insulina. Ecco di questi fatti come di altri alcuni si indignano, molti se ne fregano poi passata la burrasca si tornerà alla solita ignavia di tutti i giorni. E’ la vita, è la morte: mors tua vita mea.

E mentre luglio fa il giro di boa chi scrive sta facendo il tagliando di routine per l’accumulo di visite specialistiche necessarie a due patologie autoimmuni coabitanti del mio corpo: artrite reumatoide e diabete. Tradotto: esami del sangue per vari marcatori tra cui l’HbA1C e radiografie, elettromiografia, tutto sto pacchetto diagnostico sarà pronto in vista della visita reumatologica del 28 luglio e diabetologica del 6 agosto.

Ma intanto si conferma la regola del non c’è due senza il tre, e riguarda le mie ossa. Già all’età di vent’anni mi venne trovata una esostosi (tumore benigno) al ginocchio destro, poi undici anni fa una cisti ossea (altro tumore benigno) nella scapola destra, per la quale non riesco ad alzare completamente l’arto. Ed ora infine un’altra cisti ossea nel lato sinistro del bacino, ma la cui definizione (benigno o maligno) deve essere stabilita tra quattro mesi con una ulteriore radiografia poiché non ne ho mai fatti di raggi in questa parte del corpo.

E nell’attesa degli esiti routine e sviluppi delle novità rientranti nell’apparato scheletrico affronto con serenità e continuità le attività solite. La vita è anche fatta di queste cose e momenti.

Come avevo scritto altre volte in termini di priorità il diabete ora sta in fondo alla classifica poiché riesco a gestire bene la glicemia e evitare l’ipoglicemia grazie al microinfusore con sensore. E sono certo di ottenere una HbA1c migliore rispetto all’ultima volta ovvero con 7 come valore. E si va avanti.

Mare, che da, ma che anche prende…

Tutti, o per lo meno chi è in contatto con la comunità diabetica, sono rimasti sconvolti dalla morte della ragazzina siriana. Non solo perché è morta a 11anni, ma soprattutto del perché. Perché, in quel viaggio verso una vita (forse) migliore, ha trovato la morte. Una morte che è successa perché in quel viaggio senza fine, hanno buttato al mare l’unica cosa che poteva tenerla in vita. L’insulina. E li rimani sconvolta, ma anche schifata dalla crudeltà che c’è in giro. Perché poi, quanto posto può occupare l’insulina? Ma dai, quello li era solo un atto di forza, per far vedere chi comanda…Quelli li sono dei animali, dei mostri senza cuore. E quella povera famiglia che è partita dal mare con la speranza di una vita migliore, soprattutto per quella figlia diabetica? E proprio in quel mare dove doveva trovare la via “di salvezza” ha trovato la morte. E solo si può immaginare la disperazione della famiglia, quella disperazione che l’ha spinto a fare un gesto così estremo…E li riaffiorano i ricordi…Quei ricordi che in un certo senso hai rimosso…Ricordi di quel padre dentro all’ambulatorio del diabetologo che disperato li chiedeva di quel farmaco o qualcosa di innovativo che aveva sentito che era uscito in America. Proprio perché soffriva a fare le punture tutti giorni e più volte al giorno alla figlia. E la risposta arrogante del medico: perché tu i soldi c’è li hai per comprarlo? No che non c’è l’aveva, non quando era disoccupato, ma per vedere star bene la figlia avrebbe fatto di tutto, anche fare un gesto estremo…Però la disumanità di quelle parole è rimasta impressa nella mente…Così che, visto che l’America era una “meta” impossibile, si cambia direzione. Perché non provare l’Italia, tanto li ci sono i zii, poi una “cura” migliore che in Albania ci sarà di sicuro, visto che neanche le strisce per misurare la glicemia trovi…E si comincia il calvario dei documenti, che in quei anni uscire fuori dall’Albania era mille volte più difficile che adesso…E così che ti ritrovi anche tu a prendere un viaggio verso l’Italia. A quella terra dove pure tu avresti avuto (forse) una vita migliore…E anche tu avevi uno zaino pieno, e non solo di vestiti…Ma anche di quella insulina che ogni giorno ti salva la vita…E così che con addosso quel costumino verde che ti aveva fatto la nonna, parti. Ma senza la mamma, perché per lo stato lei non doveva venire. Boh. Il viaggio in traghetto è un buio totale nella mente…Però ti ricordi che ti ritrovi a Brindisi, che dovevi ritornare indietro, perché per i controllori tu eri stata rapita, se ne fregavano dei documenti e delle suppliche di tuo padre che diceva che eri sua figlia e  che dovevi fare delle visite perché eri malata. Vabbe. Si torna indietro…Per una bambina è solo la fine di un’avventura…Solo molto dopo di rendi conto di tutti i rischi che hai corso…Era gennaio (forse il 31 se la memoria non inganna) del 1999. Inverno. E solo chi ha viaggiato in mare in quel periodo sa cosa comporta (visto che sei in mezzo al mare, in mezzo al nulla per minimo 5-6 ore) quanto può essere crudele il mare se è mosso (e tu lo sai bene visto che l’hai provato il 3 febbraio del 2010, quando da quanto era mosso il mare neanche sapevi se saresti uscita intera)…E poi, dopo l’annegamento della nave nel canale di Otranto, beh, venire verso l’Italia in quel periodo era come un suicidio. Però quel padre ha voluto rischiare lo stesso. Perché credeva in un futuro migliore per quella figlia. Non c’è riuscito ad andare oltre, ma per lo meno ci ha provato…E la stessa cosa hanno fatto i genitori di quella ragazza siriana. Hanno corso un rischio perché hanno pensato che ne valeva la pena. Solo che per passare quel mare hanno dovuto pagare con la vita. E li, da persona che in un certo senso ha passato più o meno lo stesso calvario, ti rendi conto che alla fine sei stata fortunata. Perché sei ancora qui. (Perché anche se ti hanno fatta tornare indietro, non ti hanno buttato al mare l’insulina…)E circa 10 anni dopo sei riuscita a venire in Italia. E questa volta pure da sola. Perché questa volta eri tu che cercavi una vita migliore. E ci sei riuscita. E sei riuscita a passare attraverso quel mare che a te ha dato la libertà. Ma che a qualcun’altro ha preso la vita…

Piccola stella, adesso voli in pace tra gli angeli.

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Io sono qui

vitaDa millenni l’uomo cerca in tutti i modi di conoscere in anticipo il futuro, un infinità di persone vorrebbe sapere nei dettagli cosa gli riserverà. Io su tutti ho sperato di conoscere il mio futuro, ricordo che una volta mi sono anche fatto leggere la mano, poi ieri mi sono chiesto se davvero sarebbe stato bello conoscere il mio futuro. Mi sono dato una risposta e ho capito che l’unica cosa che vorrei sapere del futuro; la combinazione del Superenalotto, il resto preferisco non saperlo perché sarebbe come leggere un romanzo giallo dopo avere spiato la fine, in quel caso anche il miglior romanzo non ti darebbe il brivido che potrebbe darti il peggior romanzo di cui però non conosci la fine.

Cosa c’è di più affascinante del mistero, cosa ti da la stessa adrenalina di aprire una porta buia senza sapere cosa ti aspetta dietro a essa, cosa ti da la stessa emozione che senti prima di un esame? Niente.

La vita di ognuno di noi perderebbe quel qualcosa che la rende unica, sia nei suoi momenti belli che in quelli brutti. Chi di voi è genitore, ricorda con esattezza non solo il momento in cui è nato il proprio figlio ma anche il momento in cui vi hanno detto se il vostro figlio sarebbe stato un bambino o una bambina, oppure il momento in cui avete scoperto che da li a poco sareste diventati genitori, avreste avuto la stessa esplosione di gioia se nel momento della vostra nascita vi avrebbero consegnato un diario con su scritto tutta la vostra vita? No, non penso.

Questo è il mio primo monologo, non so come andrà a finire, potrei essere coperto di applausi oppure distrutto dai fischi, se prima di iniziare mi avrebbero fatto vedere come andava a finire, molto probabilmente nel caso avessi visto fischi non sarei salito sul palco, e nel caso contrario non avrei avuto la stessa concentrazione che ho ora. Io ho quasi finito e comunque andrà a finire nessuno mi toglierà mai il tremore che avevo prima di iniziare e la notte insonne a fantasticare su questo momento, signori miei non abbiate fretta di conoscere il futuro perché rischiate di perdervi il presente.

E nella prolusione di questo sermone domenicale vi chiederete cosa ci sta a fare il diabete? Ecco tosta come l’aragosta la risposta: la vita mi ha preso il pancreas è ho il diabete. Bene, ma non accetto e accetterò mai che mi prenda per il culo, che mi prenda la vista per impedirmi di guardare la sua bellezza e ogni altro senso per immergermi nel suo dentro, le gambe per correre, camminare, danzare, calciare, nuotare sì.

Non voglio sapere il futuro lo voglio costruire io con le mie mani e i miei sbagli, credere che una malattia non è un ostacolo, bensì una sfida da accettare e superare mettendola ogni volta in tasca coi pugni chiusi pronti a darle un cazzotto se occorre, e occorre.

Buona domenica a voi tutti e ancora grazie a Roberto per avermi concesso l’opportunità di dilettarmi nella scrittura in questo spazio unico e speciale così da farmi star meglio con me stesso e tutto il resto!

 

Tutto molto bello

specchi rottiSe vi offro un quartino di bianco fermo vi va, oppure lo preferite frizzante, ma sempre fresco naturalmente? Bene verso e come si dice: alla salute, buona domenica.

ll significato della vita. Una professoressa concluse la sua lezione con le parole di rito: “Ci sono domande?”. Uno studente gli chiese: “Professoressa, qual è il significato della vita?”. Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano a uscire, rise. La professoressa guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria. Comprese che lo era. “Le risponderò” gli disse. Estrasse il portafoglio dalla sua cartella, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta. Poi disse: “Ero bambina durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande. Eccolo. Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli. Conservai il piccolo specchio. Diventando grande finii per capire che non era soltanto il gioco di una bambina, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare la luce, la verità, la comprensione, la conoscenza, la bontà, la tenerezza nei bui recessi del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno. Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto. In questo per me sta il significato della vita”.

Dentro a questo breve ma esaustivo racconto c’è anche il significato del sofferenza, della malattia e del diabete: sapete ho davanti a me la traccia delle cicatrici dell’anima lasciate dalle tante ferite avute nella ormai remota infanzia, quando l’offerta di antidolorifici, anestetici, tranquillanti, sonniferi e altre medicine del genere era molto corta.

Una malattia, cronica o terminale che fosse, faceva male nella carne oltreché nell’animo. Oggi è l’animo che soffre, il fisico molto meno, anche se tra placebo e non lo scaffale di casa come della farmacia offre e dispensa ogni cosa, poi se non siamo contenti nel nostro io possiamo rivolgerci a “parafarmacie e analoghi online” oppure erboresterie, guaritori, santoni, e molto altro ancora. Ma qui mi fermo perché il significato della vita non c’entra e manco ci esce.

E allora qual è il significato del diabete? Lo stesso della vita posto in questo passaggio del racconto che ripropongo: Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare la luce, la verità, la comprensione, la conoscenza, la bontà, la tenerezza nei bui recessi del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno.

Ah come sempre sono maleducato: mi chiamo Alberto Quarto, ho il diabete 1 da mezzo secolo ma non per questo trasecolo, ecco in questo lasso di tempo, spero breve, svolgo la funzione di supplente di Roberto Lambertini del quale domani leggerete l’ultimo articolo prima della sua pausa. Di me imparerete a conoscere qualcosa a rate, come oggi, piano piano, sia per non annoiarvi che dare spazio ai temi più importanti e prioritari. Vi saluto e auguro buona domenica e come omaggio ai miei colleghi di blog Peter, Klau e Chiara. Ora vado a preparare il pasto per il dì di festa e che Dio vi benedica e protegga!

 

Dromedario solitario

pensieroEravamo noi a romperci gli zebedei a metà giugno con la vita in pugno in cerca di agguantare zanzare e raccogliere lumache senza pace per un poco di prece in questa rete di contatti mancanti di scatti ma d’altronde cose potevo fare quando restavano pochi attimi alle vacanze. Scuole chiuse, esami di riparazione e maturità: la vita è tutta qua o lì? Non ne sono certo: il discorso resta sempre aperto tra favorevoli e contrari in questa melma sociale che non sa dove andare, cosa fare e da chi prendere spunto per sputargli in faccia tutta la merdaccia propinata nel corso degli anni.

L’Estate è il tempo delle speranze infrante, delle promesse trascinate a riva dalle onde scure. E’ il tempo delle giustificazioni fasulle e dei perché senza risposta. Il tempo in cui non è permesso sognare, perché anche i sogni costano troppo e pagano poco. In quel tempo, di oggi e di ieri, nascevano gli eroi, i pionieri della storia, gli uomini piccoli in potere ma immensi in virtù. Quegli uomini dallo sguardo fiero e dal cuore umile, forgiato dal dolore di mille vive battaglie, quegli uomini che, a vederli non si crede, hanno visto in faccia i demoni di questo mondo e gli hanno sorriso. Sotto il sole ardente fanno ombra e sotto la neve fanno impronte leggere, ma il vento non soffia sui loro volti ma sempre dietro le loro spalle e arriva a gonfiare le vele delle barche, fino a portarle nel punto in cui il cielo tocca il mare. E il mondo incredulo e beffardo vorrebbe coprire le loro voci ma quelle voci sanno di terra e di miele e volano sopra la gente. Quando sarà il tempo, la storia li ricorderà come coloro che guardarono avanti o forse li seppellirà tra le sue pagine per preservarli in eterno.

Ma la storia, rivisitazione futura del nostro passato, non interessa proprio se non per gli aspetti di saga e quindi restiamo ancorati al presente e questo pezzo di tempo che viene e va. Intanto pensiamo alla vacanza: solo fosse un poco più lunga sarebbe meglio no?

Sapete una cosa? Quello che ha bisogno di vacanza sono proprio io e proprio prendendo spunto dalla magica parola appena scritta faccio presente che, a cominciare dal prossimo 29 giugno e per un periodo indefinito ma non breve, smetto di scrivere e pubblicare post nel blog.

Diabete sì, diabete no, non è una tragedia: dopo sette anni e più ininterrotti di pubblicazioni in crescendo mi prendo un distacco, faccio una pausa, lascio il compito di proseguire le attività agli altri autori: Peter in testa. Ma prima della chiusura definitiva del blog nel novembre 2017 ricompaio, se non altro per fare un saluto come buona educazione richiede.

Si dice “basta il pensiero”. Guardare il volo di un gabbiano e volare accanto a lui solo col pensiero non mi basta. Vedere da lontano una bianca spiaggia, e sullo sfondo l’azzurro mare, per poi tuffarsi, ma solo col pensiero e non poter nuotare, non mi può bastare. Non basta guardare i prati verdi e i tanti campi in fiore, sfogliare loro uno ad uno solo col pensiero e non poter sentire alcun profumo. Non basta l’immagine che vedo, la “moto” il suo silenzio, il mondo sullo sfondo mentre tutto attorno tace. Volare col pensiero. Fra terra cielo e mare, ma se questo è ciò che conta, a me non può bastare.

Grazie per la vostra attenzione e intanto auguro a chi sta partendo, a quanti sono arrivati e stanno accasando valigie e suppellettili di farsi una buona vacanza tra alpeggi, campeggi, alberghi e che ne so’ lo spazio non manca il resto mettetecelo voi.

Sopra le nuvole

VitaIo non faccio parte di alcuna setta crudista, terzomondista, integralista vivo con il diabete e vado oltre, senza prendermi più ostaggio delle ansie e paure, controllandomi si la glicemia ma senza per questo stracciarmi i peli pubici per un valore bislacco.

Vado al massimo ora col diabete. Non serve il massimo.

Ci si può sentire realizzati, semplicemente ammirando una palla di fuoco che si immerge nell’oceano, al tramonto.

Si può assaporare la felicità osservando uno stormo di volatili che percorre il vuoto, verso l’infinito.

Si può rimanere incantati dallo spostamento breve e lento di una nube che si dissolve sotto il tuo sguardo.

Si può vivere la libertà cavalcando un cavallo bianco, su un campo fiorato d’inverno.

Si può cantare senza possedere una bella voce.

Ci si può sentire bambini dentro e adulti fuori.

Ci si può tuffare dal più alto scoglio e non provare quel terrore che ti scombussola le viscere prima di immergere il corpo in acqua, soltanto pura adrenalina.

Ci si può meravigliare di fronte a un quadro, di un pittore qualsiasi, poco celebre da essere reputato inferiore, e riuscire a cogliere ogni singola emozione che egli desiderava trasmettere.

Ci si può commuovere alla vista di un malato e non versare nemmeno una misera lacrima, mentre muori dentro.

Ci si può sentire grandi osservando un grande formicaio e ci si può sentire piccoli al fianco di un piccolo di elefante.

Si può decidere di improvvisare una frase e si può finire per scrivere un libro.

Si può tutto ciò che la tua mente vuole.

Si può creare un palazzo dalle macerie.

Può nascere una vita dalla morte.

Posso ricominciare a vivere.

E lo faccio

Fallo anche tu

Vita reinventata

vespaCome l’anno scorso a cominciare dal cuore dell’estate e sino a tutto agosto ogni giovedì allieteremo i lettori del blog con un breve racconto di “vita vissuta” non necessariamente legato al diabete, comunque con l’intento di alleggerire l’animo e contribuire a rendere più armoniosa la nostra vita. Buona lettura.

Una mattina molto presto, ancor prima dell’alba in una giornata qualsiasi di un qualsiasi anno, un persona realizzò che doveva reinventarsi la vita, perché quella era in disaccordo con il trascorrere del tempo.

   Fuori diluviava, le gocce sembravano palle da biliardo, ma a quella persona non importava e nonostante non avesse tutto il tempo necessario si alzò, si vestì prese il caffè, come aiuto al risveglio e chiudendo la porta dietro di se uscì.

   Appena giunto al cortile realizzò che l’acqua non defluiva e formava pozze grandi come piccoli laghi, fosse stata un’altra giornata, avrebbe cominciato a spurgare i tombini occlusi con la pompa idrovora arrivando a sudare per arrivare in tempo, ma era una giornata diversa, reinventata, quindi chiamò il lavoro dicendo che appena fosse stato in grado sarebbe andato.

   Finito di liberare dall’acqua con cautela e tranquillità tornò su nell’appartamento, fece una doccia, si mise a letto, non prima di telefonare al lavoro, dicendo che il cancello automatico era bloccato e non riusciva ad andare in azienda.

   Fosse stata un’altra giornata avrebbe fatto il diavolo per arrivare in tempo, ma era una giornata reinventata che faceva parte di quella sua vita reinventata.

   Non dormì ma si rilassò tra il fare del giorno con lo scuro un po’ aperto che lasciava intravedere il riflesso chiaro dell’azzurro richiamato dal Sole, realizzando i suoi pensieri che non erano più veri e propri pensieri ma ricordi, quelli di una vita prima di essere reinventata.

   Passarono i giorni e l’uomo fece caso sempre di più a ciò che prima non vedeva; persone che con le loro scadenze ogni giorno facevano la stessa cosa e non potevano cambiare, quel giorno era per la tal cosa e null’altro, per esempio il sabato mattina la spesa della settimana e con precisione da guinnes alle nove era in cortile, apriva il garage e aspettava la moglie per la spesa, tutte le settimane la stessa tiritera. Se uno s’ammalava? Beh niente spesa ahahah…

   Ogni santa domenica la pizza in casa, come orgasmo della settimana, “Abbiamo sempre fatto così e stiamo bene”.

   Il più piccolo dettaglio messo sotto la lente d’ingrandimento da chi aveva la necessità di reinventarsi la giornata, la settimana, la vita, ogni cosa non doveva essere più la stessa, ma dettata solo dal desiderio dell’attimo, scrivere emozioni prima non gli era congeniale, forse perché le reprimeva, come qualcosa che passava in secondo piano, ora le descriveva nel minimo dettaglio, come sua vita assidua e si accorse che ve ne erano di tutti i tipi e sotto i più indescrivibili aspetti, ma ora la necessità era reinventarsi la vita.

   Giusto, sbagliato… forse solo consapevolezza anche solo del minimo sguardo o della minima emozione, ma descritta nel suo libro privato dentro la sua testa, la vita era questa.

 

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Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti! Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete - se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007)

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