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Composta di pompelmi con bresaola e rucola

Composta di pompelmi con bresaola e rucola
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Tipo ricetta: Antipasti
Tipo cucina: Italiana
Autore:
Tempo preparazione:
Tempo totale:
Porzione: 4
Una sorta di insalata composita, rinfrescante, adatta all´alimentazione estiva, ma capace di fare la sua bella figura come antipasto non tradizionale.
Ingredienti
  • bresaola (100 g)
  • succo di limone (4 cucchiai)
  • pompelmi rosati (n. 2)
  • cuori di lattuga (n. 2)
  • rucola (50 g)
  • olio extravergine d´oliva (2 cucchiai)
  • senape (1 cucchiaino)
  • sale (q.b.)
  • pepe (q.b)
Preparazione
  1. - Dividere i pompelmi a metà orizzontalmente
  2. - Estrarre la polpa con un coltellino
  3. - Ricavare i mezzi spicchi e privarli della pellicina bianca
  4. - Tagliare a listerelle molto sottili la bresaola
  5. - Lavare e mondare la rucola e la lattuga
  6. - Tagliare a striscioline le verdure
  7. - Unire in un insalatiera la bresaola, le verdure e la polpa di pompelmo
  8. - Sbattere in una scodella il succo di limone con il sale e il pepe
  9. - Unire la senape e l´olio
  10. - Condire con la salsa l´insalata e mescolare
  11. - Riempire con la preparazione i 4 pompelmi svuotati e servire
Dose per persone: 100 grammi Calorie: 149 Grassi: 9 Carboidrati: 8 Proteine: 10

Al di là della vita

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L’altra notte ti ho sognata. Mi succede oramai di frequente e non ne capisco la ragione. Al risveglio mi ritrovo col tuo volto impresso nella memoria e ricordo tutto di te, compresa la voce. Rivivo i momenti trascorsi in tua compagnia e riempio così la mia giornata, che scorre lenta e vuota. Sono qui, lontano da casa, in questo luogo inospitale che mi dà lavoro, ma che non appaga il mio bisogno d’amore. Mi manca la mia donna, mi manchi tu, con la tua saggezza. Probabilmente oggi non sarei quel che sono, se non ti avessi incontrata. Sei tu che mi hai convinto, inconsapevolmente, a fare il grande passo che ha cambiato la mia esistenza.

Le notti bianche, no, non quelle d’oggi fatte di feste e baldoria dove tutti finiscono in gloria, bensì ciò che voleva dire trascorrere al mio capezzale giorni mesi anni dell’infanzia fatta di ricoveri nella pediatria dell’ospedale. Di corse pazze non lungo le vie balneari o per discoteche, bensì dritti, diretti al pronto soccorso causa ipoglicemia, iperglicemia con chetoacidosi a scelta che sia. A bordo di un auto, ambulanza o, come quella volta, sulla caretta di un rigattiere ma sempre stessa direzione: via Massarenti 9.

Le note le notti questo intrigo circadiano, il lato oscuro dell’essere umano, come d’ogni specie vivente che vive il suo mentre.

E la mia come la mamma è preistoria. Ora, oggi è tutta un’altra storia, fatta sempre si critiche e lamentazioni ma con presenze e prospettive ben diverse e senz’altro migliori. Un tempo il diabetico delle caverne moriva, poi con l’avvento dell’insulina cominciò a navigare a vista. Ora il diabetico si fa indossatore di dispositivi: defibrillatori, sensori glicemici, microinfusori bionici e algoritmi che, presto, daranno vita al “pancreas artificiale”. E la mamma ha, avrà sempre più sotto il cruscotto il pargolo in osservazione da remoto a prossimo.

Dispersi mai per figli del diabete catturati dalla rete come noi, ognuno diverso, unico e in divenire.

La festa della mamma per noi dal diabete giovanile rappresenta una sorta di Santo Graal: il calice della vita e sarebbe più rispondente alla realtà estendere il momento topico al padre, perché una patologia come la nostra ad esordio nell’infanzia, adolescenza la si affronta e si vince facendo squadra, barriera in famiglia.

I passi si contano non solo per capire quante calorie si consumano e la glicemia che variazioni ha in salita o discesa. I passi si fanno per progredire ed evolversi passando dall’età della fanciullezza all’essere adulti preparandoci a morire consapevoli della maturità acquisita e dei risultati ottenuti con questa vita.

E come finisce la favola? C’era una volta ed ora non c’è più. I figli sono sistemati, quel che dovevo e ho potuto fare l’ho fatto, certo.

Ma la mamma resta sempre la mamma, un presente, un ricordo perenne che varca confini e memoria: l’unico tesoro della specie umana.



Ave Cesare diabetics morituri salutamus vos

Parenti serpentiChissà chi lo sa? Forse il figlio del Maharaja, o del Sultano, Emiro, Eviro e Barone, Duca o qualunque altro si dica per una cifra qual è il valore della vita, visto oggi quanto si mercanteggia tra trader e borse, debito, deficit, spread, calazio e enlarge penis. Una cifra quantificabile oppure manco l’Imperatore del Giappone lo sa e non dico altro per non attirarmi anatemi e insulti gratuito o pagamento.

Il caldo favorisce gli scontri e alterazioni mentali nonché le risse e polemiche ma e l’Estate offre i tormentoni che io aborro. Ma per la prima volta faccio una eccezione e decido di entrare e stare nel tormentone anzi di farlo in modo pesante e tracotante perché? Perché quando ci si rompe i coglioni., ed io me li sono rotti beh allora si va alla guerra e combattimento sia.

Come ricordava Roberto lunedì scorso i recenti fatti e fattacci di cronaca: giovani morti di qua e di là dall’oceano così come tanti altri succedutesi con l’andare del tempo, e altri ne verranno, pongono domande a cui è ardito avere una risposta a proposito di diabete e compagnia. Siccome pure io ne ho letto di ogni: della serie se me lo dicevi prima, se aveva questo e quello, ma non quell’altro, oppure forse teneva un’altra malattia e così sia. Bene detto ciò appare chiara una cosa: il diabetico tipo 1 deve fare l’insulina poiché l’organo chiamato pancreas non la fa come diceva il Maharaja e secondo l’Accademia dell’Ade il farmaco denominato insulina è un salvavita va bene o avete dubbi? Non perché se li avete provate per credere. Il diabetico deve fare insulina e controllare la glicemia.

Ma qui viene il bello della faccenda: l’approssimazione fatta scienza, ovvero qual è la situazione giusta per definirsi compensati e con un diabete controllato? La risposta immediata e collettiva sarà: HbA1c ovvero la glicata, ma non è così. Altri parametri sono contestuali e importanti per capire lo scenario del diabete se risponde adeguatamente alla terapia e quindi è in compenso. L’importanza dell’autocontrollo glicemico è proprio legata al semplice motivo che l’HbA1c non sa dire dove si sono presentati i picchi glicemici (ipoglicemia, iperglicemia), invece un diario della glicemia, cartaceo o digitale, se tenuto bene è in grado di farlo.

E qui sta l’approssimazione tipica di una malattia fluida, sfuggente che, spesso e volentieri, va dove cazzo gli pare e non sappiamo come acchiapparla diventando dei frustrati della striscia e dei frustati dal diabetologo.

Intanto che il tormentone prosegue apriamo un dibattito sul tema: per quanti giorni posso campare senza fare insulina? Esempio vado nel deserto del Kalahari, senza insulina son cazzi amari. Oppure voglio suicidarmi: quanti flaconi debbo iniettarmi per raggiungere l’obiettivo?

Resto in attesa di commenti e risposte da voi e dall’Istituto Studi Insulinici e Sanitari – ISIS

 

Ancara

GravitàOggi riprendo le pubblicazioni dei post nel blog, ma per fortuna siamo una squadra e ora come nei giorni precedenti gli altri colleghi hanno coperto bene lo spazio con novità, approfondimenti e riflessioni che possono piacere o meno offrono lo specchio della realtà, senza infingimenti, con il diabete.

Si vive si muore anche di diabete tipo 1 e tipo 2 certo, la settimana scorsa tra blog e siti, social network ci sono stati milioni di commenti e post per la scomparsa della bimba di 5 anni negli USA, Kycie Jai, la triste storia risalente a qualche mese fa, riguardo la mancata diagnosi del diabete di tipo 1 (scambiato dal pediatra per influenza) con conseguente chetoacidosi, coma e danni cerebrali irreversibili: purtroppo la povera bambina è morta l’11 luglio dopo una lunga agonia a causa del DT1. Si vive e si muore con alterne fortune e fattori soggettivi, di alcuni casi si impara qualcosa ma la stragrande maggioranza resta a concludere il suo ciclo di vita nel silenzio. Lungo il percorso dei miei ne ho visti di casi analoghi e io stesso sono andato molto vicino a morire in diverse occasioni dall’esordio della malattia fino ai 20 anni, non mi dilungo, ma per usare un perifrasi “teologica” dovevo essere troppo stronzo per interessare il triste mietitore e così mi ritrovo qui da qualche a disseminare spunti e fagioli tra il blog e i social. Si vive e si muore di diabete tipo e 2 con l’ennesima tragedia effetto dell’immigrazione, o forse sarebbe meglio dire esodo, di intere popolazioni in fuga dalla guerra e miseria da un parte d’Asia e dall’Africa e Sud America, e l’ultima vittima in ordine cronologico è stata una bimba di 10 anni siriana, come prima una adolescente egiziana private per giorni dell’insulina. Ecco di questi fatti come di altri alcuni si indignano, molti se ne fregano poi passata la burrasca si tornerà alla solita ignavia di tutti i giorni. E’ la vita, è la morte: mors tua vita mea.

E mentre luglio fa il giro di boa chi scrive sta facendo il tagliando di routine per l’accumulo di visite specialistiche necessarie a due patologie autoimmuni coabitanti del mio corpo: artrite reumatoide e diabete. Tradotto: esami del sangue per vari marcatori tra cui l’HbA1C e radiografie, elettromiografia, tutto sto pacchetto diagnostico sarà pronto in vista della visita reumatologica del 28 luglio e diabetologica del 6 agosto.

Ma intanto si conferma la regola del non c’è due senza il tre, e riguarda le mie ossa. Già all’età di vent’anni mi venne trovata una esostosi (tumore benigno) al ginocchio destro, poi undici anni fa una cisti ossea (altro tumore benigno) nella scapola destra, per la quale non riesco ad alzare completamente l’arto. Ed ora infine un’altra cisti ossea nel lato sinistro del bacino, ma la cui definizione (benigno o maligno) deve essere stabilita tra quattro mesi con una ulteriore radiografia poiché non ne ho mai fatti di raggi in questa parte del corpo.

E nell’attesa degli esiti routine e sviluppi delle novità rientranti nell’apparato scheletrico affronto con serenità e continuità le attività solite. La vita è anche fatta di queste cose e momenti.

Come avevo scritto altre volte in termini di priorità il diabete ora sta in fondo alla classifica poiché riesco a gestire bene la glicemia e evitare l’ipoglicemia grazie al microinfusore con sensore. E sono certo di ottenere una HbA1c migliore rispetto all’ultima volta ovvero con 7 come valore. E si va avanti.

Mare, che da, ma che anche prende…

Tutti, o per lo meno chi è in contatto con la comunità diabetica, sono rimasti sconvolti dalla morte della ragazzina siriana. Non solo perché è morta a 11anni, ma soprattutto del perché. Perché, in quel viaggio verso una vita (forse) migliore, ha trovato la morte. Una morte che è successa perché in quel viaggio senza fine, hanno buttato al mare l’unica cosa che poteva tenerla in vita. L’insulina. E li rimani sconvolta, ma anche schifata dalla crudeltà che c’è in giro. Perché poi, quanto posto può occupare l’insulina? Ma dai, quello li era solo un atto di forza, per far vedere chi comanda…Quelli li sono dei animali, dei mostri senza cuore. E quella povera famiglia che è partita dal mare con la speranza di una vita migliore, soprattutto per quella figlia diabetica? E proprio in quel mare dove doveva trovare la via “di salvezza” ha trovato la morte. E solo si può immaginare la disperazione della famiglia, quella disperazione che l’ha spinto a fare un gesto così estremo…E li riaffiorano i ricordi…Quei ricordi che in un certo senso hai rimosso…Ricordi di quel padre dentro all’ambulatorio del diabetologo che disperato li chiedeva di quel farmaco o qualcosa di innovativo che aveva sentito che era uscito in America. Proprio perché soffriva a fare le punture tutti giorni e più volte al giorno alla figlia. E la risposta arrogante del medico: perché tu i soldi c’è li hai per comprarlo? No che non c’è l’aveva, non quando era disoccupato, ma per vedere star bene la figlia avrebbe fatto di tutto, anche fare un gesto estremo…Però la disumanità di quelle parole è rimasta impressa nella mente…Così che, visto che l’America era una “meta” impossibile, si cambia direzione. Perché non provare l’Italia, tanto li ci sono i zii, poi una “cura” migliore che in Albania ci sarà di sicuro, visto che neanche le strisce per misurare la glicemia trovi…E si comincia il calvario dei documenti, che in quei anni uscire fuori dall’Albania era mille volte più difficile che adesso…E così che ti ritrovi anche tu a prendere un viaggio verso l’Italia. A quella terra dove pure tu avresti avuto (forse) una vita migliore…E anche tu avevi uno zaino pieno, e non solo di vestiti…Ma anche di quella insulina che ogni giorno ti salva la vita…E così che con addosso quel costumino verde che ti aveva fatto la nonna, parti. Ma senza la mamma, perché per lo stato lei non doveva venire. Boh. Il viaggio in traghetto è un buio totale nella mente…Però ti ricordi che ti ritrovi a Brindisi, che dovevi ritornare indietro, perché per i controllori tu eri stata rapita, se ne fregavano dei documenti e delle suppliche di tuo padre che diceva che eri sua figlia e  che dovevi fare delle visite perché eri malata. Vabbe. Si torna indietro…Per una bambina è solo la fine di un’avventura…Solo molto dopo di rendi conto di tutti i rischi che hai corso…Era gennaio (forse il 31 se la memoria non inganna) del 1999. Inverno. E solo chi ha viaggiato in mare in quel periodo sa cosa comporta (visto che sei in mezzo al mare, in mezzo al nulla per minimo 5-6 ore) quanto può essere crudele il mare se è mosso (e tu lo sai bene visto che l’hai provato il 3 febbraio del 2010, quando da quanto era mosso il mare neanche sapevi se saresti uscita intera)…E poi, dopo l’annegamento della nave nel canale di Otranto, beh, venire verso l’Italia in quel periodo era come un suicidio. Però quel padre ha voluto rischiare lo stesso. Perché credeva in un futuro migliore per quella figlia. Non c’è riuscito ad andare oltre, ma per lo meno ci ha provato…E la stessa cosa hanno fatto i genitori di quella ragazza siriana. Hanno corso un rischio perché hanno pensato che ne valeva la pena. Solo che per passare quel mare hanno dovuto pagare con la vita. E li, da persona che in un certo senso ha passato più o meno lo stesso calvario, ti rendi conto che alla fine sei stata fortunata. Perché sei ancora qui. (Perché anche se ti hanno fatta tornare indietro, non ti hanno buttato al mare l’insulina…)E circa 10 anni dopo sei riuscita a venire in Italia. E questa volta pure da sola. Perché questa volta eri tu che cercavi una vita migliore. E ci sei riuscita. E sei riuscita a passare attraverso quel mare che a te ha dato la libertà. Ma che a qualcun’altro ha preso la vita…

Piccola stella, adesso voli in pace tra gli angeli.

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