Sabato scorso ho compiuto gli anni, 49 d’età, al di là dell’evento che non festeggio più da tempo memorabile mi piace rammentare come l’evoluzione dei giorni fa essere diverso l’approccio allo stesso problema visto con gli occhi del passato e quelli nel presente: il riferimento al diabete non è casuale e manco si riferisce al miglioramento delle tecnologie e terapie in questo campo. La mia riflessione è molto più “esistenziale”: quarant’anni fa i medici dicevano ai miei genitori che le mie speranze di sopravvivenza sarebbero state poche, ovvero dovevo vivere pochi anni ancora. Il grosso problema che porto oltre al diabete è di avere una memoria traumatica molto radicata e forte, e l’episodio descritto poc’anzi non solo mi ha segnato per tutta la vita, in negativo, ma a quasi cinquant’anni posso affermare come certe previsioni si sono rivelate infondate, e non solo per me. La raccomandazione che faccio quando si parla di diabete giovanile tipo 1 è di dosare e soppesare bene le parole perché i loro effetti durano nel tempo delle persone.

La patologia in sé ha lasciato dei segni nell’organismo questo sì, e in buona parte dovuti a mia noncuranza, ma sono ancora qui a scrivere e parlare. La settimana appena passata ha visto il mio compenso glicemico attestarsi sui 203 mg/dl: è la prima volta da quando porto il microinfusore che il grafico s’impenna con valori superiori ai 200 di media; infatti, come avevo già scritto, ho avuto due giorni di alterazioni iperglicemiche, poi rientrate, con cui ho dovuto fare i conti. La cosa l’ho affrontata senza drammi anche perché prima o poi un episodio del genere dovevo metterlo nel conto ed ora tutto è tornato nella normalità.

Da sabato ho rimesso il sensore glicemico così avrò la situazione ancor più monitorata sulle ventiquattro ore e la vita prosegue con il calendario di scadenze e cose di tutti i giorni