Mangiare

Caleidoscopio

Provare cose nuove, esplorare luoghi sconosciuti, conoscere, imparare serve all’uomo per evolvere crescere ed è questione di vita, è alla base della nostra stessa esistenza. All’interno della nostra di sapere ogni giorno c’è anche la fame di novità e sensazioni gusti nuovi, da qui alla tavola la distanza è breve. Ecco una cosa positiva del diabete sta nello spingerti a ricercare, sperimentare ricette, combinazioni alimentari nuove: una sorta di nouvelle cuisine ante litteram: uno dei lati creativi sviluppati dal diabete e dalle mamme di diabetici, a cominciare dalla mia fin dalla notte dei tempi: un segno tangibile dell’amore verso i figli imperituro e unico.

English: Alicha Begie and chicken, typical cus...

Nel novero delle questioni alimentari ricomprese all’interno del capitolo diabete ce ne sta una particolare oggetto della mia odierna dissertazione: come si combina l’impatto glicemico con la cucina e le tradizioni etniche? Meglio il cinese, indiano o che?

I diabetici possono sì essere razzisti ma il diabete non lo è quindi mancano preclusioni di sorta avverso le tradizioni gastronomiche di altri paesi, semmai prestare attenzione a qualche piatto specifico, come del resto lo si fa anche con la nostra cucina italiana e regionale.
Fare qui un’analisi di tutte le gastronomie nazionali è materialmente impossibile e cercherò di riportare le maggiori e più diffuse a livello generale. A questo proposito riporto le mie esperienze e le conseguenze avute sulla glicemia attraverso pranzi o cena a base di ricette, menù internazionali.

Giapponese – zero problemi di assimilazione e digeribilità, per quanto riguarda invece l’impatto sulla glicemia il sushi è un piatto che carica molto, dopo qualche iniziale problema di adeguamento delle unità di insulina da iniettare per evitare sbalzi iperglicemici sono riuscito a mantenere il controllo  , ma è bene avere un occhio clinico in particolare quando si va a mangiare a ristorante o locali ad hoc.
Cinese – l’ampio impiego della frittura rende sovente problematica la digeribilità dei piatti, mentre coi risi e spaghetti di soia o simili occorre stare attenti nella quantificazione poiché essendo molto  “conditi” possono far sparare la glicemia con effetto a scoppio ritardato. Tra i piatti meno impattanti nel mio caso ho trovato gli involtini primavera e il wonton.
Thailandese – anche se provata una volta sola in quell’occasione non ho avuto problemi con il diabete e debbo dire che i gusti nell’articolazione dei piatti erano particolarmente vari e delicati, la digeribilità ottima. I piatti che ricordo con particolare interesse erano: insalata di papaya, zuppa di galangal.
Indiana – qui l’offerta gastronomica e la varietà è veramente molto ampia, l’unica nota d’attenzione nel mio caso riguardava per alcuni piatti l’eccesso di spezie e alcune ricette eccessivamente piccanti, ma sotto il profilo glicemico alcun problema. Piatti particolarmente graditi: samosa di verdure, biryani di verdure.
Eritrea – seppur una gastronomia semplice ci sono piatti a forte impatto iperglicemizzante come, ad esempio, L’ enjera piatto base della cucina etiope ed eritrea e viene preparato con la farina di teff, un cereale originario degli altopiani etiopici. Si tratta di una grande (dimensioni di una pizza) crêpe spugnosa di colore grigiastro e dal sapore leggermente acidulo. Su questa base di enjera si dispongono le varie pietanze quali carne (dorowot, segawot) o anche verdure, legumi. Rotoli di enjera vengono serviti a parte e, strappati a brandelli, servono per portare il cibo alla bocca. Proprio per la sua caratteristica ho constato come la dose da fare d’insulina è uguale se non addirittura maggiore di quella della pizza, a seconda che sopra siano riversati legumi o meno.
E per finire il giro del mondo culinario mi toccherà provare altre aree e varietà offerte dalla nostra amata terra: ci riuscirò? Se sì velo farò sapere 🙂

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