Vivo col Diabete

Dentro e tra noi

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Lunedì vigilia di Natale, un momento nell’anno che accade alla fine quando in verità è il principio, la nascita della vita, un atto presente in ciascuno di noi, a prescindere dalla fede o meno, dalle idee e pensieri, opinioni, è un passo su cui dobbiamo fermarci e ricordarlo sempre. Oggi anche se il Natale viene addobbato di stoffe e costumi commerciali, materiali, alimentari proviamo a fare uno sforzo: concentrarci sulla natura stessa della festa, ovvero il pianeta in cui nasciamo, viviamo e moriamo e in cui, con il passare del tempo, impariamo  a conoscere e crescere noi stessi facendo lo stesso con gli altri. Allora basta poco a ricordarsi come, stando insieme e condividendo il cerchio della vita, diamo senso al Natale, al nascere non un giorno: domani, ma ogni dì. La vita è un dono prezioso, noi diabetici lo sappiamo bene perché ogni istante ci confrontiamo con la sfida della malattia e il nostro modo per rendere grazie a tutto questo lo manifestiamo arricchendo l’esistenza stessa d’amore e forza, coraggio. Ecco il Natale arriva e a tutti i diabetici, alle loro famiglie, ai lettori del blog auguro una festa vera autentica in salute, armonia e gioia assieme a un piccolo ma significativo regalo nella poesia, quella  del grande Boris Pasternak.

Era pieno inverno.

Soffiava il vento della steppa.

E aveva freddo il neonato nella grotta

Sul pendio della collina.

L’alito del bue lo riscaldava.

Animali domestici

stavano nella grotta,

sulla culla vagava un tiepido vapore.

Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio

e i grani di miglio,

dalle rupi guardavano

assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero

e recinti e pietre tombali

e stanghe di carri confitte nella neve,

e sul cimitero il cielo tutto stellato.

E lì accanto, mai vista sino allora,

più modesta d’un lucignolo

alla finestrella d’un capanno,

traluceva una stella sulla strada di Betlemme.

Per quella stessa via, per le stesse contrade

degli angeli andavano, mescolati alla folla.

L’incorporeità li rendeva invisibili,

ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.

Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.

Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.

E a loro, “chi siete? ” domandò Maria.

“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,

siamo venuti a cantare lodi a voi due”.

“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.

Nella foschia di cenere, che precede il mattino,

battevano i piedi mulattieri e allevatori.

Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;

e accanto al tronco cavo dell’abbeverata

mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,

come granelli di cenere, le ultime stelle.

E della innumerevole folla solo i Magi

Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.

Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,

come un raggio di luna dentro un albero cavo.

Invece di calde pelli di pecora,

le labbra d’un asino e le nari d’un bue.

I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla

Sussurravano, trovando a stento le parole.

A un tratto qualcuno, nell’oscurità,

con una mano scostò un poco a sinistra

dalla mangiatoia uno dei tre Magi;

e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,

alla Vergine guardava la stella di Natale.

— Boris Pasternak