Emozioniamo

La macchia

LagoConcludo la trilogia di racconti di agosto del blog “Il Mio Diabete” con una storia che nella sua essenza può portare a riconoscersi/mi nel vissuto più intimo e profondo della crescita ed evoluzione personale coltivata tra le tensioni della malattia e le incertezze, dubbi di sé verso l’avvenire.

Gli anni erano passati, troppi, e non si era mai deciso a riparare quel soffitto.

    Che senso aveva dirselo proprio ora? Non lo sapeva.

    In realtà non sapeva più nulla… anzi, non voleva sapere più nulla, fin troppo consapevole della propria fragilità.

    Tante volte nella sua vita era cambiato, conoscendo cose diverse, diventando una persona nuova… ma ora nulla aveva più senso.

    Continuava a fissare la macchia di muffa scura sul soffitto bianco, e malgrado si dicesse che avrebbe dovuto ripararla da anni, non gliene fregava più niente.

    Seduto sul divano con la sua birra in mano, non riusciva a far altro che fissare quella macchia, come se potesse cambiare qualcosa guardarla: non sarebbe certo scomparsa da sola, così d’improvviso.

    Una volta aveva perfino trovato la crepa dalla quale colava l’acqua piovana, ma nonostante si fosse ripromesso di comprare il catrame, non l’aveva fatto.

    Ricordava ancora il perché: Minerva. Si, Minerva… quella ragazzina l’aveva impegnato tutto il pomeriggio a correre da una bancarella all’altra, come una matta.

    “Accompagna la bambina, dai. Oggi è Domenica… non fai mai nulla con lei… ” ed era dovuto scendere dal tetto e l’aveva dovuta accompagnare al mercatino. Perché non se la fosse portata con se dalla zia, chi lo sa. Aveva perso una buona occasione…

    Ed ora era lì, a fissare quella macchia, immobile.

    Faceva un gran caldo ed aveva cominciato a sudare, ma non riusciva a decidersi a levarsi la giacca.

    Non era la macchia in realtà che lo richiamava, ma quello che essa rappresentava: il suo fallimento, come marito e come padre. Quante volte dopo l’ultimo acquazzone primaverile aveva sentito urlare le stesse parole “Non è possibile! Sono anni che è sempre la stessa storia, quando ti deciderai a ripararla!? “. Anni, già anni.

    Ricordava ancora quando era apparsa, Minerva avrà avuto circa tre mesi. Era la fine della primavera ed aveva finito di piovere da pochi giorni, quando aveva notato il primo alone scuro dietro l’intonaco bianco del soffitto. Aveva cercato di trovare la crepa, ma evidentemente all’epoca era troppo piccola perché potesse vederla. Poi era cresciuta assieme a lei, Minerva. Quanti anni erano passati? E di quanto si era allargata quella crepa? Ormai non era più sicuro di nulla.

    Minerva, la sua unica certezza. Come era bella da bambina, quale dolcezza nel suo viso.

    Quante volte era rimasto a fissarla mentre giocava, osservando i suoi occhi accesi e provando, senza sapere bene perché, una strana tristezza.

    Ora sapeva il motivo: Ogni volta che lei andava a trovarlo lui scrutava nei suoi occhi, cercando qualcosa di quella passione, di quella felicità… ma non trovava altro che tristezza e desolazione.

    La vita fa crescere, fa cambiare, ma porta anche a spegnersi… e lui l’aveva sempre saputo.

    Solo le cose non vengono scalfite dalla vita, la macchia era ancora lì, immobile, a dimostrarlo al mondo.

    Continuava a fissarla, senza staccarne via gli occhi. Avrebbe dovuto riparare quel soffitto anni prima, continuava a dirsi.

    La birra era ormai calda, lo sentiva attraverso il vetro della bottiglia.

    L’umidità si stava facendo opprimente, segno che di li a poco avrebbe piovuto: era vecchio, ma ancora sapeva interpretare i segnali che lo preannunciavano, era sempre figlio di contadini. Minerva non era mai riuscita ad imparare, quando aveva cercato di insegnarle qualcosa, portandola con se nella palude e nei boschi. Lei odiava quelle giornate, lui lo sapeva, ma aveva sempre desiderato insegnare ai suoi figli le proprie conoscenze, così come suo padre anni prima aveva fatto con lui.

    Perché proprio ora stava ripensando alla sua vita? Non aveva senso. Proprio ora, che non poteva più fare o dire niente per cambiare le cose.

    Si accorse che stava piangendo, le lacrime gli scendevano calme lungo il viso e nessuno spasmo le turbava.

    Perché? Cosa lo portava a piangere adesso? Il suo fallimento?… No, non era questo, ormai da tempo sapeva di aver sbagliato tutto… Cos’era allora?

    In realtà lo sapeva benissimo: rimpiangeva il tempo perso, quello che avrebbe dovuto veramente utilizzare, come non aveva mai fatto. Quanto tempo sprecato! Aveva avuto mille occasioni e non le aveva mai sfruttate… rimpiangeva di non essersi mai scusato per non aver riparato quel soffitto, di non aver mai compreso l’importanza di quella crepa nel tetto.

    Ora, quando tutto non aveva più senso e le cose erano ormai libere da ogni vincolo, solo ora riusciva a capire quale fosse stato il vero senso di tutto.

    Mai come allora avrebbe voluto sentire la risata della sua bambina tra i banchi del mercatino, mai come allora avrebbe voluto vedere la figura di sua moglie sulla porta della cucina.

    Ma ormai aveva perso tutto, perché aveva perso lei. Lei, l’unica fonte di serenità della sua vita, l’unico legame con il passato che dava un senso all’andare avanti.

    “Papà… vuoi del tè? ” i suoi occhi, finalmente, si staccarono dalla macchia, posandosi su di un viso triste ed incavato, dagli occhi vuoti e desolati. La gente che riempiva il soggiorno bisbigliava tra se frasi a lui incomprensibili.

    “Del tè?… no, non voglio del tè”si sentì dire. Portò gli occhi sul pavimento, fermandosi sul vecchio tappeto arabo che Lei aveva voluto comprare ad ogni costo. Non gli era mai piaciuto, ma non l’aveva mai detto. Rimase a fissarlo, come se si aspettasse di vederne uscire il suo viso, dolce e delicato.

    Il borbottio intorno riempiva la stanza e lo annoiava, ma non disse nulla, non ne aveva la forza.

    Qualcuno gli si fermo davanti, intralciando il suo sguardo fisso sul tappeto: gli stavano offrendo una birra gelata. Alzò lo sguardo e per un istante si pietrificò, vedendo se stesso da giovane… ma sbattendo gli occhi si accorse che era solo un ragazzo qualsiasi. Guardò la bottiglia, desolato.

    Abbozzò un sorriso e la prese in mano.

    “Domani” pensò “Domani riparerò il soffitto”.

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