Vivo col Diabete

Rigetto del diabete

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vomito

D’altronde si sa: la discarica del vicino è più ampia. Certo che a pensare da uomo d’età ai vecchi bidoni cilindrici e monogami  degli anni 60 e 70 confrontati con il presente si capisce la verticale crescita esponenziale avuta dalla spazzatura in pochi anni. Il diabete non è esente da colpe, infatti un tempo con l’impiego della siringa di vetro e ago da sterilizzare e bollire ogni volta, l’accumulo di materiale di scarto da gettare era molto ridotto, poi con l’arrivo delle siringhe di plastica e penne, strisce e lancette, materiale di ricambio dei microinfusori anche qui la massa da buttare è andata a quintuplicarsi come minimo. Pro e contro del progresso.

Il rigetto dell’oggetto ha una pratica e dimensione ben più estesa nel nostro tempo: ad esempio un aspetto molto triste e negativo delle relazioni sociali contemporanee, andato in crescendo di generazione in generazione, riguarda l’usa e getta delle persone, amici e partner quasi come fossero dei fazzoletti di carta o peggio.

Invece una storia a parte e meritevole di attenzione l’ha la crisi con i manovratori del diabete. Mentre è più volte messa in evidenza, nell’arco degli anni, la difficoltà o noncuranza nei riguardi dei controllo della glicemia, delle iniezioni d’insulina ed esami di laboratorio e non da effettuare, un lato oscuro della materia riguarda il rigetto, rigurgito mentale verso i medici, in questo caso gli specialisti in diabetologia. Le cause sono tante e non sono dell’idea di esporle poiché appartengono al vissuto specifico di ogni individuo.

Il rigetto verso la visita medica di controllo periodico ho notato che è una variabile che viene, scompare e riappare nel corso degli anni. Durante le attese per il disbrigo delle pratiche di accettazione al controllo della malattia mi è capitato di sentire tante persone di ritorno “sul posto” dopo anni di assenza, e parlo di diabetici tipo 1. Me stesso ha contribuito a infoltire tale schiera, marcando visita per ben quindici anni.

Il dato è un fatto e non sto qui a criticare o biasimare nessuno: ci si rompe i coglioni non solo di aspettare una visita, ma anche di conoscere lo stesso refrain e motivetto musicale nel corso dell’incontro e poi vedere le cose lì in attesa di non si sa cosa. Non è un gettare la spugna in molti casi, ma semplicemente constatare come si è soli nella malattia anche in quel breve tempo dedicato alla visita.

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