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Diabete invisibile

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E proprio ragione per cui non mi rattrista sapere al giorno d’oggi che ci sono diabetici giovani e adolescenti in particolare (tipo 1) i quali hanno un rapporto disperato con la malattia. Ci sono passato per quella dura e tortuosa strada fatta di cavalli di frisia, mura insormontabili e fortezze inespugnabili mentali, solo come una sorta di Don Chisciotte della Mancia senza Sancho Panza contro i mulini a stento del diabete e ogni altra sorta di “nemico” vero o presunto tale.

Ecco la barriera ignota ai più del diabete invisibile, fatto di persone giovani o comunque in difficoltà di fronte alla malattia, senza più fiducia in nessuno, famiglia compresa, e pronti a cedere in vario modo e forma. Sono gli invisibili che neanche i medici diabetologi o di base conoscono, sanno chi sono, capaci di trasformare l’insulina da terapia in arma di suicidio/omicidio, o con il rifiuto della cura.

L’argomento non è nuovo per questo blog, chi ha avuto modo di leggere attentamente i post nella categoria: emozioniamo, avrà trovato diverse riflessioni, introspezioni e saggi sull’argomento. L’ultimo episodio reso pubblico riguarda Reghunath Varta, un trentenne diabetico 1 del Kerala, che, otto mesi dopo aver rappresentato l’India come Young Leader al convegno dell’IDF (International Diabetes Federation) a Melbourne, in Australia, dove era andato a portare il messaggio che la malattia deve essere curata scientificamente, e con l’insulina per i diabetici 1, è morto per aver accettato il consiglio di un guaritore a seguire una terapia senza insulina. L’insulina è un medicinale salvavita per i diabetici tipo 1.

La tentazione di trovare una scorciatoia, di smetterla con le medicine, insulina compresa, è un dato pesantemente presente. Ignoriamo il problema ma non sono due o tre i casi di morti per tale motivo, sono pochi quelli riportati dalla cronaca su stampa, media e rete, Quasi tutti restano invisibili e per diverse cause restano tali.

Nessuna presunzione salvifica in questo richiamo, ma bensì un invito a non nascondere il problema affrontandolo sia fisicamente, confrontandosi e dialogando con e tra diabetici, che tramite i social network. Inoltre risulta evidente come le strutture specialistiche di diabetologia, sia in ambito pediatrico che degli adulti, risultino non essere all’altezza di tale questione. Ma anche le associazioni, primo avamposto sul territorio e che, tra le altre cose, nascono con lo scopo dell’autoaiuto tra diabetici, in realtà mettono in luce un divario e difficoltà nel farvi fronte.

Purtroppo paghiamo il prezzo dell’eccessiva meccanizzazione della salute, della serie: basta una pastiglia, un elettroshock e tutto si risolve, quando invece occorre più attenzione e sensibilità nelle relazioni umane, in specie durante la fase evolutiva dell’uomo. Pensiamoci e agiamo senza stare con le mani in testa dopo averle tenute in tasca.

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