Emozioniamo

Il racconto del sabato: lo scriba

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La penna, la carta, pochi strumenti per un grande fine: l’uomo non è Dio, ma in casi eccezionali può sentirsi Dio per una volta, un piccolo essere soprannaturale, un padrone, un genio, un pazzo se vogliamo. Il potere logora, il potere spezza le redini della realtà: ma qui non si parla di realtà, la scrittura fa evadere da essa, crea una realtà alternativa, una realtà solo tua, o una finzione, ma breve, fugace, illusoria, ma così dolce. E lei non aveva bisogno di altro: affidava alla scrittura ogni suo sogno, ogni sua paura, vi riponeva ogni parte di lei, e la sua anima volava, si sentiva bene, sola ma bene, e non importa se quello che scriveva veniva letto o rimaneva nascosto in qualche cassetto, lei faceva sentire la sua voce ed essa arrivava a chi voleva, perché la poesia non la scrivi, la senti, la vivi, la godi; ma lei godeva grazie allo scrivere, perché finalmente qualcosa la faceva sentire viva, perché amava, amava creare, amava emozionarsi di fronte a poche righe, amava i suoi personaggi, amava e continuava a farlo, finché la morte un giorno se la portò via.

Aveva appena terminato quello che lei definiva il migliore di tutti i suoi scritti, ma non ha importanza, aveva vissuto nel migliore dei modi a suo parere, senza rimpianti, e il suo libro della vita recava ormai la parola “fine”, con in fondo alla pagina una nota: “io scrivo finché sono viva, e quando non lo sarò più avrò comunque vissuto, e rivivrò nei miei scritti, nelle menti di chi legge e leggerà e la memoria perpetuerà il mio ricordo”.

Dorotea Meletti aveva il diabete e morì il 21 febbraio 1965, molto probabilmente a seguito di un coma ipoglicemico, all’età di 54 anni. Ringrazio Giovanna Righini per questa postuma testimonianza di sua madre.

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