Emozioniamo

Desiveranda

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Tutti desideriamo qualcosa… Ma nessuno riesce a pianificare con esattezza la propria vita, e in molti casi la volontà di autorealizzazione è determinata da un incolmabile stato di insoddisfazione. La consapevolezza dello spazio infinitesimale e del ridotto apporto sociale che rappresentano il singolo, il quale limita i suoi limiti riducendo l’energia a disposizione, lo induce a circoscrivere i suoi confini, a domandarsi il senso della sua limitata esistenza, e a trovare ovunque l’inutile. Il piccolo microcosmo, in cui ognuno vive, è in contatto con l’universo, dove proiettarsi attraverso il metalinguaggio (per mezzo del quale due livelli differenti possono incrociarsi), che permette l’esistenza di una comprensione globale. In altri termini solo grazie alla coscienza si comprendono i differenti gradi di valore delle cose, e si desidera dapprima ciò che deriva dalla propria limitazione, in secondo luogo ciò che supera il limite autoimposto, irrazionalmente riduttivo. Però non vale sempre il principio per cui gli oggetti desiderati subentrano ad altri che appaiono meno ambiziosi, e quindi dal piccolo si passa al più grande. Ogni essere procede gradualmente, ed è il pensiero a permettere un avanzamento, saltando su livelli differenti, senza seguire una logica scalare. Allora si può desiderare direttamente anche l’estremo, che è il termine ultimo a cui aspirare. In tal caso l’appagamento è definitivo, finalmente colmato. Ad esempio, se si ricerca la quiete coricandosi in luoghi più o meno solitari, vuol dire che si desiderano stati intermedi, livelli più o meno alti di soddisfazione. Se invece si valica ogni inframmezzo si giunge all’estremità: nel caso appena citato si desidererebbe l’annullamento, coincidente con la quiete eterna.

Il desiderio porta alla perdizione: in alcuni casi per trovare quello che si cerca non si deve volere, perché le aspirazioni sono inesauribili, si autoalimentano, sono in perenne mutamento/incremento e soprattutto limitano l’agire. L’antitesi di questa opinione è data dall’idea contraria, che vale come precetto generale: è importante ma non necessario che la volontà e l’obbligo siano conciliabili, ai fini di un adempimento più certo: in altri termini se si desidera intensamente qualcosa che allo stesso tempo è un onere, è improbabile che non si riesca ad ottenere. La razionalità porta l’uomo a non desiderare l’avvenire necessario e prevedibile, così come non si pensa ciò che è indotto da un meccanismo imprescindibile, cioè a cui non è possibile sottrarsi, che si determina spontaneamente e non richiede alcun ragionamento, come nel caso della gestualità e di alcune azioni quotidiane. Ne consegue che ciò che si desidera è il meno certo, il meno prevedibile, “l’eccezione alla regola” difficilmente realizzabile. Meno l’oggetto bramato è raggiungibile, più vi si aspira; in tal modo se lo status desiderato è irrealizzabile, ambirvi equivale a pensare a una utopia, la cui unica “concretizzazione” possibile è farvi riferimento come modello a cui tendere. L’avvenire non “riempie” le mancanze, infatti deriva da un fatto tangibile e non da un’assenza. Inoltre ciò che manca non sarà mai colmato, ma ciò garantisce un differente impiego di energia più efficiente, quindi non esiste la poliedricità efficiente. Non esiste nemmeno il caso, (né un’entità superiore), ma solo relazioni necessarie ed entità esteriori. (Il caso apparente deriva sempre da un insieme di eventi necessari, che legano stati differenti, e ogni situazione particolare deriva da un fatto ad essa esterno).

La dimostrazione della realtà è la realtà stessa, cioè la serie di eventi microscopici dell’insieme delle esperienze individuali che costituiscono il mondo macroscopico.

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