Vivo col Diabete

Me ne frego

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Oggi il nome che va per la maggiore è Paco: Paco Raban, Paco d’Alcatraz ecc., io il paco non lo do lo ricevo, forse è per questa genetica ed ereditaria presidisposizone/condizione che me ne frego di certe cose e faccende, stati d’animo e comportamenti, luoghi comuni, avverbi e proverbi. Forse è anche a causa di questa genesi che per molti anni me ne sono fregato del diabete. D’altronde la figura della macchietta umana non l’ho mai gradita: della marionetta o manichino del diabetologo di turno nelle cui mani sarei finito per diventare un fachiro appuntellato d’aghi nelle mani e braccia per testare all’infinito la curva di Pareto applicata alla glicemia lungo una corsia d’ospedale o ambulatorio con destinazione obitorio. Invece me ne sono fregato e anche se dicono i più solerti biografi e scrittori di malattie e antropologia del malato che il diabete ti consuma dentro piano piano o velocemente: dipende; beh francamente me ne sono altamente sbattuto fino a un certo punto. Ovvero fino al punto in cui non volevo perdere vista e reni e allora in quell’istante ho cominciato e mettermene, ma nel giusto modo, ovvero senza voler diventare schiavo della malattia. Dite la vostra che io dico la mia: è questo il moto secondo me da mettere alla porta d’ingresso degli ambulatori di diabetologia e delle rispettive associazioni. Poiché ciascuno ha la sua dimensione poetica, metrica con il diabete ed è completamente inutile stare a guardare cosa fa il vicino con la glicemia più verde, copiare e incollare non serve.

Me ne frego quel che basta per non andare in esaurimento: mentale e fisico, poiché più te ne metti e più ci rimetti; più ti incaponisci e più non ne esci e ci capisci. Ecco essere responsabili vuol dire non farsi condizionare da chi sta lì non per sostenerti ma solo per romperti o spaventarti. Questo non serve, non ci serve. Non ci servono i falsi maestri del: si fa così; te lo avevo detto io. Mentre avremmo bisogno di persone che ci fanno ragionare senza indicativi perentori, ma con un semplice ventaglio di possibilità, probabilità da valutare e lavorarci sù per scovare la strada migliore da intraprendere.

Comincia settembre e tra qualche giorno faccio i 54 anni d’età che, combinati con 52 di diabete, fanno un bel condimento. Lungi da me fare bilanci a tutto campo, sono qua a scriverne e già questo mi basta e avanza. Ma le date hanno una altro significato: servono a ricordare i passi compiuti e quelli da fare per ampliare la conoscenza, crescita e maturità personale sino alla fine certa anche se non ci è dato sapere quando è.

L’elemento che più mi piace del mese in cui sono nato è lo stare ancora in estate anche se verso l’autunno a simboleggiare nel ciclo di vita contadino (passato) il periodo della vendemmia e del raccolto, il ringraziamento con feste popolari, insomma una fase bella del calendario lunare. Oggi tali tradizioni restano solo a uso e consumo del turismo da fine settimana, ma a me piace rammentarle per la loro vera e autentica radice.

Ecco anziché scrivere di aridi grafici e algide cifre, di glicemia e affini oggi ho dissertato di un elemento molto più umano e profondo: del vivere tra le lancette del tempo senza rimanere tagliato a fette. Benvenuto Settembre!

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