Vivo col Diabete

Non ti riguarda ma sotto l’ombrellone puoi sempre fare il guardone guardingo

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Famiglia

Ero piccolino, quando capii che tutto intorno a noi ha una fine, grazie al primo ricovero dei tanti per il diabete (anno 1963) conobbi un bambino di sei anni d’età, di nome faceva Piero, era grassoccio, aveva sempre in bocca una crescenza e per me che stavo in chetoacidosi, con la fleboclisi attaccata perennemente al braccio senza mangiare quel bimbo mi dava non poco fastidio, ma era l’unico che veniva a salutarmi ogni giorno al capezzale del mio letto con le sponde e chiedeva a me e mamma come stavo. Poi un giorno più lo vidi, neanche un commiato, e mia mamma di fronte alle mie richieste sempre più insistenti sulla sorte di Piero, un dì disse che erano venuti a portarlo via gli angeli.

Da quel momento, ma in realtà già lo avevo capito fin dal primo istante con l’ingresso nell’ospedale pediatrico, avevo chiaro due passi dell’esistenza umana ed entrambi sono fondati sulla cecità: la prima della fortuna la seconda della morte. Oggi potrete dire che, grazie ai progressi della scienza, si sa in anticipo chi è predisposto a determinate patologie destinate a certo funerale. Vero in parte: poiché la data esatta, l’istante preciso lo sa solo la cieca signora.

L’età dei sogni, delle favole e gaiezza, spensieratezza dell’infanzia e gioventù come si amava inneggiare un tempo, o forse ancora oggi almeno in buona parte delle nostre terre e raggruppamenti sociali, nel presente si è trasformata in un intimo desiderio che si tiene per sé e lo si coltiva in serra a protezione delle intemperie, germi e batteri cattivi. l’incanto, l’illusione nel caso di un bimbo come tutti gli altri, nato da una coppia insufficiente e disagiata sotto il profilo umano che emotivo, esistenziale, nonché da personale sanitario incapace a infondere coraggio anziché paura/paure ne ha fatto soufflé oggi vivente, con il passaggio inevitabile al disincanto e delusione, dissacrazione senza appello di quel che viene esclamato, declamato amore, quando poi invece non è un calesse ma una motocicletta cromata in leasing.

Cosa è mancato in casi del genere? Attenzione verso il nucleo familiare oltre il piccolo malato. Certo i problemi non si risolvono delegandoli ai curatori della mente: psichiatri, psicologi e affini; men che meno ai servizi sociali. Il nodo che resta annodato riguarda proprio la presenza di sensori umani e professionali in grado di capire dove ci sono condizioni di criticità nelle famiglie o sedicenti tali che si trovano ad affrontare e trattare prole col diabete. Nel presente si è asociali altroché sociali, la realtà è questa fatte salve qualche nicchia di aggregazione reale.

I danni fatti restano laddove ci sono stati e difficilmente si riesce a recuperare qualche coccio per poi rimettere insieme il vaso. Occorre sempre aver presente comunque che ognuno conta per sé e i font da fare sono e restano suoi.

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