Educazione Terapie

Sono dissetato

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Scrivo

Ciò suggerisce che la competenza normativa è interpersonale e non una abilità situata nell’individuo. In altre parole la nostra identità è costruita narrativamente e consiste di numerose narrazioni diverse, nostre e altrui. Va infatti sottolineato che anche la descrizione che noi diamo di noi stessi è in realtà un insieme di descrizioni: non è cioè una narrazione unica e definitiva ma un intrecciarsi di storie differenti che variano col tempo e coi contesti.

Nasce di qui l’apparente disordine delle storie raccontate dal paziente: disordine che spesso spazientisce il medico e lo spinge a dare senso logico e coerenza a un racconto che gli si presenta come caotico.

Perché siano possibili interventi efficaci sulla salute è necessario gettare ponti sui fossati che la percorrono. Sono convinto che sia possibile superare queste fratture con strumenti narrativi, in quanto i pazienti e i professionisti della salute condividono le vie di conoscenza e di esperienza del mondo e di sé.

Voglio dire che, prima di differenziarci tra medici, infermieri e pazienti, siamo uniti e possiamo essere riuniti. Oltre a tutto, le tipiche divisioni che separano medici e pazienti –convinzioni sulla mortalità, contestualizzazione della malattia, conoscenza dei fattori eziologici ed emotivi che producono sofferenza –si correlano direttamente con gli aspetti narrativi della medicina.

Nonostante non manchi la teoria, il risultato è che la medicina narrativa non è ancora diventata comune prassi clinica. Nel diabete Il rapporto medico-paziente è determinante per la riuscita dell’assimilazione, e consapevolezza dell’intero processo terapeutico ed educativo facente parte inscindibile della “cura”. La stessa parola prescrizione, che si usa da sempre per identificare il rapporto unidirezionale fra medico e malato, dove il primo dà e il secondo riceve passivamente, funziona sempre meno. “Non basta che il medico raccomandi un farmaco, una terapia, affinché il paziente ne colga il valore per la sua salute: serve una storia di cura condivisa”.

Occorre il team diabetologico, occorre fare gioco di squadra.

 

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