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Il sistema di implicazioni semantiche «naturale = sicuro = innocuo = moralmente buono» è diventato una sorta di «mantra» ideologico che tiene in stato di ipnosi una buona parte della società occidentale. Si tratta di una equazione che viene acriticamente utilizzata sul versante della bioetica medica dalle confessioni religiose, e su quello della bioetica applicata alle biotecnologie agroalimentari dai movimenti ambientalisti. Quasi nessuno sembra più consapevole che la civiltà occidentale è riuscita a progredire sino ai livelli che esperiamo quotidianamente assumendo come vero, fino a pochi decenni fa, l’esatto contrario! Se nel mondo occidentale la speranza di vita alla nascita è raddoppiata durante l’ultimo secolo è perché la medicina e varie tecnologie hanno consentito di mettere sotto controllo una serie di rischi «naturali» che minacciavano l’esistenza umana, tra cui fondamentalmente le infezioni. Inoltre va da sé che i prodotti cosiddetti naturali non sono tutti per forza innocui, visto che una significativa parte dei cancerogeni che assumiamo vengono dalle piante, che li sintetizzano per la loro difesa.

Molti fautori del «naturale» sottovalutano questi aspetti in nome dei mitici «bei tempi andati», quando a loro dire si stava molto meglio di oggi.

E cosa resta da dire per finire? Usciti dall’incantesimo romantico della prosa naturalistica dove natura è amore, il ghiacciaio si scioglie il carattere resta imprigionato tra un byte e una battuta su carta, la conclusione è presto detta: la natura e il naturale si fondano sulla selezione naturale, l’evoluzione e la catena alimentare. E’ naturale l’alternarsi della vita e la morte, poiché, per adesso, siamo prigionieri nel nostro pianeta e la via “nature” non offre alternative.

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