Vivo col Diabete

Non c’è due senza tre

Questo è uno di quei post che non avrei voluto scrivere. Che non so come cominciare. Forse perché in certi casi le parole non ci sono. O forse perché certe parole non si dovrebbero dire. Eh già. Da dove vogliamo cominciare? Beh, semplice, cominciamo dall’inizio. Da quel giovedì 8 febbraio. Una mattina come tutte le altre. Eh no. Non sarebbe continuata così. Non sarebbe stata normale. Durante il viaggio per andare al lavoro decido di chiamare mia madre. L’avevo sentita il giorno prima, però qualcosa mi diceva di chiamarla. Come un presentimento. La sento “strana”. Niente di buono in vista. Chiedo che succede e lei che all’inizio mi dice nulla. E io che insisto. Dopo diverse volte alla fine mi dice: tuo fratello non sta bene, sono andati in ospedale. Dentro di me so già qual’è l’esito. Me la sento. Però lo stesso voglio pensare che mi sbaglio. Perché un’altra volta no. Entro al lavoro che sono già sconvolta. In attesa di una chiamata che avrebbe cambiato tutto. Che ha cambiato tutto. Erano quasi le 14. Vado nello spogliatoio per controllare se c’erano delle novità. Chiamata persa da mia madre. Chiamo. Con la voce spenta mi dice solo un numero: 570. Glicemia a 570. Li non ci sono dubbi. Diabete. Ancora. Ancora un’altra volta. Eh già. Terzo esordio a casa. A quanto pare aveva ragione chi ha detto che non c’è due senza tre. Purtroppo. E io crollo. Crollo nello spogliatoio del lavoro. Di quei momenti li ricordo solo una collega che vedendomi piangere li seduta per terra mi abbraccia e mi sussurra delle parole per consolarmi. Anche se poi parole non ci sono. E poi ricomincia il resto, forse il peggio. Mio fratello è a casa. A casa? Con 570 all’esordio? Ma stiamo scherzando? E invece no. E lì comincia la paura. Paura del coma. In testa ho solo l’immagine del ragazzo di Salerno che è morto. Lo so che non dovevo fare i due confronti, ma era più forte di me. Soprattutto perché conosco la realtà dell’Albania, so com’è la sanità li. Eh già. Lui era di la. E io dall’Italia non potevo fare nulla. Però c’è mia sorella. Per fortuna c’è lei. Che lascia tutto e torna a casa. E abbiamo fatto di testa nostra. Abbiamo deciso di farli l’insulina. Qualcuno potrebbe dire che abbiamo sbagliato a prendere questa decisione. Non è stato facile, ma poi cosa potevamo fare? Vederlo andare in coma? Anche no. Indipendentemente l’insulina fatta, la glicemia fino alle 3 di notte non scende sotto i 450/500. Poi piano piano va a 300/350. Li ci fermiamo. Farlo scendere di più abbiamo paura. Meglio non rischiare delle ipo. Senza sonno e senza sapere come, arriva la mattina. Il viaggio verso la dottoressa li in città. E poi il viaggio verso la capitale per essere ricoverato. Eh già. Ì chetoni sono alle stelle. Il rischio coma è dietro l’angolo. Decido di andare in Albania. Delle chiamate non mi avrebbero calmata, volevo vedere la situazione reale, valutare con i miei occhi. E sapendo che li lo stato non ti passa nulla, dovevo portare del materiale, tutto quello che potevo. E non potrò mai ringraziare chi in tempo di record mi ha dato tutto quello che avevo bisogno. E lì che ho detto tra di me: allora forse qualcosa di buono ho fatto in questa vita. Eh già. Forse perché in questi momenti tutto può essere d’aiuto, anche una sola parola. E aiuta rendersi conto che cmq non siamo soli. Vado a casa. Che dire? Piano piano la situazione si sta normalizzando. Il peggio è passato. Però comincia un nuovo percorso. Quello dell’educazione sul diabete. Eh già. Perché in Albania manca tutto, anche le informazioni base. Ancora rimango basita da un’infermiera che dopo che li ha fatto l’insulina li dice: dai che ti passerà. Cosaaaaa? Li li rispondo: non che non li passa. Lei mi guarda strana, come per dirmi come mi sono permessa di contraddire le sue parole. E li che li dico: è il terzo esordio a casa, e io tra poco faccio 20 anni di diabete e direi che non mi è ancora passato… Ovvio che non sa cosa dire. Questo è il minimo. E pensare che eravamo in un reparto di diabetologia. Mah. Tocca noi fare tutto. Ovvio che abbiamo le informazioni. Ovvio che si sa cosa fare. Ma lo stesso non è facile. E il fatto che è all’esordio fa la differenza. Si deve pensare bene cosa fare perché le conseguenze potrebbero essere gravi. Sono tante le responsabilità. Però lo dobbiamo fare. Si ricomincia di nuovo dal zero. Per vivere di nuovo. Eh sì. E forse è stata questa la frase che mi fa fatto andare avanti in quei giorni: pensa che è vivo, pensa che è vivo…Come un mantra l’ho ripetuto non so quante volte. Perché poteva andare davvero peggio. E nulla. Non so che nome dare a tutto questo. Cioè il destino o come cavolo chiamarlo ha giocato un brutto scherzo. Però non ha capito una cosa. Noi siamo come una fenice che risorge dalle sue ceneri. Così che c’è la faremo anche questa volta. Perché la voglia di vivere è più forte del resto.

[La cosa ironica (se la posso chiamare così) della situazione é che oggi, 18 febbraio 2018 sono 20 anni di diabete. Io e mio fratello abbiamo 10 giorni di diferenza nella data di esordio. Bel “regalo” che mi ha fatto il diabete…]

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