Diritti e rovesci

La pensione di un diabetico da una vita: il tipo 1

man hands waiting senior

Abbiamo ricevuto da un lettore del blog, Leonardo, diabetico tipo 1 una riflessione completa e articolata sulla materia pensionistica, diritto e tempi di accesso per l’andata in pensione e non solo, che condividiamo con la vasta platea di lettori. intanto grazie per questo contributo.


L’età a cui andare in pensione in Italia è stata alzata con la motivazione che la speranza di vita si è allungata. Perciò ai diabetici di tipo I (grave malattia di origine autoimmune di cui soffrono 200.000 italiani, che non ha niente a che vedere con il diabete di tipo II, malattia assai più gestibile e lieve di cui soffrono 3 milioni di Italiani a causa di un loro errato stile di vita), che – come dai dati sotto riportati – vivono in media tra gli 11 e i 12 anni in meno delle persone sane, la soglia dell’età per andare in pensione dovrebbe essere abbassata di 11 o 12 anni. Se non lo si fa significa che siamo in uno Stato disonesto che non applica neanche il diritto costituzionale alla salute (Articolo 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività), bensì il principio ferino per cui i più deboli sono calpestati dai più forti: una sorta di selezione naturale di stampo nazista, per dirla chiara. Di fronte a ciò che fanno il ministro della salute e quello del lavoro e delle politiche sociali, il presidente della repubblica garante della costituzione, i sindacati, le associazioni dei diabetici, i medici e gli esperti di statistica ed in generale gli intellettuali che dovrebbero essere “illuminati”? Sono tutti “distratti” e conniventi di fronte alla brutale realtà di fatto in cui domina la legge del più forte, la vera “Costituzione materiale” italiana.

Dal sito
http://dri.hsr.it/focus/mrtalita-per-diabete-di-tipo-due-passi-avanti-uno-indietro/

L’aspettativa di vita attuale per gli adulti con diabete di tipo 1 non è ancora uguale a quella delle persone senza diabete (Estimated life expectancy in a Scottish cohort with type 1 diabetes, 2008-2010). In questo studio si riporta l’attesa di vita attuale per gli adulti con diabete di tipo 1 in un campione di popolazione utilizzando registri nazionali scozzesi di adulti con e senza diabete. I risultati riportano che all’età di 20 anni, le donne e gli uomini con diabete di tipo 1 possono aspettarsi di vivere 12,9 anni e 11,1 anni, rispettivamente, in meno di adulti di età corrispondente ma senza diabete di tipo 1. Complessivamente, il 41% di queste morti premature erano secondarie a malattie cardiocircolatorie, il 16 % era a causa di cancro, e il 9 % era da complicanze acute e altre cause legate al diabete.

Da un’altra fonte (https://www.ok-salute.it/diagnosi-e-cure/diabete-occhio-alla-vista/)traggo questo dato di fatto:

“La retinopatia diabetica è la maggior causa di cecità in età lavorativa, ma può essere evitata grazie a controlli oculistici periodici. Capita che una persona scopra di essere diabetica proprio nel corso di una visita oculistica, quando all’esame del fondo dell’occhio vengono riscontrate le caratteristiche alterazioni della circolazione della retina. Il principale fattore di rischio è da quanto tempo si è ammalati di diabete: maggiore è il tempo, maggiore è la probabilità che la retinopatia si manifesti. Dopo 20 anni di diabete, ad esempio, più del 90% dei diabetici presenta una retinopatia diabetica. L’altro fattore di rischio è rappresentato dal controllo metabolico del diabete, ossia da quanto i valori della glicemia si mantengono entro certi limiti e non presentano sbalzi eccessivi. Anche l’ipertensione arteriosa è un fattore di rischio che si associa a una comparsa precoce e a un’evoluzione più rapida della retinopatia. Purtroppo i sintomi compaiono solo quando la retinopatia diabetica ha raggiunto uno stadio molto avanzato, con danni già irreversibili. I principali sono il lento e graduale abbassamento della vista con associata distorsione delle immagini (metamorfopsie), l’improvvisa perdita della visione in un occhio per un’emorragia abbondante (emovitreo) o per l’occlusione di un grosso vaso sanguigno della retina”.

Il fatto che in Italia, diversamente da quanto avviene in altre nazioni, non si raccolgano o non si pubblichino dati statistici sulla durata effettiva di vita dei diabetici di tipo I (quale io sono da molti anni) mi sembra a dir poco sospetto, o meglio molto scorretto sul piano medico, scientifico, sociale e politico. Anche i diabetici di tipo I con livello di istruzione più alto, che statisticamente sono quelli più responsabili e consapevoli nella gestione della loro malattia, se debbono lavorare per 43 anni senza la benché minima tutela concreta relativa ai problemi quotidiani derivanti dalla loro patologia si logorano e si sfiancano (devono ovviare al loro metabolismo azzerato – e il metabolismo è il sofisticatissimo meccanismo alla base di tutta la vita animale – con una modulazione dell’insulina che non può che essere problematica come il camminare per tutta la vita su una corda, giorno e notte). Quando nel nostro Paese anche i sani fino a non molti anni fa potevano andare in pensione anche dopo solo 15 anni di servizio (ne conosco alcuni ancora ben vispi che incontro talvolta per strada), capite che il problema da me posto dei diabetici di tipo I era facilmente risolvibile. Ad una certa età il lavoro – a prescindere dalla sua variabilissima pesantezza legata alla sua tipologia – diventa pesantissimo anche per i sani, specialmente per quelli che ne hanno alle spalle decenni (si parla di “Bournt out” dovuto al lavoro). Colpevolizzare tutta una categoria di malati, sostenendo che se non vivono tanto a lungo quanto secondo i medici in pura teoria potrebbero vivere se si impegnassero e comportassero responsabilmente, mi sembra sbagliato sia sul piano scientifico (il diabete di tipo I è una malattia autoimmune che non ha nulla a che fare con l’obesità ed errati stili di vita: io per esempio sono da sempre longilineo ed asciutto: sono alto1,80 e peso 68) sia su quello morale. Infatti se voi mi trovate le statistiche di un qualsiasi ente più o meno noto e affidabile che dimostrino che in un Paese sulla terra oggi la durata media dei diabetici di tipo I è effettivamente pari o vicina a quella della popolazione sana, io sarò d’accordo con voi che in tutti gli altri Paesi del mondo se questo obiettivo non è raggiunto è colpa dei diabetici. In caso contrario penso viceversa che si tratti di riconoscere che per un diabetico di I tipo il problema non è trascorrere qualche giornata più metabolicamente simile a quelle che per i sani è un fatto naturale e sempre garantito, né magari fare qualche record sportivo per dimostrare che si può far tutto come gli altri, bensì l’accettare con consapevolezza e responsabilità che il problema si presenta in prospettiva a lungo termine, sia sul piano fisico sia su quello psicologico, tanto più se si vuole gravare con 43 anni di lavoro senza sconti una persona che non ha certo il colesterolo un po’ alto. Permettetemi una stoccata finale: certo se i soldi pubblici si spendono un po’ di più per la previdenza dei diabetici di tipo I, ce ne saranno meno per gli stipendi del personale della sanità (la torta da dividere è quella) che quindi hanno tutto l’interesse a sostenere che siamo come gli altri e che se la vita di tutti i giorni ci dimostra il contrario ciò è perché siamo noi che sbagliamo e/o non ci teniamo alla salute dei nostri occhi, dei nostri reni ecc. ecc. Figurarsi!! Certo siamo in gran parte scemi e pure masochisti noi malati di diabete di tipo primo! … Scusatemi lo sfogo finale, ma io penso che le associazione dei diabetici di tipo I siano proprio alla preistoria sul cammino di una serena e responsabile accettazione della realtà e siano facilmente manipolate dalla classe politica con la compiacenza della comunità medico-scientifica. Mistificare ed edulcorare la prospettiva di vita per un diabetico di tipo I che è costretto a lavorare per 43 anni prima di poter ottenere la pensione si traduce e si tradurrà in tanta sofferenza quando la massa dei lavoratori diabetici di tipo I inizierà ad avere sulle spalle 30, 35, 40 o 43 anni compiuti di lavoro & malattia, ma quanti arriveranno al traguardo superando la “selezione”, e in che stato ci arriveranno e a che prezzo per le loro vite sventurate?

Leonardo