Dai media e web

Fake news: la SIPREC lancia l’allarme: “Non sono solo leggende metropolitane, possono nuocere gravemente alla salute”

professor Massimo Volpe

  • Psicologi, clinici e nutrizionisti fanno il punto sull’universo fake news nel campo della salute, analizzando i processi mentali che portano a dare maggior credito agli influencer che ai professionisti della salute e mettendo in guardia dalla pericolosità del fenomeno, che appare sempre più fuori controllo ai tempi del web e dei social media
  • Un problema da non sottovalutare perché oltre 1 italiano su 3 cerca informazioni mediche in rete e che impatta fortemente sul rapporto medico-paziente distorcendolo. A scapito della salute dei pazienti stessi

Napoli, 22 marzo 2019. Il problema delle fake news, vecchio come il mondo della comunicazione, ai tempi dei social media ha assunto una diffusione e delle peculiarità inedite anche nel campo della salute. Per questo medici ed esperti di comunicazione devono attrezzarsi per far fronte a questo fenomeno dilagate, che può provare gravi danni. L’argomento è stato affrontato anche nell’ambito di una tavola rotonda organizzata durante il congresso annuale della Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) a Napoli.

“Soprattutto nel campo della prevenzione primaria, cioè tra le persone sane – afferma il professor Massimo Volpe, presidente della Società Italiana per la prevenzione Cardiovascolare e ordinario di Cardiologia presso l’Università ‘La Sapienza’, Ospedale Sant’Andrea di Roma – c’è

maggiore propensità a servirsi del ‘professor Google’ o dei social media che danno in genere ‘ricette’ superficiali, piuttosto che affidarsi al medico o ai professionisti della salute. Anche la prevenzione va interpretata come un importante. atto medico, importante come la cura, che non può essere vicariato attraverso superficiali o errate informazioni reperite in rete. I social media tendono inoltre spesso ad amplificare messaggi negativi inerenti all’uso di farmaci che hanno salvato milioni di vite. E’ il  caso ad esempio degli ACE-inibitori, associati ad una maggior incidenza di tumori polmonari, delle statine, associate ad una maggior comparsa di diabete di tipo 2, dei diuretici tiazidici, associati ad una maggior incidenza di basalioma”.

Un italiano su tre secondo il Censis cerca informazioni mediche e scientifiche in rete, incappando spesso in articoli fuorvianti o totalmente falsi su alimentazione, attività fisica, prevenzione, screening e altro. Tra i ‘miti’ maggiormente diffusi c’è quello che l’ipercolesterolemia dipende dai geni e non dall’alimentazione. “Molti ritengono – afferma Evelina Flachi, specialista in scienza dell’alimentazione e presidente della Fondazione Italiana per l’Educazione Alimentare – che il livello di colesterolo sia dovuto solo alterazioni genetiche per le quali non esistono trattamenti. Si tratta evidentemente di una fake news perché la forma più comune di ipercolesterolemia è invece quella legata ad alcuni fattori di rischio quali dieta non equilibrata, fumo, sedentarietà e obesità. La prevalenza di questa forma di ipercolesterolemia nel nostro Paese varia dal 21 al 39 per cento nella popolazione adulta (1 soggetto su 2,5-5). Per contro, le forme legate ad un’alterazione genetica (ipercolesterolemia familiare) colpiscono solo 1 persona su 500. Peraltro, sia soggetti con predisposizione genetica, che tutti gli altri possono trarre beneficio da uno stile di vita sano e da una alimentazione equilibrata. Secondo l’OMS un terzo delle patologie cardiovascolari e dei tumori potrebbe essere evitato adottando una dieta sana”.

Un altro campo in cui impazzano le fake news è quello delle diete. Si va da chi pensa di poter dimagrire facendo una sauna (che al più fa perdere liquidi, facilmente recuperati bevendo) a quelli che millantano di poter far perdere i famosi ‘7 chili in 7 giorni’.

“Le diete drastiche e non equilibrate – ammonisce la dottoressa Flachi – provocano una riduzione troppo rapida del numero di calorie assunte; questo rallenta il metabolismo e fa riprendere rapidamente i chili in eccesso. L’organismo infatti anziché consumare le riserve di grasso, comincia a bruciare la massa magra, cioè i muscoli. E quando si torna a mangiare normalmente, i chili ritornano con grande facilità. Nessun alimento va poi demonizzato, perché non esistono alimenti buoni o cattivi; tutti possono trovare il loro posto, nelle giuste proporzioni, in una dieta sana e varia. Anche la pasta e il pane possono essere tranquillamente consumati nelle giuste dosi e rappresentano un’importante fonte di energia per il nostro organismo. Se consumati integrali inoltre, proteggono l’intestino dal tumore del colon. Rimuovere dalla dieta i cereali contenenti glutine, in assenza di patologie che ne giustifichino l’eliminazione (es. celiachia, intolleranza al glutine), non è consigliabile. Rappresentano infatti una fonte di preziosi nutrienti (sali minerali, vitamine, fibre). Va inoltre ricordato che i cibi senza glutine sono più calorici di quelli normali”.

La fake news ‘viaggiano’ attraverso il pensiero ‘intuitivo’ (che si contrappone a quello ‘razionale’), che ben si coniuga con i ‘tempi’ e i meccanismi del web e dei social media: veloci, senza sforzo, associativi e difficile da controllare. Un pensiero che viaggia per ‘scorciatoie’ mentali, veloci e funzionali, ma anche facilmente ingannabili; anche perché si trincera all’interno delle community dei pari (i NoVax, quelli delle strie chimiche, ecc), che non fanno altro che rinforzare al loro interno un determinato pensiero, dando false sicurezze e lasciando all’esterno gli esperti del settore, percepiti spesso come manipolatori e dunque scarsamente affidabili. “A stupire sempre – ammette il professor Fabio Lucidi, ordinario di psicometria presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma e presidente della Società Italiana di Psicologia della Salute – è come possano le fake news attecchire così facilmente. Daniel Kahneman e Amos Tversky sono stati dei pionieri negli studi sulle distorsioni del giudizio (bias cognitivi), descritte in un famoso articolo del 1974 pubblicato su Science, nel quale dimostravano che il giudizio intuitivo occupa una posizione intermedia tra il funzionamento automatico della catena stimolo-risposta e quello consapevole della razionalità.

Tale convinzione era maturata nel constatare gli errori sistematici dei giudizi intuitivi. Proposero dunque l’esistenza di due sistemi di funzionamento del pensiero: il funzionamento del ‘sistema 1’ (pensiero intuitivo o euristico) che è veloce, automatico, senza sforzo, associativo e difficile da controllare o modificare; e il funzionamento del ‘sistema 2’ (pensiero razionale) che è lento, sequenziale, faticoso e deliberatamente controllato. E’ evidente che lo spostamento dell’informazione dalla carta stampata, al web e infine sui social media la renda molto più legata al pensiero intuitivo, che a quello lento e razionale. Questo sistema, per poter funzionare rapidamente, poggia sulle cosiddette ‘euristiche’, ovvero scorciatoie mentali, abitualmente molto funzionali (perché ci permettono di decidere velocemente), ma anche facilmente ‘ingannabili’; non è un caso che su queste si basino non solo i generatori di false notizie, ma anche i tipici truffatori da strada. Il nostro sistema cognitivo, quando opera attraverso le euristiche – prosegue il professor Lucidi – mostra scarsa tolleranza all’ambiguità ed è caratterizzato dalla paura delle perdite, dalla tendenza a ricordare più gli eventi negativi che quelli positivi, dalla forte ricerca di conferme coerenti con i nostri schemi interpretativi della realtà, dalla preferenza delle fonti che riteniamo ‘affidabili’, rispetto a quelle che si mostrano ‘competenti’. Per questo, la maggior parte degli utenti dei social tendono a diventare sempre più selettivi, ovvero a cercare informazioni prevalentemente sempre presso le stesse fonti di notizie, creando comunità virtuali sempre più polarizzate e mirate a confermare gli stereotipi esistenti. Per questo, le pratiche di fact checking o debunking realizzate dagli esperti e basate sulla contrapposizione ‘dati contro miti’ si dimostrano inefficaci e talvolta addirittura controproducenti”.

La tematica della disinformazione in ambito cardiovascolare nel corso degli ultimi anni ha assunto una grande rilevanza al punto che recentemente decine editori di importanti riviste scientifiche di area cardiovascolare hanno ritenuto opportuno lanciare il messaggio di allerta: ‘Medical Misinformation: Vet the Message!’ sottolineando come la diffusione di notizie false (o inaccurate) stia minacciando la qualità delle strategie di prevenzione e terapia in ambito cardiovascolare.

“Sempre più di frequente – afferma il professor Giovambattista Desideri, ordinario di Geriatria, Università degli studi di L’Aquila – si assiste alla trattazione di problematiche cliniche da parte di personaggi di enorme impatto mediatico, ma senza alcuna preparazione specifica sulle tematiche di cui discutono. Il tutto viene non di rado accentuato da una certa ‘distorsione cognitiva’, elegantemente descritta da David Dunning e Justin Kruger, psicologi della Cornell University: ‘Individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo’. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti. E d’altronde, se gli influencer dei social media hanno tanto credito presso i loro follower, non sorprende che i medici si trovino spesso in difficoltà nel veicolare il loro messaggio di salute. La conseguenza peggiore di tutto questo – conclude il professor Desideri – è che il rapporto medico-paziente finisce per essere inevitabilmente distorto, a discapito della concordanza terapeutica che dovrebbe rappresentare il fulcro su cui poggia ogni strategia di prevenzione cardiovascolare. E, ironia della sorte, a fare le spese di questa disinformazione sarà soprattutto lo stesso paziente”.