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Medicina narrativa: gli artisti in ospedale al Sant’Orsola di Bologna

Se gli artisti si ricoverano in ospedale Sant’Orsola: pittori, fotografi e attori in corsia per raccontare le vite degli altri.

A modo loro di Rosario Di Raimondo Sono fotografe, pittrici, attori e ballerini. Dormiranno al Sant’Orsola per due settimane, staranno a contatto con pazienti, medici, infermieri, familiari e realizzeranno delle opere d’arte legate a quell’universo multiforme che chiamiamo ospedale. Il progetto si chiama “Degenze artistiche”, è ideato e coordinato da Valerio Grutt e fa parte del Poliambulatorio delle Arti, una costola della Fondazione Sant’Orsola. Nelle scorse settimane sono stati selezionati sette artisti per quattro progetti: riceveranno vitto e alloggio per quindici giorni, più un piccolo rimborso spese, e ciò che creeranno rimarrà al policlinico. Al centro c’è la vita in corsia. Sara Savini, fotografa, ha presentato un progetto che si chiama “Invisibile” e che inizia all’interno del corpo, nella retina. Greta Di Poce e Filomena Maietta, dell’Accademia di Belle arti, vogliono realizzare dipinti a partire dalla memoria degli anziani o dei pazienti psichiatrici. Luca Oldani, attore, lavorerà con Jacopo Bottani in Rianimazione per rielaborare con un monologo la morte di un amico dopo l’incidente. Elena Biagini e Gianluca Pavone, laureati in danza contemporanea, entreranno nel reparto di fisioterapia e riabilitazione per tradurre in danza la fatica di un corpo che riparte dopo un ictus o un evento che ha causato una disabilità, momentanea o permanente.

Si parte il 16 settembre con i primi due progetti e tutto finirà il 14 ottobre. Nel frattempo, ogni mercoledì, si terranno incontri pubblici aperti a tutti. Infine, una manifestazione mostrerà i risultati dell’iniziativa. «L’ospedale è il luogo perfetto per ragionare della vita – spiega il presidente della Fondazione Giacomo Faldella – qui si nasce e si muore, si attraversa il viaggio della malattia, si guarisce, ci si accorge di cosa conta davvero. In questi tempi di velocità e disattenzione, avere uno spazio dove fermarsi a guardare, a riflettere, a creare, a comprendere qualcosa del mondo e di se stessi, è opportuno. Anzi, necessario». Valerio Grutt, che già in passato aveva portato avanti i laboratori di poesia al policlinico, dice: «La vita, quando è in pericolo o è fragile perché appena nata, batte più forte. L’arte è un’antenna per trasmettere e condividere emozioni come la gioia e la paura, accendere una luce, illuminare i tabù che ci sono in ospedale».

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