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Diabete: impatto comunicativo e sociale della ricerca scientifica. Si è in grado di incidere sulla realtà?

 

Senza tanti giri di parola la risposta è: NO.

Vediamo perché e cosa manca per invertire l’attuale stato delle cose e portare a successo la coesione e attenzione verso la ricerca, nella raccolta fondi necessari al suo sostegno e far risalire nelle classifiche mondiale il ruolo dei centri accademici e clinici che lavorano per trovare una cura, delle cure per il diabete tipo 1 ad esordio pediatrico e la sua evoluzione in età adulta.

  1. Lo stato attuale

Per quanto riguarda il diabete tipo 1 l’Italia, sia a livello di sistema sanitario che di ricerca e volontariato, patronage e filantropia non fa sistema e non riesce a farlo. Sostanzialmente nella penisola di sono tre centri che specificamente fanno lavoro scientifico sul T1D: Il Diabetes Research Institute di Milano (Gruppo San Donato Ospedale San Raffaele); Il Centro Ricerca sul Diabete Tipo 1 del professor Paolo Fiorina; Il Centro di Diabetologia della Scuola Sant’Anna di Pisa diretto dal professor Stefano Del Prato. Poi c’è anche Padova ma la struttura clinico universitaria di quella città è fondamentalmente centrata sulla ricerca per lo sviluppo del pancreas artificiale nelle sue varie versioni e applicazioni. L’Italia in ambito endocrinologico ha una situazione che si deve paragonare al sistema castellano feudale: ogni centro fa da sé, non esiste un perno, uno o più hub in grado di governare i processi di ricerca, quindi senza fare sistema. E quando c’è una ricerca innovativa per la cura questa parte dall’Europa e uno o più centri clinico-accademici (compreso il San Raffaele) fanno da succursale del punto cabina di regia dello studio. È un problema di carattere organizzativo e non di professionalità, ma che finisce per rendere lo stato attuale delle cose marginale il più delle volte.

  1. Consapevolezza dell’importanza della ricerca come necessaria per lo sviluppo delle cure sul diabete e la sua prevenzione. Problemi e mancanza di incisività

L’aria che ha sempre in tirato in ambiente medico e tra i pazienti diabetici è: tiriamo a campare, e certamente con questa chiave di pensiero e “compliance” la ricerca resta ferma alla scoperta di Banting e niente più per mancanza di volontà e stimoli tra gli attori protagonisti della patologia. Un recente sondaggio fatto dal blog metteva in evidenza come solo il 20% dei soggetti diabetici intervistati era a conoscenza della presenza di ricercatori e di ricerche in tale ambito. E se lo chiedevi ai medici specialisti il rapporto non cambiava di molto, con l’aggiunta che, se ti rivolgevi loro per avere informazioni nulla sapevano dirti.

  1. Quel che manca e occorre avere per cambiare rotta

Abbiamo scelto un approccio diverso. Lo sosterrai? Con le notizie in pericolo, proprio quando ne abbiamo più bisogno, la qualità, le notizie verificate e le spiegazioni misurate del Il Mio Diabete non sono mai state così importanti. La nostra indipendenza editoriale è fondamentale. Inoltre questo saggio è un consulenza offerta nel campo della comunicazione e ricerca scientifica per il diabete, e le consulenze non sono mai un esercizio di caritatevole. Crediamo che ognuno di noi meriti di leggere rapporti onesti, ecco perché rimaniamo con voi, aperti a tutti. Ma in questo momento cruciale, le entrate pubblicitarie stanno precipitando. Abbiamo bisogno che tu aiuti a colmare il vuoto. Ogni contributo, grande o piccolo, è prezioso, in tempi di crisi e oltre. Sostieni Il Mio Diabete grazie. (Il valore aggiunto dell’articolo ne determina il costo)

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