Frega niente?

Un banale diabete

L’altra sera (13 novembre 2020) per caso ho captato l’ascolto del programma di approfondimento politico e satira più varietà trasmesso dal canale TV La 7 Propaganda Live, condotto da Diego Bianchi (in arte Zoro) una operatrice sanitaria del gruppo di assistenza INTERSOS che aiuta i senza tetto di Roma anche in questa fase pandemica, definire il diabete una banale malattia (per ascoltare qui il link alla puntata menzionata posizionandosi a 1:43:30).

Ora nella Repubblica del banale direte basta cambiare canale e sito o social? Beh, forse, ma invece vi consiglio di continuare a leggere questo post almeno per un poco. Ieri era la giornata mondiale del diabete, nel mese dedicato alla consapevolezza del diabete: la malattia riconosciuta più vecchia dell’umanità: la prima descrizione in letteratura risale a 6000 anni fa (in Cina). E solo cento anni fa, con la scoperta dell’insulina vi si è messo una pezza nella terapia che però non è la cura.

Il problema del diabete è il diabete stesso: una sorta di Amazon di tutte le malattie e condizioni, si perché mentre il popolo e gli addetti ai lavori, medici compresi, sono divisi agli opposti nel definirlo: o una banale malattia o foriera di immani disgrazie, il diabete all’interno a tante e più facce. Il tipo 1 ad esempio, la forma autoimmune dove, secondo le attuali conoscenze, il sistema immunitario attacca ed elimina le cellule beta del pancreas che rilasciano l’insulina, impatta diversamente da persona a persona a seconda, ad esempio, dell’età di esordio e diagnosi della malattia. L’età più critica è quella sotto i 6 anni, l’età di esordio e diagnosi del diabete tipo 1 meno impattante sugli organi e quella adulta oltre i 30 anni. Basta fare un esempio: A un bambino e adolescente con diabete tipo 1 che non produce insulina gli spazi di sopravvivenza sono limitati e la morte può arrivare nel giro di una settimana/mese. Mentre un diabetico tipo 1 con diagnosi in età adulta la tenuta è maggiore, esempio: il caso dell’ex premier britannico Theresa May, la quale all’inizio venne diagnosticata come diabete tipo 2 (a 56 anni) e trattata con pastiglie ipoglicemizzanti per due anni, salvo poi scoprire che aveva il tipo 1 e necessitava di iniezioni multiple di insulina.

Ma c’è dell’altro: mentre le tante facce del diabete sono tra noi e lo saranno ancora di più nei prossimi anni e decenni, manca la consapevolezza e maturità nella nostra società e in Italia verso una patologia che richiede una capacità e forza d’azione a livello globale e nazionale. Per la ricerca della cura sia del diabete tipo 1 che in generale per ogni forma di diabete si fa poco o niente e questo è grave, poiché la gestione quotidiana della malattia è pesante, come le sue complicanze a cuore, cervello, reni ed occhi e altre patologie insorgenti nel corso del tempo (osteoporosi, tiroide, artrite reumatoide ecc.).

Come si vede dai risultati ottenuti e in fase di sviluppo con la ricerca scientifica nella battaglia per sconfiggere il cancro, le patologie cardiache, l’AIDS, ed ora il COVID-19 quando ci si impegna a livello globale con risorse e mezzi, soldi allora ce la si fa. Nel diabete quel che manca è la volontà: di TUTTI!

Perché in fondo si fa prima a dire: il diabete? E’ una malattia banale e per il resto sarà quel che sarà del nostro domani chi lo sa?

 

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