testimonianze

Evolvendo con il diabete

Abituarsi, adattarsi è uno dei punti chiave della nostra esistenza come esseri umani per vivere, sopravvivere il più possibile, nella buona come nella cattiva sorte e per ribadire la bontà e attualità ripresa da Charles Darwin nella sua teoria dell’evoluzione che, in ogni specie, compresa quella umana, regge non il più forte o intelligente nelle circostanze ma quello che meglio si adatta, ovvero adotta una mentalità e una conseguente azione flessibile.

Siamo da oltre un anno in pandemia da COVID-19 e la nostra tenuta mette proprio a prova quanto siamo in grado di reggere uno stato di contenimento dei comportamenti individuali e collettivi fatto non solo per limitare i danni da contagio e la sua espansione, sia verso le parti più fragili della popolazione, note e no, ma fa anche vedere una revisione dei comportamenti che si svilupperà per gli anni a venire, e una riconversione economica rivolta a rendere lo sviluppo più compatibile con l’ecosistema (non solo per cercare di contrastare le condizioni climatiche estreme e l’urbanizzazione del pianeta). Come hanno ricordato diversi esperti, scienziati e premi Nobel di ogni dove tra le diverse sfide che la l’umanità deve affrontare ora e nel prossimo futuro c’è la diffusione endemica di epidemie di varie natura, COVID-19  a parte negli ultimi decenni ne abbiamo viste diverse che sono tutt’ora presenti e persistenti come: West Nile, Zika, Chikungunya, per citarne alcune.

Pubblicità e progresso

L’attuale contesto mette in risalto un’altra grande questione aggravata dalla pandemia, ma che aveva già elementi di forte gravita da molto prima e rappresentata dalla entrata in crisi dei diversi soggetti titolari della rappresentatività politica e sociale, della mediazione comunicativa. In una parola le istituzioni e chi le rappresenta, come quanti fanno comunicazione ovvero i mass-media tradizionali (radio – televisione e stampa, come l’azione di persuasione e interazione positiva nella rete e nei social media). Anche qui sono tanti gli esempi negativi che rafforzano quanto affermato: dall’espansione virtuale e reale dei contrari a qualsiasi forma di vaccinazione, alle sette che in alcuni casi sette non sono dato il numero enorme di adepti raccolti (vedi Scientology) le quali propongono “cure” che non sono basate sull’evidenza delle prove e studi scientifici, ma anche l’apologia della “libertà di cura” che sarebbe meglio rinominare in “libertà di fare come mi pare”.

Ecco in questo scenario viene spontanea oggi una affermazione: leggendo anche solo per sommi capi l’ICD 11 alias  l’undicesima revisione della classificazione internazionale delle malattie, uno strumento diagnostico utilizzato a livello mondiale per scopi epidemiologici, di gestione sanitaria e clinici, nessuno è sano come nessuno è perfetto ed ha la verità in tasca e manche che mai la formula per risolvere non solo tutti i problemi ma anche uno solo e da solo.

Allora quando cade il centenario dell’insulina, un appuntamento chiave per la comunità diabetica tipo 1, riflettendo su cosa posso fare io per dare un senso a giorni che mi restano da vivere e una direzione di marcia con l’obbiettivo di veder migliorare la cura della mia, nostra malattia e semplificare la vita sempre di più ogni giorno?

L’idea che mi sono fatto e non da oggi, è che nel nostro ambito, a qualsiasi livello manca una strategia e lungi da me di proporne una, già il mio diabete tipo 1 vissuto ormai da sessant’anni è di per sé un viaggio masochistico sufficiente e tale da non aver bisogni di fargli vivere altri tormentoni, pertanto una percorso me lo sono dato e me lo concedo: quello di lavorare per progetti concreti e che hanno una ricaduta buona utile nella realtà. Il contributo dato per le attività del centenario dell’insulina è un esempio, ma altre sono in corso d’opera: la comunicazione e alfabetizzazione proattiva ad esempio. Insomma c’è bisogno di concretezza e di toccare i risultati con mano.