Assistenza sociosanitaria

Medicina di prossimità: usignoli e progetti

È iniziato il 12 maggio, giornata dell’infermiere e ricorrenza della nascita di Florence Nightingale, il congresso Fnopi 2021. L’iniziativa itinerante, per ridurre assembramenti e rischio di contagi, porta all’attenzione delle équipe di tutte le regioni le pratiche più innovative nella professione infermieristica. Una professione che, come sappiamo, è balzata agli onori delle cronache tanto  rapidamente quanto velocemente è tornata in ombra.

Eppure, gli infermieri sono i protagonisti ideali della riprogettazione del sistema di assistenza e terapia sociosanitaria e socioassistenziale proposta dal PnRR. La missione 06 del piano, intestata al tema “salute”, indica i temi della prossimità e del trattamento domiciliare per venire incontro alle necessità di pazienti cronici, poco mobili o anziani, con la telemedicina e altri elementi di digitalizzazione.

Pubblicità e progresso

Il piano destina circa 19 miliardi di euro per obiettivi di equità, innovazione, razionalizzazione. Si parte prevedibilmente da considerazioni sull’inadeguatezza del nostro sistema sanitario che, nonostante la sua universalità, richiede un sostanziale aggiornamento. Lo documenta il Rapporto 2020 sul Coordinamento della finanza pubblica emanato dalla Corte dei Conti dove tra le carenze dell’assistenza territoriale emerge la carenza di risorse che ha contribuito a ritardare e depotenziare “il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione”. Negli anni i servizi di sanità a carico dei cittadini sono prevalsi su quelli pubblici, drenando risorse e investimenti strategici.

C’è poi il problema della “contrazione del personale a tempo indeterminato e il crescente ricorso a contratti a tempo determinato o a consulenze, con la riduzione delle strutture di ricovero ospedaliere e l’assistenza territoriale e il rallentamento degli investimenti”. Si possono attribuire a questo problema anche la perdita di molte vite che si sarebbero potute salvare. Nel Rapporto si sottolinea inoltre uno squilibrio strutturale che, come illustra un articolo su Quotidiano sanità, mette il nostro paese “in cima alle graduatorie europee: operano in Italia 3,9 medici per 1000 abitanti contro i 4,1 in Germania, i 3,1 in Francia e i 3,7 in Spagna”. Per quanto riguarda il personale infermieristico, la media degli operatori laureati è nettamente inferiore e “più limitati sono i margini di un loro utilizzo, nonostante il crescente ruolo che questi possono svolgere in un contesto di popolazione sempre più anziana”.

Non c’è dubbio che un incremento della dotazione organica, specialmente a livello infermieristico, sarebbe una buona notizia anche per l’assistenza e la prevenzione. Si fatica a immaginare un “infermiere di comunità” senza rimodulare le assunzioni ma volendo creare, entro il 2026, 2.500 “Case di comunità” (non distanti dall’idea delle “Case della salute”) e “575 Centrali di coordinamento attivate, 51.750 medici e altri professionisti nonché 282.425 pazienti per la presa in carico prevista di circa 500.000 nuovi pazienti over 65”.

Una convincente riflessione di Anna Francesca Pattaro (Unimore, Dipartimento di Comunicazione ed Economia, su agendadigitale) invita a riflettere sul riparto della spesa nell’arco di sei anni per “reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale” e un ammontare complessivo di 7 miliardi di euro, con una disponibilità tutto sommato limitata. 4 miliardi “dovrebbero essere destinati per le Case della salute, 2 miliardi per gli Ospedali comunitari, e 1 miliardo per l’assistenza domiciliare”. Si intuisce la  futura necessità di ulteriori sostegni, probabilmente a valere sui Programmi operativi regionali (POR) o su fondi statali, a meno di non indebolire il vantaggio della riforma per le generazioni future.

Non ultimo e non meno urgente, l’ammodernamento della strumentazione diagnostica e dei device dovrà adeguarsi allo sviluppo tecnologico e scientifico: il Fascicolo sanitario elettronico, la ricetta elettronica e la telemedicina, ma anche i Big Data e l’AI con le connessioni alle questioni del cloud impongono un ripensamento anche normativo dei termini della privacy e della conservazione dati sensibili. Il mercato dei Big Data healthcare non varrà meno di 70 miliardi di dollari nel 2025, secondo una ricerca pubblicata da Statista, con una crescita ipotizzata del +568% rispetto al 2016, a causa dell’effetto-pandemia.

Una medicina a portata di tutti è in prima posizione nell’agenda politica, vale dunque la pena di ricordare che l’articolo 32 della Costituzione recita così: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Il che presuppone anche un corretto modello di assunzione e turnover, la connettività disponibile su tutto il territorio nazionale, la disponibilità di strumenti di accesso alle risorse della medicina tramite smartphone, (o altri analoghi device) anche per chi, oltre ad essere malato, troppo spesso non se li può permettere.