Centenario insulina 1921/2021

A 100 anni dalla scoperta dell’insulina, l’ormone intelligente emblema della ricerca scientifica oggi le novità per la terapia sono solo per il diabete tipo 2 mentre sul tipo 1 niente di significativo finora

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Photo by geralt on Pixabay

La scoperta dell’insulina, 100 anni fa, ha rappresentato una pietra miliare nella storia della medicina con numerosi primati (primo ormone isolato, primo impiegato a scopi terapeutici, primo ad essere prodotto con tecnica del Dna ricombinante) e ora si candida a diventare il primo ormone intelligente. Il diabete, malattia cronica e complessa per eccellenza, è tra i principali DRG gestiti dai reparti di Medicina Interna: solo lo sguardo globale e l’approccio multidisciplinare proprio dell’Internista possono garantire alla persona con diabete, spesso pluripatologica e in politeriapia, appropriatezza terapeutica e personalizzazione della cura. Gli inibitori SGLT2, da poco introdotti per la gestione del diabete tipo 2, si apprestano ad entrare nell’armamentario terapeutico per la gestione dello scompenso cardiaco

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Vladivostok, 24 ottobre 2021 – Buon compleanno insulina! Spegne 100 candeline la terapia salvavita per il paziente diabetico, soprattutto quello di tipo 1. Un’occasione particolare che ha spinto la Società Italiana di Medicina Interna, durante il 122° Congresso Nazionale in corso a Roma, a fare il punto sull’attuale gestione della malattia diabetica, sugli scenari futuri e sugli indirizzi della ricerca.

Il diabete è una malattia molto complessa, contenitore di molteplici sindromi cliniche che coinvolgono diversi organi e che possono evolvere in complicanze – metaboliche, cardiovascolari, neurologiche e a carico dei reni – tali da portare il paziente all’ospedalizzazione. Ben 1 degente su 4 nei reparti di Medicina Interna è infatti diabetico, spesso anziano, multipatologico, in politerapia, ricoverato per una patologia acuta o un’insufficienza d’organo.

“La gestione del ricovero di un paziente complesso come quello diabetico richiede una visione olistica e un approccio multidisciplinare, oltre alla definizione e applicazione di processi clinici strutturati, volti ad un’appropriata presa in carico della persona, da attuare nel singolo paziente dal momento dell’accesso sino alla dimissione e al follow up – ha commentato il prof. Antonello Pietrangelo, Presidente della Società Italiana di Medicina Interna – Una sfida a cui un medico internista risponde quotidianamente grazie alla visione d’insieme e alla capacità di curare la persona e non il singolo organo o malattia. È infatti proprio il medico internista a gestire buona parte dei DRG per diabete a livello nazionale, pari al 70% dei DRG gestiti dai reparti di Medicina Interna”.

100 anni di insulina: da ormone animale a ormone intelligente
Fin dalla sua scoperta, avvenuta un secolo fa a Toronto, l’insulina ha rappresentato una vera e propria innovazione per gestire una “malattia letale” che fino ad allora non disponeva di alcuna opzione terapeutica. Una rivoluzione che ha permesso di cambiare in meglio il destino di molte persone e su cui si è continuato a fare ricerca.

Grazie alla tecnologia del DNA ricombinante si è passati dall’estrazione animale allo sviluppo di un ormone sintetico, praticamente identico a quello umano. Negli anni, inoltre, le insuline sono state modificate per meglio mimare la secrezione fisiologica del pancreas sano, per facilitare l’aderenza alla terapia e rispondere sempre di più alle esigenze dei pazienti, giungendo, ad esempio, alla creazione di penne per iniezioni sottocutanee intelligenti, in grado di acquisire informazioni specifiche sulla persona utili a definire la quantità di farmaco da iniettare.

“La storia dell’insulina è l’emblema delle rivoluzioni che la ricerca scientifica può portare e va oggi considerata come una chiave per il futuro – dichiara Stefano del Prato, Professore di Malattie del Metabolismo dell’Università di Pisa e attuale Presidente della European Association for the Study of Diabetes – L’innovazione tecnologica è ormai cruciale, nella pratica medica in generale e nella gestione della terapia insulinica in particolare. A 100 anni dalla sua scoperta, tanti sono ancora i traguardi delle insuline future compreso lo sviluppo di insuline intelligenti, capaci cioè di rendersi disponibili nel tempo e nella quantità in funzione dei livelli di glicemia. Un futuro non così lontano che ci porta verso una medicina di precisione per il diabete a vantaggio dell’aderenza e della qualità di vita del paziente”.

Gli inibitori SGLT2: da antidiabetici a farmaci cardiovascolari
Introdotti nella pratica clinica da poco tempo, stanno assumendo un ruolo sempre più emergente, nella gestione terapeutica del paziente diabetico di tipo 2. Sono gli inibitori dei co-trasportatori sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), farmaci ipoglicemizzanti che hanno dimostrato un’azione molto rapida nel ridurre visibilmente i valori glicemici dopo pochi giorni di terapia, un profilo ottimale di sicurezza, tollerabilità e degli effetti terapeutici extraglicemici particolarmente favorevoli.

Una mole ormai imponente di studi e una già consolidata pratica clinica hanno, inoltre, permesso di confermare una certa efficacia anche sulle gravi complicanze cardiovascolari correlate alla malattia diabetica, riducendo in maniera significativa il rischio di morte cardiovascolare e di ospedalizzazione nei pazienti affetti da scompenso cardiaco.

“Di fatto gli inibitori SGLT2 hanno dimostrato di avere un’azione protettiva a livello cardiaco e hanno tutto il potenziale per essere utilizzati nei pazienti con scompenso cardiaco, anche se non diabetici, e nei pazienti ospedalizzati per riacutizzazione di scompenso cardiaco cronico. Presupposti interessanti che potrebbero allargarne la prescrivibilità – dice Angela Sciacqua, Professore Associato di Medicina Interna e Direttore della Scuola di Specializzazione in Geriatria, Università Magna Graecia di Catanzaro e socia SIMI – Siamo di fronte a una serendipity story in cui molecole nate come antidiabetiche si affermeranno come farmaci cardiovascolari, un’ulteriore conferma, questa, dell’importanza della ricerca e dei suoi benefici sia sulla pratica clinica che sulla qualità di vita dei pazienti”.

In estrema sintesi: per il diabete tipo 1 la cura può attendere.

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