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Batticuore

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Il primo paziente trapiantato di cuore del sud-est asiatico muore a 76 anni

AFP 16 gen 17 – Il primo paziente trapiantato di cuore del sud-est asiatico e uno dei casi di sopravvivenza più lunga con organo trapiantato è morto, la sua famiglia ha detto oggi, a più di 31 anni di distanza dall’operazione.

Singapore: Seah Chiang Nee, ex direttore di giornale , è morto a 76 anni in un ospedale locale riporta l’agenzia AFP.

Seah ha subito il trapianto di cuore con un intervento chirurgico il 12 ottobre 1985 a Sydney, quando i medici gli hanno rimosso il suo organo con una operazione durata sei ore e sostituito con quello di un ragazzo di 17 anni che era appena morto.

“Questo suo record dovrebbe essere uno dei più lunghi a livello di sopravvivenza nel mondo”, ha detto Kenneth Ng, un cardiologo presso il Mount Elizabeth Novena Hospital di Singapore.

“Il tasso di sopravvivenza mediano per trapianto di cuore è di solo 10 anni … quindi è sicuramente per la fascia alta.”

Il caso precedente di più lunga sopravvivenza di un paziente dopo trapianto di cuore era un britannico di nome John McCafferty, morto a 73 anni l’anno scorso, 33 anni dopo il trapianto, secondo i media britannici.

In un’intervista con AFP nel 2005, 20 anni dopo l’operazione, Seah aveva ha detto che sarebbe stato contento di vivere per quattro o cinque anni dopo il trapianto.

Non avrebbe mai immaginato di essere in grado di accogliere il nuovo millennio.

“Venti anni sono un lungo, lungo tempo e sono già molto grato”, ha poi detto.




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Un nuovo percorso terapeutico può arrivare a scongiurare le aritmie cardiache nei diabetici?

ricercaUna delle più gravi complicazioni del diabete, le aritmie cardiache, è ora in via di prevenzione e trattamento. I ricercatori dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ) in collaborazione con i colleghi presso l’Università di Bonn, mostrano come la malattia colpisce il cuore e il processo può essere invertito con due farmaci promettenti. I risultati sono stati appena pubblicato nel numero di ottobre della rivista Nature Communications.

I problemi di cuore sono responsabili del 65% dei decessi correlati al diabete. Il disturbo più comune in questi casi è la tachicardia ventricolare (una disregolazione nel ritmo cardiaco). Questo lavoro, coordinato dal Prof. Emiliano Medei, presso l’Istituto di Biofisica Carlos Chagas Filho e CENABIO a UFRJ, conferma che l’aumento del glucosio nel sangue provoca una infiammazione specifica, che colpisce direttamente il cuore.

Per studiare questo processo, i ricercatori hanno causato il diabete nei topi e animali mutanti in grado di produrre un tipo specifico di infiammazione legata alla produzione di sostanza IL-1-beta. Entrambi avevano aumenti simili in glucosio nel sangue, ma solo i topi con la tipica frequenza cardiaca infiammata topi-avevano l’alterazione. Inoltre, i mutanti che non producevano IL-1 beta soffrivano molto meno di aritmie anche sotto effetto della caffeina o di dobutamina, i farmaci che promuovono la tachicardia ventricolare.

I ricercatori hanno trovato una grande quantità circolante di IL-1-beta comune soprattutto nel cuore dei topi diabetici. Hanno anche osservato che l’IL-1-beta ha una funzione nell’alterazione cardiaca solo quando somministrata nei cuori di ratto sani (senza diabete), o nelle cellule del cuore umano. La buona notizia è che il gruppo ha anche testato con successo due farmaci i quali specificamente inibiscono questo processo infiammatorio: MCC- 950 e anakinra. Il primo fa produrre IL1-beta, mentre il secondo impedisce di avere effetti attivi nelle cellule del corpo ed è già in uso per il trattamento di alcune malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide. Il team è riuscito anche a invertire le alterazioni cardiache nei topi diabetici.

“È interessante notare che l’infiammazione è un importante strumento per combattere le infezioni, che di solito termina quando viene rimosso l’intruso’. Nel caso del diabete, non c’è infezione. L’iperglicemia persistente stimola il sistema immunitario a produrre una infiammazione costante, con grande produzione di iL-1-beta “abbiamo trovato come l’infiammazione è il legame tra aritmie e il diabete”, spiega Medei. “credo che i nuovi strumenti terapeutici che vi proponiamo in questo studio sono molto promettenti per il trattamento della malattia cardiaca causata dal diabete ” afferma.

Batti il cinque

CuoreCome sarà questo inverno? Non lo so e né mi azzardo a fare ipotesi o previsioni a livello climatico. Certo, come oramai i svariati studi e ricerche hanno confermato, le temperature rigide possono influire negativamente sia nei risultati della glicemia e media della stessa (Hba1C) che sulla pressione arteriosa. Sappiamo come temperature fredde, molto fredde aumentano le probabilità nella popolazione a rischio di un evento critico cardiovascolare e in presenza di diabete tale fattore si incrementa in modo ulteriore. Ecco le ragioni per cui nel periodo invernale è opportuno prestare una attenzione specifica sulla salute del nostro cuore, a cominciare dalla pressione arteriosa.

E dalle arterie al cuore ci fa bene sapere quanto è importante aver cura della funzione cardiaca, comunque con o senza diabete, a tale proposito riprendo la recente raccomandazione pubblicata dall’ADA (American Diabetes Association) proprio qualche tempo fa sull’importanza obiettiva di tenere monitorata la pressione arteriosa in noi diabetici di entrambi i tipi. Il passaggio importante da sottolineare riguarda la pressione sistolica (massima) che si deve cercare di mantenere al di sotto di 130 mm/Hg, con l’obiettivo primario di rallentare il processo di ingrossamento del cuore (ipertrofia ventricolare) e ai problemi ad esso associati.

L’ipertensione arteriosa essenziale o primaria è una malattia dell’apparato circolatorio molto diffusa nella nostra società e tra noi diabetici in particolare. Al contrario dell’ipertensione secondaria (per la quale sono note le cause scatenanti la patologia), per l’ipertensione essenziale non sono stati scoperti ed identificati i fattori scatenanti.

L’ipertensione primaria è perciò una patologia nella quale è possibile individuare un livello di pressione sanguigna che è superiore ai livelli normali. La patologia richiede un controllo farmacologico per evitare che, con il persistere della condizione, possa essere causa per lo sviluppo di complicanze a carico del sistema cardio-circolatorio.

In ogni singolo individuo il livello di pressione arteriosa dipende dall’interazione tra fattori genetici, ereditari e lo stile di vita applicato. È ben riconosciuto che l’ipertensione essenziale ha un’importante componente ereditaria, sulla quale insistono le componenti legate allo stile di vita e l’alimentazione seguita. Va aggiunto come il diabete, sia tipo 1 che 2, concorre a far insorgere l’ipertensione con elevata frequenza.

Il metodo ideale vorrebbe che la misurazione ed il controllo della pressione avvenisse all’interno dei vasi sanguigni, per poter ottenere valori esatti, precisi e veritieri. Tale tipologia di esame, sebbene in grado di fornire valori precisi, non è attuabile su ampia scala a causa dell’eccesiva invasività dell’operazione, attuabile solo in particolari condizioni e con specifiche tecnologie. Risulta perciò ancora utile ai fini pratici routinari l’utilizzo dello sfigmomanometro, che permette di ottenere, con buona approssimazione, valori utili per valutare i valori pressori.

Il diabetico quando dovrebbe misurare la pressione? Al risveglio e in seguito ad episodi d’ipoglicemia e iperglicemia, in quanto sono i momenti dove si possono verificare con maggiore facilità sbalzi pressori. La frequenza dei controlli naturalmente è legata alla condizione specifica individuale: se abbiamo familiarità con la medesima ad esempio è bene monitorarla almeno una volta alla settimana e parlarne con il nostro medico sempre.

Nel pacchetto dei controlli annuali di routine previsti per il diabetico c’è la visita cardiologica con elettrocardiogramma per verificare lo stato del muscolo cardiaco. Ma in realtà la diagnostica in tale ambito è meglio vederla in un’ottica più approfondita, ad esempio tramite l’ecocardiogramma magari sotto sforzo, per avere una diagnosi più chiara dello stato del nostro cuore.

Il diabetico deve aver cura del proprio cuore #poweryourlife

World Heart Day

World Heart Day

Con 17,3 milioni di vittime ogni anno, che diventeranno 23 milioni entro il 2030, la malattie cardiocircolatorie sono ancora la principale causa di morte al mondo. Per puntare l’attenzione sui comportamenti che possono prevenirle, si celebra domani il World Heart Day, la giornata mondiale dedicata al cuore e alla salute cardiovascolare.

Promossa dalla Word Heart Federation, che riunisce 200 organizzazioni nazionali, quest’anno ha come slogan #poweryourlife.

Diverse le iniziative previste in molte città Italiane. Nel nostro Paese infatti, si legge sul portale dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), “le malattie cardiovascolari rappresentano ancora la principale causa di morte, essendo responsabili del 44% di tutti i decessi”. In particolare, “la cardiopatia ischemica è la prima causa di morte in Italia, rendendo conto del 28% di tutte le morti”. Chi sopravvive a un attacco cardiaco, inoltre, diventa un malato cronico che necessita di farmaci a vita. “La prevalenza di italiani affetti da invalidità cardiovascolare – precisa l’Iss – è pari al 4,4 per mille”. Obiettivo del World Heart Day, sfatare alcuni miti, come quello che il problema riguardi meno le donne: le malattie cardiocircolatorie infatti rappresentano un terzo di tutte le cause di morte tra le persone di sesso femminile. Ma soprattutto puntare l’attenzione sulle corrette abitudini da seguire per ridurre il rischio: dieta corretta, poco sale nei cibi, attività fisica regolare, niente tabacco, controllo della pressione e del colesterolo. Ma è importante anche non sottovalutare alcuni campanelli d’allarme. Non sempre l’infarto è facilmente riconoscibile. A volte si presenta come dolore acuto e improvviso, altre invece come un leggero dolore al petto o come un senso di compressione. Altri sintomi sono dolore su una o entrambe le braccia, ma anche alla schiena, alla mandibola o allo stomaco, mancanza di respiro, nausea o vertigini.

Il suono abbassa la pressione e il mal di testa

Bright sound wave on a dark blue background. EPS 10 vector file included

Bright sound wave on a dark blue background. 

Il suono diventa un’arma per sconfiggere mal di testa e pressione alta: infatti è stato messo a punto un dispositivo che capta sbilanciamenti nell’attività cerebrale e invia al cervello – in modo del tutto non invasivo e indolore – un feedback sonoro che riequilibra l’attività neurale.

Sono gli affascinanti risultati presentati in occasione del meeting annuale della American Heart Association‘s Council on Hypertension 2016 tenutosi a Orlando. Progettato presso la Wake Forest School of Medicine, il dispositivo si chiama ‘HIRREM’ e funziona come una risonanza che capta l’attività cerebrale e risponde ad essa in tempo reale, “sparando” sul cervello (dall’esterno con una sonda in modo del tutto non invasivo) dei suoni udibili.

L’idea si basa sul fatto che molte persone – specie se sottoposte a stress cronico – presentano uno sbilanciamento significativo dell’attività neurale nei due emisferi del cervello, con uno dominante e quindi ”iperattivo” rispetto all’altro. Secondo gli scienziati questo squilibrio può portare a problemi quali l’emicrania o anche ipertensione.

Di qui l’idea di creare un dispositivo che rimetta a posto le differenze tra i due emisferi. Gli esperti lo hanno testato prima su 10 pazienti ipertesi, osservando risultati (abbassamento della pressione) dopo circa 17 sessioni di HIRREM; poi hanno ripetuto la prova su 52 individui sofferenti di emicrania; anche in questo caso i risultati (riduzione degli attacchi di cefalea) si sono palesati dopo circa 15 sessioni.

Naturalmente serviranno altri esperimenti su campioni più grandi di individui per validare l’uso di questo dispositivo a livello clinico

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