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Mangiare di notte potrebbe aumentare il rischio di malattie cardiache e diabete tipo 2

Mangiare durante la notte è associato ad un rischio più elevato di malattie cardiache e diabete, è il ciclo di 24 ore del corpo da incolpare, secondo la ricerca pubblicata oggi in Experimental Physiology.
I ricercatori dell’Università autonoma nazionale del Messico hanno esaminato i livelli di grasso, chiamati trigliceridi, nel sangue dei topi e trovato che, dopo aver nutrito i grassi dei ratti all’inizio del loro periodo di riposo, i loro livelli di grasso nel sangue sono aumentati in modo drastico rispetto a quando erano stati alimentati durante l’inizio della fase attiva. Quando ha contribuito a rimuovere la parte del cervello del ratto che controlla il ciclo delle 24 ore, nonostante non ci fosse più alcun cambiamento nei livelli di grasso.

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Alti livelli di grasso nel sangue sono associati a malattie cardiache e diabete. Queste malattie sono collegate ad uno stile di vita in cui gli esseri umani ignorano i segnali dell’orologio biologico e mangiano la sera e la notte. Questo studio dimostra il motivo per cui un tale stile di vita non è sincronizzato con il nostro ciclo di 24 ore e può provocare livelli elevati di grassi nel sangue e quindi in un rischio maggiore per problemi cardiaci.
Commentando lo studio, l’autore Ruud Buijs ha dichiarato: “Il fatto che possiamo ignorare il nostro orologio biologico è importante per la sopravvivenza; scegliamo di decidere di dormire durante il giorno quando siamo estremamente stanchi o ci fa tenere svegli la notte per fuggire da una condizione di pericolo, ad esempio. Tuttavia, facendo questo spesso – con il lavoro a turni, jet lag, o rimanere svegli fino a tarda notte – danneggerà la nostra salute a lungo termine specialmente quando mangiamo la volte in cui dovremmo dormire».



Con i bimbi in vacanza? 5 regole per evitare problemi intestinali.

giovaniSecondo gli esperti, pochi semplici accorgimenti come igiene, dieta e corretto utilizzo dei probiotici, possono mantenere in equilibrio il microbioma dei più piccoli anche in viaggio, evitando diarrea o stipsi

Milano, 30 luglio 2015 – Le vacanze sono il momento ideale per trascorrere finalmente un po’ di tempo con i nostri bambini, talvolta però capita che proprio durante le agognate ferie i più piccoli manifestino spiacevoli disturbi, quali dolori addominali, diarrea e/o stipsi e problemi digestivi. Non è sfortuna e non è un caso: questi malesseri sono spesso dovuti proprio ai viaggi, al cambiamento di abitudini e all’incontro con alimenti e climi estranei. Il segreto per evitarli è prendersi cura, in anticipo, del microbioma intestinale.

Il microbioma intestinale, l’insieme dei microrganismi presenti nell’intestino, è un ecosistema bilanciato, ma quando abitudini e ambiente cambiano, può crearsi una condizione di disequilibrio, definita dagli esperti disbiosi, che è causa di disturbi intestinali e non solo di vario genere.

I bambini sono proprio i soggetti più a rischio nei viaggi. Soprattutto i bambini più piccoli sono maggiormente soggetti e condizionati dai cambiamenti nelle abitudini alimentari e nello stile di vita. Inoltre, mentre il microbioma di un adulto è già formato e sostanzialmente stabile, quello di un bambino, soprattutto nei primi anni di vita, è in continua evoluzione. Come ci spiega il Prof. Salvatore Cucchiara, Direttore della Unità di Gastroenterologia e Epatologia Pediatrica dell’Università di Roma “La Sapienza”: “In vacanza i bambini sono più facilmente soggetti a disbiosi intestinale sia in quanto maggiormente predisposti all’influenza di fattori esterni, sia perché in quel periodo vengono fatte loro più concessioni che li portano a seguire un’alimentazione più sregolata, povera in vegetali, frutta e cereali, ma ricca in dolciumi, grassi saturi e bevande zuccherate ipercaloriche”.

Il Prof. Cucchiara però ci rassicura “L’equilibrio del microbioma può essere ristabilito con una dieta mediterranea, tanto movimento all’aria aperta e l’uso di probiotici”.

Di seguito 5 semplici regole, valide anche per i grandi :

1. Igiene. Ricordiamo di lavare le mani e di conservare adeguatamente gli alimenti. In vacanza, soprattutto durante il viaggio, si usano più spesso i servizi pubblici, oppure si consumano cibi conservati in modo non idoneo, o in luoghi pubblici non sicuri, così è facile introdurre una carica batterica più alta rispetto alla norma.

2. Dieta corretta. Non bisogna saltare i pasti, né cedere all’offerta spesso eccessiva di carboidrati e farinacei; al contrario l’ideale è consumare almeno due porzioni di frutta e due di verdura al giorno.

3. Probiotici: un valido aiuto per evitare guai. Nonostante queste attenzioni, resta influente una componente di diversificazione delle abitudini che è impossibile controllare: la dieta si altera, il clima influisce maggiormente e i ritmi di vita cambiano. Fortunatamente un aiuto può venire dai probiotici che aiutano a mantenere l’equilibrio del microbioma, o almeno mitigano gli effetti della disbiosi.

4. Scegliere i probiotici giusti. Meglio optare per probiotici che siano ben studiati ed abbiano dato prova di non essere dannosi e dimostrato di svolgere attività benefiche. Recentemente due ceppi, il Bifidobacterium longum BB536 e il Lactobacillus rhamnosus HN001, hanno dimostrato effetti benefici, essendo in grado di sopravvivere alle avverse condizioni gastrointestinali, di aderire alla mucosa intestinale e di interagire con l’ambiente intestinale.

5. Tempo al tempo. Importante infine assumere correttamente i probiotici, lasciando loro il tempo necessario per essere efficaci. Inutile pretendere che 3-4 giorni di somministrazione di probiotici siano sufficienti a restituire l’equilibrio intestinale: sono necessarie almeno 3-4 settimane di trattamento; stile di vita e alimentazione corretti faranno il resto.

Il consigli sono stati sviluppati con la consulenza di:

• Prof. Salvatore Cucchiara, Direttore della Unità di Gastroenterologia e Epatologia Pediatrica dell’Università di Roma “La Sapienza
• Professor Lorenzo Drago, Direttore Laboratorio di Analisi Chimico-Cliniche e Microbiologiche, IRCCS Galeazzi, Università di Milano
• Dott.ssa Etta Finocchiaro, Specialista in Dietologia e Scienza dell’Alimentazione, Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza, Molinette

Ordine in cui il cibo viene mangiato può influenzare la glicemia nei diabetici di tipo 2

ordineL’ ordine in cui le persone obese con diabete di tipo 2 mangiano il cibo può influenzare i livelli di zucchero nel sangue, suggerisce un piccolo studio.

La nuova ricerca ha scoperto che assimilare le proteine ??e verdure prima dei carboidrati è stato collegato ad un abbassamento dello lo zucchero nel sangue e livelli di insulina dopo il pasto.

“Siamo sempre alla ricerca di modi per aiutare le persone con diabete ad abbassare la glicemia, ” afferma il ricercatore principale dello studio il dottor Louis Aronne, un professore di ricerca metabolica e della medicina clinica al Weill Cornell Medical College di New York City, secondo il comunicato rilasciato dall’ università.

“Ci affidiamo alla medicina, ma la dieta è anche una parte importante di questo processo. Purtroppo, abbiamo scoperto che è difficile convincere la gente a cambiare le loro abitudini alimentari”, ha aggiunto Aronne.

“I carboidrati aumentano lo zucchero nel sangue, ma se dici a qualcuno di ridurli o per tagliare drasticamente l’apporto, è poi difficile conformarsi. Questo studio indica un modo più semplice che i pazienti potrebbero ottenere per abbassare il loro zucchero nel sangue e livelli di insulina”, ha detto Aronne.

Mantenere i livelli di zucchero nel sangue sotto controllo è fondamentale per le persone con diabete di tipo 2. Se i livelli di zucchero nel sangue spesso sono troppo alti, questo può portare a gravi complicazioni nel corso del tempo, tra cui la comparsa di malattie cardiache.

L’attuale studio ha coinvolto 11 persone obese e con diabete di tipo 2. Tutte utilizzavano il farmaco orale metformina per il  diabete. I partecipanti allo studio hanno avuto un tipico pasto della dieta occidentale, costituito da una varietà di verdure, proteine, carboidrati e grassi. Il pasto includeva petto di pollo, broccoli al vapore con burro, lattuga e insalata di pomodori con condimento a basso contenuto di grassi, il pane tipo a ciabatta e succo d’arancia. Lo studio ha incluso due pasti consumati una settimane di distanza.

Per il primo pasto, i ricercatori hanno registrato i livelli di zucchero nel sangue la mattina prima del cibo. I volontari dello studio sono stati istruiti a mangiare carboidrati prima, seguito da proteine, verdure e grassi 15 minuti più tardi. I ricercatori hanno verificato di zucchero nel sangue dei partecipanti 30, 60 e 120 minuti dopo il pasto.

Una settimana più tardi, è stato ripetuto il processo. Questa volta, tuttavia, i pazienti hanno  invertito l’ordine in cui hanno mangiato il cibo. Proteine, verdure e grasso sono stati mangiati prima. I carboidrati sono stati consumati 15 minuti più tardi. E, ancora una volta i livelli di zucchero nel sangue sono stati prelevati in tre momenti diversi dopo la cena.

Lo studio ha mostrato che quando hanno mangiato i carboidrati al termine del pasto, i livelli di zucchero nel sangue dei partecipanti erano circa il 29 per cento in meno dopo 30 minuti, il 37 per cento più bassi dopo 60 minuti e 17 per cento in meno dopo due ore.

I livelli di insulina sono mostrati anche molto più bassi quando i soggetti hanno mangiato prima le proteine ??e verdure dei carboidrati, lo studio ha rivelato.

“Sulla base di questa constatazione, invece di dire ‘non mangiano che’ ai loro pazienti, i clinici potrebbero invece dire, ‘mangia prima che,'” ha detto Aronne. “Abbiamo bisogno di fare un certo lavoro di follow-up, sulla base di questa constatazione, nei pazienti con diabete di tipo 2 per metterli in grado di fare un semplice cambiamento così da abbassare la glicemia per tutto il giorno, diminuire la quantità di insulina di cui hanno bisogno per prendere, e potenzialmente avere una lunga durata, dell’impatto positivo sulla loro salute.”

Lo studio è stato pubblicato il 23 giugno dalla rivista Diabetes Care.

Mettiamo in chiaro le carte in tavola

CibarioA tavola sicuri? Dalla trattoria ai wine bar, dagli home restaurant agli agriturismo. ”Oggi c’è un eccesso di offerta nel settore della somministrazione del cibo: l’Italia ha una densità imprenditoriale, secondo una elaborazione Fipe su dati Eurostat, che supera del 40% la media europea. Nella Ue a 28 Paesi ci superano, in termini di densità di pubblici esercizi, solo Portogallo, Grecia e Spagna”. A dirlo è Lino Stoppani, presidente Fipe nazionale in occasione di una tavola rotonda promossa nei giorni scorsi da ‘Italia a tavola’ a Firenze, con la partecipazione del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, Fipe-Confcommercio, Coldiretti, e per gli chef, Massimo Bottura.

Da Nord a Sud sono oltre 257mila le imprese della ristorazione, secondo una elaborazione Fipe su dati Istat del censimento 2011, con circa 130mila bar, gelaterie e pasticcerie, oltre 125mila ristoranti, più di 1500 imprese attive nella ristorazione collettiva per un totale di oltre 750 mila addetti.

”Negli ultimi 5 anni hanno chiuso i battenti circa 50mila imprese di settore” ha detto Stoppani, sottolineando che ”c’è molta improvvisazione, in un lavoro che invece richiederebbe requisiti di etica e capacità imprenditoriale”. ”Tanti in cucina, ma con regole diverse” ha sottolineato Alberto Lupini, direttore di ”Italia a tavola” e promotore del convegno: ”l’attuale sistema – per Lupini – sembra fatto apposta per tener divisi gli operatori; urge una riforma del comparto produttivo”.
Vytenis Andriukaitis Commissario Europeo per la Sanità e sicurezza alimentare ha inoltre evidenziato come quasi tutti i locali italiani non forniscano alcuna informazione nutrizionale e tutela di specifiche patologie tra cui: celiachia, diabete, ecc. La carenza di controlli in tale ambito risulta evidente.

Dare peso

Chi

Riporto stralci di un articolo,dato che la dieta è per tutti noi diabetici di qualsiasi forma e tipo J il primo mezzo di terapia,ma a volte non riusciamo ad adeguarci,magari scoprite il perché…

Quando parliamo di dieta e di peso, tutti noi pensiamo automaticamente ad una serie di meccanismi che riguardano lo stomaco, la digestione, il metabolismo, le calorie… dimenticando molto spesso un altro organo fondamentale coinvolto nei problemi con il cibo: il cervello!

Il comportamento alimentare non è solo una funzione biologica, ma è legato a importanti implicazioni psicologiche che possono influenzare o aggravare il problema dell’obesità. Di solito si avverte una chiara percezione di queste dinamiche nei periodi in cui si soffre di fame nervosa: mangiamo per cercare di placare tristezza, sofferenza, ansia, sensi di colpa… ma non sono le uniche occasioni in cui il nostro cervello, o meglio la nostra psiche, influisce sull’andamento del peso.

Chi per fame nervosa, chi per pigrizia di cucinare, chi per mancanza di affetto e chi semplicemente per mancanza di disciplina… La cura è l’approccio psicologico alla dieta, la cui massima espressione è la cosiddetta “psicoterapia dietetica”.

L’obiettivo principale della psicoterapia non è tanto il calo ponderale in sé, quanto affrontare il disagio psicologico che è causa o conseguenza del sovrappeso.
Durante la terapia si esplora tutto ciò che sta sotto l’obesità, ossia si approfondisce la conoscenza di sé, il modo di percepire e soddisfare i propri bisogni, la capacità di autocontrollo. Questi aspetti sono strettamente collegati ai significati simbolici che il paziente attribuisce al cibo.
Molto spesso infatti la sensazione di fame non viene percepita con chiarezza, ma viene confusa con stati d’animo come la rabbia, la stanchezza, la noia, la frustrazione. Allora il cibo, sempre a disposizione, diventa l’unica risposta immediata e indiscriminata a tutte queste situazioni emotive e assume il ruolo di soluzione apparente di ogni difficoltà. Si innesca così un circolo vizioso tra insoddisfazione emotiva, cibo, aumento di peso che è difficile interrompere ed è destinato a peggiorare se non si interviene con un supporto psicologico adeguato.

Quest’ultimo può essere fornito a diversi livelli, a seconda della gravità del problema: dalla terapia psicanalitica vera e propria al counselling psicologico.

«Io ho imparato a mie spese che prima di tutto bisogna mettere a dieta il cervello »

Grazie a questi strumenti, insomma, è possibile acquisire le abilità comportamentali e le strategie per rapportarsi al cibo con equilibrio, e scoprire così gradualmente un nuovo stile alimentare che diviene poi, più in generale, uno stile di vita più gratificante

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