President of the United States

Fammi visita

Il diabete? Un’abitudine lentamente acquisita per mezzo della pratica e della esperienza; una monotona e deprimente consuetudine con cui devo fare i conti da oltre cinquant’anni. E con il passare del tempo ci si inventa sempre qualcosa per sbarcare il diario, ma la routine l’ha sempre vinta.

E dunque questa mattina ho fatto la seconda visita di controllo del diabete per quest’anno. E per la prima volta, udite udite, la pratica è cambiata! Ma prima di passare in rassegna le novità faccio un breve riepilogo della prassi precedente all’introduzione del “nuovo corso” voluto dal nuovo direttore, prof. Uberto Pagotto. Passato – La procedura prevedeva: gli adempimenti burocratici con fila per fare l’accettazione con ricetta per visita rossa, poi la consegna del campione di urine delle 24 ore e la glicemia a digiuno dagli infermieri, e poi la lunga attesa per essere visitato. Risparmio la narrativa circa le due ore di anticamera dal momento fulcro della giornata: l’incontro con il medico diabetologo; anche perché nel frangente si assisteva ad un affresco di varia umanità, dolente e indolente. Ad esempio: a dopo essere arrivato all’ambulatorio alle ore 10.00 del mattino accedevo dal sanitario alle ore 13.00. Cosa avveniva durante l’incontro? La prima cosa che esibivo erano gli esami effettuati in precedenza, assieme ad altre visite specialistiche; poi il medico mi controllava il peso e la pressione arteriosa; ed ancora chiedeva se nel periodo intercorso vi erano dei dati riguardanti il diabete degni di segnalazione, e contestualmente verificava il diario della glicemia per, eventualmente, rivalutare lo schema dell’insulina ed altre terapie, nonché percorsi diagnostici da effettuare. Questo in sommi capi è quello che avveniva nell’arco del percorso della visita diabetica.

Oggi – L’accettazione alla visita è automatizzata, inserisco la tessera sanitaria con banda magnetica nel lettore all’ingresso degli ambulatori di diabetologia, identifica l’associazione con la prescrizione elettronica e rilascia il numero per la chiamata. Dopo cinque minuti vengo richiamato dall’infermiere che mi controlla la pressione arteriosa e il peso e mi fa alcune domande circa il mio livello di convivenza con la malattia. Passano altri cinque minuti e vado alla visita dal diabetologo. Porto con me gli esami di laboratorio che lo specialista aveva prescritto con il precedente accertamento più il referto dell’ECG e 100 pagine del diario dei dati scaricati dalla lettura del microinfusore e monitoraggio continuo glicemico più glucometro.

Il medico diabetologo esamina con me l’andamento della curva glicemia e riscontra l’ottimo compenso glicemico raggiunto passato da una emoglobina A1c di 6.8 a una di 6.4, merito della performance stupenda raggiunta con il Medtronic 640g e il buon governo del dispositivo da parte mia.

L’altra grossa novità rispetto al passato è costituita dalla prenotazione della prossima visita che non la fa più l’infermiere una volta uscito dall’ambulatorio ma direttamente il medico al termine dell’accertamento per via telematica, con la prescrizione degli esami da effettuare nel mentre: ecocardiogramma, ecodoppler carotideo e gli esami del sangue di routine (Hba1c, colesterolo, transaminasi, xgt, creatinina, cph e trigliceridi).

Nota finale ambientale: se prima tutta la procedura impegnava tre ore medie di tempo oggi il tutto si riduce a 30 minuti con una concentrazione dell’appuntamento sanitario basata sulla qualità anziché qualità e senza resse e casino in sala d’attesa.



Diabete Tipo 1: vogliamo la cura! Cosa possiamo fare?

Son partito da Bologna alle prime luci dell’alba in un giorno ormai di una estate anticipata, direzione: Milano. Mi aspetta una giornata indimenticabile. Obiettivo: Diabetes Research Institute – Ospedale San Raffaele, mi attende la dottoressa Manuela Battaglia per un colloquio e intervista esclusiva per il blog circa l’impegno del DRI nella ricerca di una cura per il diabete Tipo 1, o come preferisco denominarlo io diabete giovanile. Il DRI è uno dei principali e più importanti centri di ricerca mondiali in questo ambito, è l’unico in Italia a fare ricerca dedicata alla nostra malattia. E in questa fase storica dove si parla sempre di “fuga dei cervelli” qui restano oppure sono rientrati per restare (come il caso della Dr.ssa Battaglia). E’ la prima volta che entro  in un centro di ricerca scientifica per il diabete tipo 1 e che vado a incontrarmi con quella che è una delle più importanti scienziate e ricercatrici impegnate a trovare una cura per la nostra malattia.  L’emozione c’è tutta!

Dottoressa Manuela Battaglia attualmente presso il DRI sono in corso dieci Studi Clinici Interventistici e sei Studi Clinici Osservazionali sul diabete tipo 1, un impegno per i ricercatori enorme, nel contesto globale della ricerca un diabetico di tipo 1 cosa si può aspettare per il futuro?

Caro Roberto  io ti posso dire che cosa un diabetico di tipo 1 si può aspettare oggi, non in futuro. Oggi  il Diabetes Research Institute di Milano sta lavorando in tutte le direzioni: dal capire come funziona il sistema immunitario e cosa succede nel pancreas prima della diagnosi grazie alla rete TrialNet di cui noi facciamo parte – cerchiamo di identificare alla diagnosi i vari sotto-tipi di malattia perché oggi sappiamo che dietro al nome “diabete” si nascondono malattie che si comportano in maniera molto diversa e potrebbero giovare di approcci terapeutici personalizzati (la famosa Medicina di Precisione). Partecipiamo a studi prevenzione e guidiamo studi clinici sperimentali da eseguire al momento della diagnosi o post-diagnosi. Studiamo il “microbioma” per capire come i batteri che colonizzano il nostro corpo possano influire sullo sviluppo e sulla patogenesi di una malattia che vediamo aumentare in maniera preoccupante ogni anno. Sempre qui al DRI cerchiamo di trovare una terapia sostitutiva alla massa beta cellulare: quindi rimpiazzare le cellule del pancreas che producono insulina (che pensiamo oggi vengano distrutte, ma forse non sono tutte eliminate ma alcune un po’ “addormentate”). Quindi lavoriamo con la sostituzione delle cellule beta mediante il trapianto cercando poi di eliminare la  terapia immunosoppressiva dopo il trapianto, oggi un’altra difficoltà che il paziente deve affrontate; oppure provando a sostituire la massa beta cellulare senza immunosoppressione. Poi abbiamo anche una linea di ricerca sulle cellule staminali come nuova possibile fonte di cellule producenti insulina. Infine cerchiamo anche di capire e prevenire le tanto temute complicanze. Tutto questo in un lavoro continuo di stretta collaborazione ed interazione tra ricercatori, clinici ed infermieri del nostro Ospedale e tramite importanti collaborazioni internazionali.

Oggi ti dico che la ricerca è fatta di tantissimi passi, la maggior parte dei quali assolutamente imprevedibile. Ogni passaggio chiave non sai se prenderà una direzione o un’altra, ma i campi di studio e intervento sono talmente tanti rispetto a solo 10 anni fa che le prospettive per una cura del T1D sono sempre più a portata di mano.

Due anni fa il medico diabetologo Aaron Kowalski, Vicepresidente del JDRF, nel corso di una intervista dedicata alla prospettiva della ricerca per la cura e stabilizzazione del T1D accennava allo sviluppo di una terapia tramite l’incapsulamento degli isolotti oltre al pancreas artificiale. Come stanno evolvendo questo progetto?

Una terapia sperimentale denominata Viacyte, che impiega un nuovo sistema simile al “goretex” in cui vengono impiantate cellule di origine embrionale che producono insulina e inserite nel paziente in modo da rilasciare insulina in maniera quasi “fisiologica”. Hanno cominciato a fare i primi test su di una gruppo di pazienti negli Stati Uniti, di cui non sappiamo ancora i risultati- E’ un sistema approvato dalle autorità regolatorie in materia USA (NIH), e noi del DRI all’Ospedale San Raffaele facciamo parte del circuito europeo che avvierà lo studio clinico nel nostro continente  non appena si avrà l’approvazione  il visto da parte dell’autorità regolatoria e dai comitati etici. In  tutto questo c’è una certezza: è una terapia che ha raggiunto il paziente, dobbiamo avere adesso la pazienza di aspettare per capire se funziona.

A proposito di ricerca e sostegno umano, finanziario il professore Giorgio Sesti Presidente della Società Italiana di Diabetologia ricordava come i fondi stanziati per la ricerca sul diabete in Italia siano irrisori, e credo le cose non siano diverse per il T1D. Una maggiore consapevolezza da parte della società e tra i diabetici circa la concretizzazione della parola d’ordine del DRI: “non c’è cura senza ricerca”, come può tradursi in atti concreti?

La mia visione è molto chiara:  si deve mettere il paziente al centro. Questo significa che la ricerca deve sempre guardare al paziente ma anche che il paziente deve essere parte attiva della ricerca:  prima di tutto deve essere responsabilizzato e capire come funziona la ricerca e che impatto può avere sulla propria vita. Dobbiamo quindi appassionare i pazienti in primis – ma tutti in generale – alla ricerca e portarli alla conoscenza delle potenzialità in essa contenute. Come dicevi tu, Roberto, ci sono per esempio le fasce centrali d’età dei diabetici (i giovani adulti) che sembrano non interessarsi per nulla alla ricerca per una cura della loro malattia, preferendo gestirla al meglio ma scordando (o ignorando) che se tutti lavoriamo nella stessa direzione c’è la possibilità di trovare una cura.

Ridare valore alla ricerca ridando valore al paziente. Tutti devono sapere come funziona la ricerca e perché ha bisogno di essere sostenuta dal cittadino, paziente o meno. Sostenere la Ricerca è un investimento fondamentale che dobbiamo fare Tutti  per la salute di Tutti.

Dottoressa il blog Il Mio Diabete nel 2017 compie 10 anni di pubblicazioni, con oltre 4000 articoli e di questi buona parte dedicati alla ricerca per una cura del diabete, accetta l’invito a Bologna per far conoscere nei dettagli il lavoro del DRI eapprofondire gli argomenti trattati in questa intervista, con un evento pensato per il prossimo autunno?

Certo che sì, lo faccio più che volentieri perché le parole non servono a nulla se non sono seguite dai Fatti. Grazie per l’invito.

Quindi ci rivedremo a Bologna, la prima volta del DRI nella città petroniana, ma non solo, perché l’impegno totale a sostegno della ricerca e dei ricercatori non ha confini, fisici e mentali.

L’incontro al DRI con la dottoressa Battaglia ha spaziato oltre i margini dell’intervista, con uno scambio ampia sintonia di vedute che va nella direzione auspicata di far incontrare ricercatori e pazienti per dirigere al meglio gli obiettivi della ricerca. E per concludere la visita ai laboratori dell’Istituto, che meriterebbe un reportage a parte. Una delle più belle giornate della mia vita!

E un appello: diabetici e non sosteniamo con tutti i mezzi il Diabetes Research Institute perché la ricerca siamo noi!

Supporta l’attività di ricerca del DRI con una donazione direttamente a questo link: http://dri.hsr.it/sostienici

Indica SEMPRE nella causale il progetto di ricerca DIABETES RESEARCH INSTITUTE  e riporta i tuoi dati postali per poter ricevere la nostra lettera di ringraziamento e la nostra newsletter con aggiornamenti su attività e ricerca del San Raffaele.


Chi è la dottoressa Manuela Battaglia?

Classe, 1971 , Manuela Battaglia è oggi Vice Direttore del San Raffaele Diabetes Research Institute ( DRI) .

Laureata in Biologia a Milano, Manuela Battaglia ottiene il dottorato in Medicina Molecolare negli Stati Uniti – al Wisconsin Medical College – dove impara a fare ricerca e si appassiona ai modelli preclinici di trapianto (conseguirà un secondo dottorato in Immunologia presso l’Università di Utrecht nel 2014).
Dopo il conseguimento del Dottorato, rientra in Italia per lavorare all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica – centro di eccellenza Italiano – dove inizia la sua carriera focalizzata sulle malattie immuno-mediate e sull’induzione della tolleranza immunologica dopo terapia genica.

Dal 2008 è al San Raffaele Diabetes Research Institute dove – prima come Group Leader poi come capo Unità e dal 2013 anche come Vice-Direttore –si occupa di comprendere l’origine e i meccanismi convolti nell’induzione di malattie immuno-mediate, in particolare del diabete di tipo 1. La Dott.ssa Battaglia crede fermamente nella medicina personalizzata e nella ricerca traslazionale – dove il paziente è sempre messo al centro e rappresenta il fulcro di tutte le sue ricerche.

Attualmente la Dottoressa sta conducendo un progetto sperimentale di terapia cellulare per indurre tolleranza immunologica dopo il trapianto per evitare l’uso dei farmaci immunosoppressivi.

La Dott.ssa Battaglia è uno dei membri del comitato direttivo di TrialNet (un network internazionale di ricercatori – fondato da NIH – focalizzato sulla comprensione, prevenzione e cura del diabete di tipo 1). In passato è stata anche membro del Comitato scientifico della Società Europea dei Trapianti d’Organo (ESOT). Esercita ruoli chiave in molte riviste scientifiche internazionali e serve da revisore scientifico per diverse agenzie di finanziamento internazionali. E’ anche inventore di numerosi brevetti.

La Dott.ssa Battaglia è autore di più di 100 articoli originali su riviste peer-reviewed internazionali e si colloca tra i ricercatori italiani più citati nell’ambito della tolleranza immunologica.


IL TUO 5XMILLE AL SAN RAFFAELE DI MILANO

Devolvi il tuo 5 per mille all’Ospedale San Raffaele: perché al centro della Ricerca ci sei TU. CODICE FISCALE: 07636600962, nel riquadro RICERCA SANITARIA. Non c’è cura, senza ricerca. Non c’è ricerca, senza il tuo 5xmille. Scopri come su http://www.5xmille.org

Buona notizia: la variabilità del glucosio non è associata con lo sviluppo, la progressione delle complicanze microvascolari

Al di là l’influenza della HbA1c, i giorni di  variabilità glicemica non giocano un ruolo evidente nello sviluppo di complicanze microvascolari, in base a una nuova analisi dei dati dal Diabetes Control and Complications Trial (DCCT), pubblicato sulla rivista per Diabetologi Diabetes Care.

“Le analisi attuali differiscono dalle analisi precedenti che esaminano i potenziali effetti della variabilità glicemica, indipendentemente dalla glicemia media, sulle complicanze durante il DCCT , includendo ulteriori valutazioni di variabilità glicemica e profili di glucosio nel più completo processo di controllo attraverso i diversi metodi di imputazione,” John M. Lachin, ScD, co-direttore del Centro di Biostatistica presso la George Washington University di Rockville, nel Maryland, e colleghi hanno scritto. “Anche se le analisi precedenti di questi dati avevano anche mostrato alcuna associazione intra-giorno  nelle misure di variabilità con complicanze a lungo termine, queste hanno sofferto della incompletezza delle grandi frazioni dei profili trimestrali.

Mentre la conformità generale nel DCCT era alta, il completamento delle collezioni dei profili di glucosio in sette punti erano problematiche durante il processo; in ognuno dei sette punti di tempo, tra il 15% e il 18% dei valori di glucosio sono stati dispersi, secondo i ricercatori, anche se praticamente tutti i dati di HbA1c erano completi. In una nuova analisi, Lachin e colleghi hanno applicato imputazione multipla per stimare i valori mancanti nel profilo di glucosio nel sangue sulla base di altre misure in grado di aumentare la validità statistica.

Con l’utilizzo di questi metodi, i ricercatori hanno valutato l’associazione intra-giorno per marcare il glucosio nel sangue e dei suoi componenti con albumina glicata e HbA1c, e l’associazione di ogni dato. con i risultati rispondenti per ipoglicemia e complicanze microvascolari. Le misure di variabilità incluse l’ampiezza intra giorni e media aggiornata (nel tempo) delle escursioni glicemici (MAGE), e M-value e la longitudinale entro intra giorni, tra il giorno e varianze totali. Ricercatori hanno utilizzato modelli proporzionali di Cox per valutare l’associazione di ciascuna misura di variazione glicemico, come variante dipendente dal tempo, con i rischi per la retinopatia e nefropatia, e un modello di regressione logistica longitudinale per valutare alcuna associazione con neuropatia autonomica cardiovascolare.

Dopo aggiustamento per intra giorni del valore di glucosio nel sangue, nessuna misura di variabilità nel corso della giornata è stato associata con qualsiasi retinopatia, microalbuminuria o neuropatia autonomica cardiovascolare.

Solo il M-valore medio longitudinale (nel tempo) era significativamente associata con microalbuminuria quando rettificato per il longitudinale della glicemia media e corretta per test multipli utilizzando la procedura Holm, i ricercatori hanno scritto.

“Nel complesso, le misure della variabilità glicemica sulla base dei set completi trimestrali di sette punti dei dati delprofilo di glucosio  non riescono a fornire la prova forte o coerente che la variabilità glicemica contribuisce al rischio di sviluppo o la progressione delle complicanze microvascolari oltre che la media la media glicemica,” hanno scritto i ricercatori. 



Tè quiero!

Jasmine tea in a white cup with flowers . Selective focus

Il tè è una delle bevande più consumate al mondo dopo l’acqua, si ricava dall’infusione delle foglie fresche o essiccate di un arbusto ramoso appartenente al genere Camelia. In particolare, dalla specie Sinensis, originaria della Cina, si ottengono il tè verde, il tè bianco ed i tè semi-fermentati, mentre dalla specie Assamica, proveniente dell’India, hanno origine i tè neri.

Il Tè in Italia è ancora una bevanda di nicchia. Sono un po’ pochini, rispetto a tanti altri paesi i 0,07 kg di tè consumati da ogni italiano durante l’anno, che corrispondono a circa 3 tazze al mese. Molto, ma molto meno rispetto agli inglesi che ne consumano in media 4 tazze al giorno, per un totale di 2,2 kg all’anno per persona. Meno della metà, però, rispetto ai circa 4,5 kg consumati nel 1938.

La pianta del tè è sempreverde e necessita di grandi quantità d’acqua per crescere; viene pertanto coltivata nei climi tropicali e subtropicali, preferibilmente in un terreno acido, permeabile ma privo di ristagni d’acqua.

Il tè si diffuse fin dall’antichità in Cina ed in Corea (I sec d.C.), in Tibet (VI sec d.C.) e in Giappone (VII sec d.C.). Nel corso dei secoli poi, divenne molto popolare anche in Europa, fino a diventare una bevanda particolarmente apprezzata in tutto il mondo ed un vero e proprio must della tradizione britannica. Attualmente si producono circa 3,3 milioni di tonnellate di tè all’anno; i più grandi paesi produttori sono l’India, la Cina, il Giappone e l’Indonesia.

La raccolta viene effettuata più volte nel corso delle stagioni: in alta montagna si effettuano 3 o 4 raccolte all’anno, mentre nelle pianure africane si eseguono anche più di 12 raccolte annuali. Quella dei tè più pregiati viene fatta a mano, poiché quella meccanizzata va a peggiorare la qualità le foglie.

Un fedele alleato della prevenzione

In Cina il tè è da sempre considerato uno dei principali ingredienti per una vita longeva e salutare. In realtà anche le più recenti acquisizioni scientifiche hanno confermato che bere una tazza di tè regolarmente apporta numerosi benefici al nostro organismo ed i più importanti vengono riportati qui di seguito.

Ha un’azione antiossidante grazie alle sostanze polifenoliche in grado di contrastare la diffusione dei radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento e della degenerazione cellulare.

Contiene flavonoidi e catechine, armi efficaci nella prevenzione delle cardiopatie ischemiche e nel controllo della pressione sanguigna.

È una bevanda perfetta per ripristinare il livello dei liquidi nell’organismo.

Può prevenire la formazione di cellule cancerogene.

Contribuisce ad abbassare i livelli glicemici del sangue.

Presenta un ridottissimo contenuto calorico e, stimolando la termogenesi, può aiutare il corpo a bruciare più velocemente i grassi.

Facilita i processi digestivi e migliora la funzionalità epatica.

Risulta un prezioso alleato nella prevenzione dell’artrite e dell’osteoporosi grazie all’elevato contenuto di fluoro e manganese.

Aiuta a mantenere alte le difese immunitarie.

Previene le carie, riduce la placca dentaria e favorisce la salute del cavo orale.

In alcuni casi può rivelarsi efficace per combattere la leucemia, grazie alla presenza di un potente componente antiossidante conosciuto come EGCG.

Le tipologie di tè

Le tipologie di tè più diffuse sul mercato sono:

tè nero, il più comune in Europa, molto aromatico soprattutto nei diversi gusti;

tè verde, ricco di antiossidanti e dal gusto amarognolo;

tè oolong (the blu-verde), detto anche semi-fermentato, dal gusto leggermente fruttato e con un aroma piacevole;

tè giallo, poco conosciuto in Europa ma molto apprezzato in Cina, semi- fermentato, con un aroma unico e fresco.

Tutte queste varietà provengono dalle foglie della stessa pianta ma vengono trattate diversamente e subiscono un processo di fermentazione che per la qualità nera è completo, per quella blu e gialla è parziale e per quella verde è nullo.

A questi si aggiungono i pregiatissimi tè bianchi, ricavati da foglie dal caratteristico colore argento, dal gusto delicato e dolce.

Ai fornelli con il tè

Uno dei modi più semplici per utilizzare il tè nelle preparazioni culinarie è quello di inserirlo come preparato già infuso: il liquido infatti può essere usato per macerare gli alimenti (come il tofu), per sfumare piatti come i risotti, per sciogliere ingredienti di una ricetta (come la maizena nei dolci) ed infine può essere trasformato in sciroppo dolce da accompagnare a morbide fette di torta, macedonie e gelati.

Il tè può essere usato anche come elemento principale di una pietanza: ad esempio la polvere finissima di un tipo di tè verde detto tè matcha spesso viene impiegata come ingrediente per realizzare primi piatti come gli gnocchi, oppure biscotti, muffin, torte e praline.



Regole base

Glicemia

Aspettando Gaudì e Godot che ci liberino dal fardello dei buchi nelle dita e iniezioni nelle chiappe e altre aree per fare l’insulina e controllare la glicemia, riepiloghiamo per quest’ultima alcune nozioni base.
La gestione del diabete può essere stressante. Il modo in cui ci si sente quando i livelli di glucosio nel sangue sono bassi o alto aggiunge stress. Poi ci mettiamo le nostre preoccupazioni derivanti dal possibile sviluppo di varie complicazioni, e il carico aggiuntivo nel trattamento che tali manifestazioni possono avere. Le strisce reattive per testare i livelli del glucosio nel sangue sono un componente chiave per il monitoraggio glicemico quotidiano del diabetico. Queste piccole strisce usa e getta di plastica possono sembrare insignificanti, ma forniscono un ruolo molto importante per la vita di noi diabetici nel tenere a “bada” la malattia. Nella grande maggioranza dei casi, ogni glucometro in uso ha un solo tipo di striscia reattiva abbinato e utilizzabile con lo stesso. Ci sono strumenti che consentono anche il test dei livelli dei chetoni nel sangue.
Come funzionano le strisce per il test?
Quando il sangue viene immesso sulla striscia reattiva, reagisce con una sostanza chimica chiamata glucosio ossidasi la quale produce acido gluconico dal glucosio nel sangue. All’altra estremità della striscia di test, il misuratore trasferisce una corrente sulla striscia reattiva. La striscia reattiva ha terminali elettrici che permettono allo strumento di misurare tale corrente tra i terminali.
La corrente tra i morsetti cambia a seconda del livello di acido gluconico che è stato prodotto. Il glucometro quindi utilizza un algoritmo reagente sul livello di glucosio nel sangue in base della differenza di corrente.
Alcune strisce reattive glicemia consentono la riapplicazione di più sangue per la stessa striscia reattiva, se necessario, durante la prova. La quantità di sangue richiesta da una striscia di test può variare tra i costruttori. Generalmente, è richiesto tra 0,4 microlitri a1 ml di sangue.
Alcune strisce reattive, non più comunemente utilizzati oggi, ma lo erano fino ai primi anni 80, non hanno bisogno di un glucometro. Quando il sangue viene posto sulla parte attiva della striscia e poi cancellato dopo un certo numero di secondi, il reagente cambia il colore e il risultato può essere ottenuto facendo corrispondere tonalità cromatica su di una scala colorimetrica presente a bordo della confezione delle strisce.
Strisce reattive
Per molti modelli, l’elemento è una striscia di materiale plastico con un piccolo punto impregnato di glucosio ossidasi e altri componenti. Ogni striscia è utilizzato una sola volta e poi eliminata. Invece alcuni altri modelli utilizzano tamburi, dischi, o cartucce che mantengono il materiale di consumo per delle prove multiple. È possibile utilizzare marchi famosi come Accu Chek attiva .
Codifica
Dal momento che le strisce reattive possono variare da lotto a lotto, molti modelli richiedono all’utente di inserire manualmente un codice collocato sul flacone delle strisce reattive o su un chip che viene fornito con la striscia stessa. Inserendo la codifica o chip nel misuratore di glucosio, lo strumento sarà calibrato a quella lotto di strisce reattive. Tuttavia, se il processo è effettuato in modo errato, la lettura del contatore può essere fino a 4 mmol / L (72 mg / dL) imprecisa.
Questo può mettere i pazienti a maggiore rischio di ipoglicemia. In alternativa, alcuni strisce reattive conservano informazioni del codice nella striscia; altri hanno il microchip nel flacone delle strisce che può essere inserito nello strumento. Questi ultimi due metodi riducono la possibilità di errore dell’utente. Le strisce One Touch ha standardizzato le strisce intorno ad un unico numero di codice, in modo che, una volta fissato, non vi è alcuna necessità di modificare ulteriormente il codice nei glucometri più vecchi e in alcuni più recenti.
Volume del campione di sangue
La dimensione della goccia di sangue necessaria per modelli diversi varia 0,3-1 microlitri. (I vecchi modelli necessari campioni sanguigni più grandi, definiti come una “goccia appeso” dal polpastrello.) Requisiti di volume più piccole riducono la frequenza delle punture improduttivi.
Sito alternativo d’esame
L’impiego di minori volumi di sangue ha permesso di provare zone alternative ai polpastrelli per il prelievo come: mani, avambraccio e facendo in modo di far riposare le predette aree da un eccessivo impiego.
Tempo di rilascio del risultato
I tempi per leggere il dato fornito dalla striscia reattiva può variare da 5 a 60 secondi a seconda dei modelli.
Display
Il valore del glucosio in mmol/l oppure mg/dl è visualizzato sul display digitale. L’unità di misura preferita varia a seconda del paese: mg / dl è preferito in Francia, Italia, Stati Uniti, Israele, Giappone e India. Mmol / L sono utilizzati in Australia, Canada, Regno Unito e Cina. La Germania è l’unico paese dove i medici operano abitualmente in entrambe le unità di misura. (Per convertire mg / dl a mmol / l, dividere per 18. Per convertire mmol / l in mg / dl, moltiplicare per 18.) Molti glucometri sono in grado di visualizzare entrambe le unità di misura; ci sono stati un paio di casi pubblicati [citazione necessaria] in cui un diabetico è stato ingannato e portato ad azioni sbagliate interpretando una lettura in mmol / l come a basso contenuto di mg / dl, o il contrario. In generale, se un valore è presentato con un punto decimale, è in mmol / l, senza un decimale è più probabile mg / dl.
Fattori che influenzano l’accuratezza dei risultati con le strisce reattive
È necessario buttare le strisce reattive obsolete, scadute o danneggiate. Conservare le strisce nel loro contenitore sigillato; tenerle lontano da fonti di calore ed umidità. Assicurarsi che le strisce siano compatibili col glucometro in uso. Mantenete il nostro glucometro e le strisce reattive a temperatura ambiente. Lavare e asciugare le mani e il sito del test a fondo prima di pungere la pelle.




Diabete

Il diabete tipo 1 sul groppone da un giorno o 54 anni? Non perdere la fiducia e guarda avanti perché la vita è molto di più, e noi siamo forti!
Non sono un medico. Non sono un educatore sanitario del diabete. Non ho la laurea in medicina. Nulla in questo sito si qualifica come consulenza medica. Questa è la mia vita, il diabete – se siete interessati a fare modifiche terapeutiche o altro al vostra patologia, si prega di consultare il medico curante di base e lo specialista in diabetologia. La e-mail, i dati personali non saranno condivisi senza il vostro consenso e il vostro indirizzo email non sarà venduto a qualsiasi azienda o ente. Sei al sicuro qui a IMD. Roberto Lambertini (fondatore del blog dal 3/11/2007).

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