Uno studio del Policlinico di Bologna mostra che visita congiunta, cartella condivisa e controlli programmati possono accompagnare i giovani con diabete tipo 1 nell’età adulta senza interrompere la continuità delle cure.
Estratto: Compiere diciotto o vent’anni non trasforma magicamente un ragazzo con diabete tipo 1 in un esperto navigatore del Servizio sanitario. Uno studio appena pubblicato dal Sant’Orsola di Bologna mostra che il passaggio dalla pediatria alla diabetologia degli adulti può funzionare quando non è un semplice cambio di ambulatorio, ma un processo organizzato, condiviso e accompagnato.
Il diabete non compie diciotto anni
Ci sono compleanni che cambiano poco. Si spengono le candeline, si riceve qualche messaggio, magari una bottiglia al posto della bibita. Per chi vive fin dall’infanzia con il diabete tipo 1, però, diventare adulto può significare anche qualcosa di molto concreto: lasciare la diabetologia pediatrica e passare a quella degli adulti.
Sulla carta sembra un trasloco amministrativo. Nella realtà può assomigliare molto di più al passaggio da una casa nella quale tutti conoscono il tuo nome a un edificio nuovo, con porte diverse, regole diverse e persone che ancora non conoscono la tua storia.
Proprio questo passaggio è al centro dello studio di Enrico Saudelli e colleghi, pubblicato il 24 agosto 2026 su Diabetology & Metabolic Syndrome. I ricercatori hanno analizzato l’esperienza del programma strutturato di transizione dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, Policlinico Sant’Orsola. (Springer)
Che cosa ha studiato il gruppo di Bologna
Lo studio è retrospettivo, longitudinale e osservazionale. Ha coinvolto 187 giovani con diabete tipo 1, 108 uomini e 79 donne, trasferiti dalla Pediatria alla struttura di Endocrinologia e Diabetologia dell’adulto del Sant’Orsola tra giugno 2017 e giugno 2025.
L’età media al momento della transizione era di 20 anni, con una deviazione standard di 2 anni. (Springer)
Il modello bolognese poggia su tre passaggi che, letti velocemente, sembrano quasi ovvi:
- una visita congiunta con il team pediatrico e quello della diabetologia dell’adulto;
- una cartella clinica elettronica condivisa, in modo che informazioni e storia della persona non debbano essere ricostruite da zero;
- un follow-up programmato ogni 4-6 mesi dopo il trasferimento. (Springer)
Ovvi, forse. Ma in medicina la distanza tra ciò che appare ovvio e ciò che viene davvero organizzato può essere lunga quanto un corridoio d’ospedale alle sette del mattino.
Solo il 10% perso al follow-up
Uno dei risultati più interessanti riguarda proprio il rischio di scomparire dai radar sanitari.
Dei 187 giovani osservati, 19, circa il 10%, sono risultati persi al follow-up. In sette casi, però, la ragione era il trasferimento in un’altra regione o all’estero per motivi personali. Non sono emerse differenze significative fra uomini e donne. (Springer)
È un dato importante perché il passaggio all’età adulta coincide spesso con una fase biografica tutt’altro che tranquilla. Università, primo lavoro, trasferimenti, relazioni, indipendenza economica, nuovi orari e nuove responsabilità arrivano tutte insieme.
E il diabete, poco educatamente, non si prende un anno sabbatico.
Le linee guida ISPAD sottolineano da tempo che la transizione non dovrebbe essere un trasferimento improvviso, ma un processo pianificato e organizzato. Una preparazione inadeguata può favorire interruzioni nell’assistenza, difficoltà nel follow-up e peggiori esiti clinici. (PMC)
Anche gli Standard of Care ADA 2026 raccomandano espressamente la collaborazione tra équipe pediatriche e dell’adulto, il supporto alla famiglia e una decisione condivisa sul momento più appropriato per il trasferimento. Non esiste, sottolinea l’ADA, un’età universale nella quale premere il pulsante “ora sei adulto”. (DOI)
HbA1c stabile dopo il passaggio
C’era poi una domanda decisiva: cambiando équipe, il controllo glicemico peggiora?
A dodici mesi erano disponibili dati per 141 partecipanti. L’HbA1c media è passata da 58,0 a 58,7 mmol/mol, una variazione statisticamente non significativa. La stabilità è stata osservata sia negli uomini sia nelle donne ed è rimasta evidente anche alla fine del follow-up disponibile nei 126 partecipanti per i quali erano presenti quei dati. (Springer)
Questa è probabilmente la fotografia più eloquente dello studio: il passaggio di consegne non ha prodotto quella brusca perdita di controllo che rappresenta uno dei timori legati alla transizione.
Va aggiunta però una precisazione.
Stabile non significa necessariamente ottimale.
Un’HbA1c di 58 mmol/mol corrisponde approssimativamente al 7,5%. Gli Standard ADA 2026 indicano per molti adulti non in gravidanza un obiettivo di HbA1c inferiore al 7%, cioè 53 mmol/mol, pur sottolineando che il target deve sempre essere personalizzato considerando rischio di ipoglicemia, condizioni cliniche e caratteristiche individuali. (DOI)
Il successo del modello Sant’Orsola, quindi, non consiste nell’avere magicamente migliorato la glicemia di tutti. Consiste nell’avere attraversato un periodo potenzialmente instabile senza perdere il terreno conquistato.
E non è poco.
Il dettaglio più umano: ragazze più preoccupate
Lo studio contiene anche un risultato che merita di non essere sepolto sotto HbA1c, valori P e tabelle.
Il 52% delle giovani donne, contro il 30% degli uomini, dichiarava di essere abbastanza o molto preoccupato per la transizione.
Inoltre, il 28% delle donne, contro l’11% degli uomini, riferiva di sentirsi poco o per nulla preparato al cambiamento.
Eppure, dopo il passaggio, il controllo glicemico risultava comparabile nei due sessi. (Springer)
Questo significa che un programma può funzionare bene dal punto di vista clinico e, nello stesso tempo, essere vissuto in maniera molto diversa dalle persone che lo attraversano.
La glicata non misura l’ansia. Il sensore non registra la paura di perdere il medico conosciuto da dieci anni. E nessun algoritmo calcola quanto possa pesare dover raccontare nuovamente la propria storia clinica a una persona appena incontrata.
La buona diabetologia deve ricordarselo.
Soddisfazione alta, ma la transizione resta un processo
Dopo circa dodici mesi è stato somministrato un questionario validato sulla soddisfazione. Il 61% dei partecipanti ha espresso un livello elevato di soddisfazione, mentre un altro 31% ha indicato una soddisfazione moderata. (Springer)
Sono numeri che suggeriscono una buona accoglienza nel nuovo ambiente assistenziale.
E qui si coglie forse la lezione più interessante del lavoro bolognese.
La transizione non coincide con il giorno dell’ultima visita pediatrica. È un ponte. E un ponte funziona solo se collega davvero entrambe le rive.
La cartella condivisa evita che la persona diventi il corriere della propria storia clinica. La visita congiunta permette al nuovo medico di avere un volto prima di avere un codice sulla prenotazione. Il follow-up programmato impedisce che il giovane debba essere lui, nel mezzo del turbine dei vent’anni, a ricordarsi che il sistema sanitario esiste ancora.
La continuità organizzativa può essere parte della terapia
L’insulina abbassa la glicemia. Un sistema AID regola l’erogazione insulinica. Un CGM racconta minuto dopo minuto ciò che sta accadendo.
Una buona organizzazione sanitaria non fa nulla di tutto questo.
Eppure può determinare se quella terapia continuerà a essere prescritta, discussa, aggiornata e monitorata.
È in questo senso che la continuità assistenziale può essere considerata parte della terapia.
Non perché sostituisca farmaci o tecnologia, ma perché permette loro di continuare a funzionare dentro la vita reale.
La medicina moderna ama, giustamente, l’innovazione. Sensori, algoritmi, intelligenza artificiale e sistemi automatizzati hanno cambiato il diabete. Ma ogni tanto uno studio ricorda una verità antica: prima delle macchine vengono le persone, e tra una persona e l’altra serve qualcuno che tenga aperta la porta.
Il modello Sant’Orsola è migliore degli altri?
Qui bisogna frenare l’entusiasmo scientificamente.
Lo studio è osservazionale, retrospettivo e condotto in un singolo centro. Non dispone di un gruppo di controllo formato, per esempio, da giovani sottoposti a un trasferimento tradizionale senza visita congiunta o follow-up strutturato. (Springer)
Non possiamo quindi concludere che il modello Sant’Orsola sia definitivamente superiore a qualsiasi altra strategia.
Possiamo dire qualcosa di più preciso e, scientificamente, più corretto: in questa coorte il programma strutturato è stato associato a una bassa perdita al follow-up, stabilità dell’HbA1c e buona soddisfazione dei partecipanti.
Per dimostrare causalità e superiorità servirebbero confronti controllati, studi multicentrici e analisi che considerino anche risultati come ricoveri, chetoacidosi, ipoglicemie severe, Time in Range, salute mentale, qualità di vita e costi assistenziali.
Livello di confidenza: medio.
Perché questo studio dovrebbe interessare anche fuori da Bologna
Perché il problema non è bolognese.
Ogni sistema sanitario che cura bambini e adolescenti affetti da una malattia cronica deve prima o poi rispondere alla stessa domanda: che cosa succede quando diventano adulti?
Una lettera di dimissione non basta.
Una cartella consegnata non basta.
Dire “prenota il prossimo controllo” non sempre basta.
Le linee guida internazionali vanno ormai nella stessa direzione: preparazione anticipata, comunicazione diretta tra professionisti, documentazione condivisa, valutazione della capacità del giovane di gestire autonomamente la malattia e continuità del follow-up. (DOI)
Il lavoro del Sant’Orsola porta a questa discussione qualcosa che spesso manca: dati raccolti nella vita reale italiana.
In sintesi
Passare dalla diabetologia pediatrica a quella degli adulti non dovrebbe assomigliare a essere accompagnati fino alla porta e sentirsi dire: “Da qui arrangiati”.
Lo studio pubblicato il 24 agosto 2026 dal gruppo del Sant’Orsola mostra che un modello relativamente semplice, visita congiunta, informazioni cliniche condivise e controlli già organizzati, può accompagnare questa fase mantenendo stabile il controllo glicemico e limitando la perdita al follow-up.
Restano domande aperte, soprattutto sul confronto con altri modelli e sulla diversa esperienza psicologica tra uomini e donne.
Ma la lezione è già abbastanza nitida.
Nel diabete tipo 1 la tecnologia conta, l’insulina conta, i numeri contano. Conta anche non lasciare nessuno solo nel corridoio che separa l’infanzia dall’età adulta.
Fonti
Studio originale: Saudelli E. et al., Experiences from a structured single-centre transition program for patients with Type 1 diabetes in Italy: a longitudinal sex-stratified analysis, Diabetology & Metabolic Syndrome, pubblicato il 24 agosto 2026, DOI 10.1186/s13098-026-02272-3. (Springer)
Leggi lo studio completo open access
American Diabetes Association, Standards of Care in Diabetes 2026, Children and Adolescents. (DOI)
Consulta gli Standard ADA 2026 sulla transizione
ISPAD Clinical Practice Consensus Guidelines, Diabetes in adolescence, indicazioni sulla transizione dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto. (PMC)
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