Estratto: Dieci runner amatoriali con diabete tipo 1 hanno completato la Maratona di Pozna? senza prestazioni inferiori ai controlli. Due ipoglicemie sono comparse nello stesso atleta e i sensori hanno sovrastimato la glicemia capillare. Un risultato incoraggiante, non una ricetta da copiare.
Quarantadue chilometri e 195 metri sono già una conversazione piuttosto franca tra gambe, cuore e volontà. Con il diabete tipo 1 si aggiungono altri interlocutori: insulina attiva, carboidrati, frecce del sensore, idratazione e il timore che la glicemia decida di correre una gara tutta sua.
Un piccolo studio polacco, anticipato dall’Associazione europea per lo studio del diabete e destinato alla presentazione al congresso EASD di Milano dal 28 settembre al 2 ottobre 2026, mostra che dieci runner amatoriali con diabete tipo 1 hanno completato la Maratona di Pozna? 2025. I tempi non differivano significativamente da quelli di dieci corridori senza diabete.
Il risultato è incoraggiante, ma il titolo “correre una maratona può essere sicuro” richiede qualche chilometro di prudenza. I partecipanti erano pochissimi, allenati, con buon controllo glicemico e assistiti da un protocollo specifico. Inoltre, nello stesso atleta si sono verificati due episodi di ipoglicemia e il CGM ha mostrato un’accuratezza sorprendentemente ridotta durante la gara.
Lo studio: venti runner, dieci con diabete tipo 1
La ricerca osservazionale ha coinvolto 20 corridori amatoriali, dieci con diabete tipo 1 da almeno un anno e dieci controlli senza diabete. Ogni gruppo comprendeva otto uomini e due donne. L’età media era rispettivamente di 35,4 e 39,7 anni.
Nel gruppo con diabete, la durata mediana della malattia era di 16,5 anni e l’HbA1c media del 6,4%, un valore che suggerisce una gestione complessivamente molto buona. Cinque partecipanti usavano iniezioni multiple giornaliere, tre un microinfusore tradizionale e due un sistema automatizzato di somministrazione dell’insulina.
Il protocollo indicava prima della partenza un intervallo glicemico di 140-200 mg/dL. La basale veniva ridotta del 25% per chi utilizzava iniezioni multiple e del 50% con microinfusore non ibrido; nei sistemi ibridi era impostato un target di 150 mg/dL.
Questi numeri descrivono la procedura adottata nello studio. Non sono dosi o istruzioni trasferibili automaticamente ad altri atleti. La risposta all’endurance dipende da allenamento, tipo di insulina, pasto precedente, insulina attiva, intensità della corsa, temperatura, stress, precedenti ipoglicemie e numerosi altri fattori.
Tempi simili, ma non possiamo parlare di equivalenza
I corridori con diabete hanno concluso la maratona in una media di 228 minuti, cioè 3 ore e 48 minuti. Il gruppo di controllo ha impiegato 248 minuti, 4 ore e 8 minuti. La differenza non era statisticamente significativa.
Questo non dimostra che le prestazioni fossero equivalenti. Uno studio con dieci persone per gruppo ha una capacità molto limitata di individuare differenze reali e non risulta progettato come studio di non inferiorità. Possiamo affermare che tutti gli atleti con diabete hanno tagliato il traguardo e che, in questo piccolo campione, non è emerso uno svantaggio prestazionale statisticamente dimostrabile. È già un messaggio positivo, senza bisogno di gonfiarlo come un palloncino alla partenza.
Glicemia in discesa lungo i 42 chilometri
La glicemia capillare mediana dei partecipanti con diabete era pari a 183,5 mg/dL alla partenza. È scesa a 119,5 al decimo chilometro, è risalita a 142,5 al chilometro 19, poi è diminuita a 121,5 al trentesimo e a 108,5 mg/dL al traguardo.
Durante la gara gli atleti hanno assunto mediamente 53,5 grammi di carboidrati ogni ora, equivalenti complessivamente a 2,61 grammi per chilogrammo di peso corporeo. Anche questo valore non va trasformato in una prescrizione universale: tolleranza gastrointestinale, ritmo, peso, strategia insulinica e abitudine ad alimentarsi durante la corsa cambiano da persona a persona.
Due episodi di ipoglicemia sono comparsi nello stesso partecipante, che è riuscito comunque a completare la maratona. Aveva iniziato con una glicemia inferiore a 140 mg/dL e assumeva circa 49,5 grammi di carboidrati l’ora. Da un solo caso non si può stabilire quale fattore abbia causato gli episodi. Il dato segnala però che “tutti hanno finito” e “nessuno ha corso rischi” non sono la stessa frase.
Il risultato più importante: il CGM sovrastimava la glicemia
Alla partenza, ai chilometri 10, 19 e 30 e all’arrivo, i ricercatori hanno confrontato il glucosio capillare misurato con glucometro con le letture dei sistemi CGM impiegati, uno a scansione intermittente e uno in tempo reale.
L’accuratezza è stata valutata attraverso la MARD, la differenza relativa assoluta media rispetto al valore di riferimento. Durante la maratona la MARD è risultata di circa 43% per il sistema a scansione e 37% per quello in tempo reale. Sono discrepanze molto ampie. In media, i sensori sovrastimavano la glicemia capillare rispettivamente di 32,2 e 50,4 mg/dL.
In termini pratici, un atleta poteva vedere sul sensore un valore apparentemente rassicurante mentre il glucosio capillare era sensibilmente più basso. Proprio durante una lunga gara, quando la glicemia può cambiare rapidamente, questa differenza merita attenzione.
Il CGM misura il glucosio nel liquido interstiziale e non direttamente nel sangue. Durante variazioni rapide può comparire un ritardo fisiologico; sforzo prolungato, perfusione cutanea, sudore, idratazione, temperatura e pressione sul sensore potrebbero inoltre influire sulle letture. Il piccolo studio non consente di stabilire quanto abbia pesato ciascun fattore né di confrontare definitivamente marche o modelli.
Sensore e glucometro: alleati, non rivali
Il risultato non significa che il CGM sia inutile durante una maratona. Il sensore offre una sequenza continua, frecce di tendenza e allarmi difficilmente sostituibili con misurazioni capillari sporadiche. Suggerisce invece di non trattare ogni numero come una verità scolpita nella pietra.
Quando la lettura non coincide con i sintomi, cambia molto rapidamente o appare improbabile, una conferma con glucometro può essere opportuna secondo le istruzioni del dispositivo e il piano concordato con il team diabetologico. In una gara lunga è necessario anche prevedere dove tenere glucometro, strisce, pungidito, carboidrati rapidi e materiale di riserva, proteggendoli da sudore e pioggia.
Affidarsi soltanto alla sensazione corporea non basta: lo sforzo può confondere tremore, debolezza, tachicardia e sudorazione con i sintomi dell’ipoglicemia. Al contrario, affidarsi ciecamente a una lettura sovrastimata può ritardare il trattamento.
Che cosa serve prima di pensare a una maratona
Una maratona non dovrebbe essere il primo esperimento di gestione del diabete durante la corsa. La strategia va costruita negli allenamenti lunghi, provando in condizioni controllate alimentazione, idratazione, riduzioni insuliniche, collocazione del sensore e risposta nelle ore successive.
Un piano personalizzato dovrebbe considerare:
- valori e frecce di tendenza prima della partenza;
- quantità di insulina attiva e tempistica dell’ultimo pasto;
- strategia per basale, boli o target temporaneo del sistema AID;
- carboidrati programmati e supplementi d’emergenza;
- rischio di ipoglicemia tardiva nelle ore successive;
- chetoni e comportamento da adottare in caso di iperglicemia inattesa;
- identificazione medica, contatti di emergenza e informazione agli accompagnatori;
- piano alternativo se sensore, microinfusore o set di infusione smettono di funzionare.
Non bisogna copiare le riduzioni del 25% o del 50% applicate nel protocollo. Una riduzione eccessiva dell’insulina può favorire iperglicemia e chetosi, mentre una riduzione insufficiente può aumentare il rischio di ipoglicemia. Gli aggiustamenti vanno sviluppati con il diabetologo e sperimentati gradualmente in allenamento, mai improvvisati il giorno della gara.
Non tutti partono dalla stessa linea
I dieci partecipanti con diabete erano relativamente giovani, allenati, con lunga esperienza della malattia e HbA1c media favorevole. I risultati non possono essere estesi automaticamente a persone sedentarie, con ipoglicemie severe recenti, ridotta consapevolezza, complicanze cardiovascolari, renali, neurologiche o oculari.
Prima di iniziare un programma di endurance può essere necessaria una valutazione clinica, in alcuni casi anche cardiologica. Ciò non significa trasformare il diabete in un cartello di divieto, ma conoscere il terreno prima di affrontare la distanza.
Lo studio non riporta nel comunicato informazioni complete su allenamento settimanale, VO?max, temperatura della gara, idratazione, insulina attiva, complicanze o criteri precisi degli episodi ipoglicemici. Non risultano disponibili finanziamenti e conflitti d’interesse. Essendo un abstract congressuale, i dati devono essere considerati preliminari fino alla pubblicazione integrale e alla revisione paritaria.
Il vero traguardo è una strategia che funziona anche quando la tecnologia sbaglia
Il messaggio più utile non è che il diabete tipo 1 renda la maratona priva di rischi. È che la distanza può essere affrontata con preparazione, esperienza, una strategia insulinica individuale e un sistema di controllo che preveda anche l’imprevisto.
In questa piccola prova tutti i runner hanno concluso la gara e non è emerso un divario prestazionale dimostrabile rispetto ai controlli. Ma due ipoglicemie nello stesso atleta e una MARD superiore al 35% ricordano che la tecnologia non elimina la fisiologia. Il CGM è una bussola preziosa; durante uno sforzo estremo, tuttavia, persino una buona bussola può richiedere una seconda lettura del paesaggio.
In sintesi
Dieci runner amatoriali con diabete tipo 1 hanno completato la Maratona di Pozna? 2025, con tempi non significativamente diversi da dieci controlli. Due episodi di ipoglicemia si sono verificati nello stesso atleta. I partecipanti assumevano mediamente 53,5 grammi di carboidrati l’ora. Durante la gara i CGM hanno sovrastimato il glucosio capillare e mostrato MARD del 37-43%. Il risultato sostiene la fattibilità della maratona in atleti preparati, non dimostra sicurezza universale né prestazioni equivalenti. Gestione di insulina, carboidrati e controlli deve essere personalizzata e provata durante l’allenamento.
Fonti
- European Association for the Study of Diabetes, Running marathons with type 1 diabetes can be safe, small study shows, comunicato del 18 settembre 2026.
- European Association for the Study of Diabetes, 62nd EASD Annual Meeting 2026, Milano, 28 settembre-2 ottobre 2026.
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