Farmaci innovativi, intelligenza artificiale, pancreas artificiale e terapie cellulari per il diabete di tipo 1: dal 28 settembre al 2 ottobre Milano ospita il 62° congresso europeo di diabetologia. Ma la sfida decisiva sarà rendere accessibili a tutti i progressi della ricerca.
Un congresso, molte promesse e una domanda che riguarda milioni di persone: la medicina del futuro saprà prendersi cura dell’intera persona, anziché limitarsi a correggere i valori della glicemia?
Milano capitale mondiale della ricerca sul diabete
Dal 28 settembre al 2 ottobre 2026, Milano ospiterà la 62ª edizione del congresso annuale della European Association for the Study of Diabetes (EASD), uno degli appuntamenti scientifici internazionali più importanti dedicati alla diabetologia.
La sede sarà l’Allianz MiCo, dove ricercatori, clinici e professionisti sanitari si confronteranno sulle prospettive terapeutiche di una condizione che interessa milioni di persone.
Il congresso, presieduto dal professor Francesco Giorgino, si annuncia particolarmente ricco di novità: nuovi farmaci per diabete e obesità, applicazioni dell’intelligenza artificiale, monitoraggio continuo del glucosio e dei chetoni, medicina personalizzata e terapie cellulari potenzialmente capaci di restituire alle persone con diabete di tipo 1 la produzione endogena di insulina.
Ma c’è un aspetto che merita di essere evidenziato prima ancora di entrare nel merito delle singole ricerche.
Il diabete non è una glicemia da correggere. È una condizione complessa che accompagna una persona nella sua interezza.
Ed è proprio questo il messaggio che emerge dalle anticipazioni della Società Italiana di Diabetologia (SID).
Dalla glicemia alla protezione del cuore, dei reni e della qualità della vita
Secondo la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della SID, l’edizione 2026 dell’EASD rappresenta un passaggio importante verso un modello di cura meno concentrato sul singolo parametro metabolico e maggiormente attento alla protezione complessiva della persona.
Non significa che l’emoglobina glicata abbia perso importanza. Significa riconoscere che un buon valore di HbA1c, da solo, non racconta tutta la storia.
Una persona può presentare un controllo glicemico soddisfacente e convivere comunque con complicanze cardiovascolari, malattia renale cronica, problemi epatici o un pesante carico psicologico legato alla gestione quotidiana della malattia.
Il nuovo approccio deve quindi considerare contemporaneamente:
- Controllo glicemico e prevenzione delle ipoglicemie.
- Protezione cardiovascolare e renale.
- Gestione del peso e delle condizioni metaboliche associate.
- Qualità della vita e autonomia personale.
- Preferenze, fragilità e condizioni socioeconomiche della persona.
Il nuovo Consensus Report ADA/EASD 2026, atteso nella sua versione definitiva al congresso milanese, sarà uno dei momenti centrali di questa evoluzione. La bozza era stata presentata in occasione dell’ADA 2026 per la consultazione pubblica.
Tre parole riassumono l’impostazione illustrata dalla presidente SID: anticipare, personalizzare e democratizzare.
Anticipare significa intervenire prima che i danni diventino irreversibili. Personalizzare significa scegliere il trattamento sulla base delle caratteristiche individuali. Democratizzare significa impedire che il progresso scientifico diventi un privilegio riservato a pochi.
GLP-1, retatrutide e survodutide: oltre il controllo della glicemia
Un capitolo importante del congresso sarà dedicato ai farmaci che agiscono sui sistemi ormonali coinvolti nella regolazione della glicemia, dell’appetito e del metabolismo.
Le nuove molecole non puntano esclusivamente alla riduzione della glicemia, ma cercano di intervenire contemporaneamente su più meccanismi biologici.
Tra i protagonisti annunciati figurano:
Retatrutide, triplo agonista dei recettori GIP, GLP-1 e glucagone, oggetto del programma clinico TRIUMPH.
Survodutide, doppio agonista dei recettori GLP-1 e glucagone, studiato nel diabete di tipo 2, nell’obesità e nelle malattie metaboliche del fegato.
Farmaci basati sull’amilina, ormone che contribuisce alla regolazione della sazietà e della risposta metabolica dopo i pasti.
Il congresso ospiterà anche approfondimenti sul programma REIMAGINE e sulle prospettive delle combinazioni farmacologiche.
L’obiettivo è costruire terapie capaci di affrontare contemporaneamente diabete, obesità e complicanze cardiometaboliche.
Resta però indispensabile distinguere i risultati sperimentali dalla disponibilità effettiva dei trattamenti.
Uno studio di fase 3 può fornire evidenze importanti sull’efficacia e sulla sicurezza di una molecola, ma non equivale automaticamente all’autorizzazione commerciale né garantisce l’accesso attraverso il Servizio Sanitario Nazionale.
Intelligenza artificiale e pancreas artificiale: la tecnologia diventa predittiva
Un’altra area particolarmente interessante riguarda l’evoluzione dei sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina, conosciuti come AID o pancreas artificiale.
L’EASD 2026 dedicherà inoltre un workshop specifico all’intelligenza artificiale applicata alla diabetologia.
Il punto non sarà semplicemente sviluppare algoritmi più sofisticati, ma comprendere come integrarli nella pratica clinica, migliorandone affidabilità, sicurezza e utilità per le persone.
Le tecnologie più avanzate cercano di riconoscere gli schemi glicemici, prevedere le variazioni del glucosio e adattare la somministrazione dell’insulina.
Un ulteriore campo di ricerca è rappresentato dall’integrazione tra monitoraggio continuo del glucosio (CGM) e monitoraggio continuo dei chetoni (CKM).
Dal sensore glicemico al monitoraggio multisensore
CGM: misura il glucosio interstiziale e consente di osservare andamento, variabilità e tendenze glicemiche.
AID: integra sensore, algoritmo e microinfusore per adattare automaticamente la somministrazione dell’insulina.
CKM: tecnologia emergente per il monitoraggio continuo dei chetoni, potenzialmente utile nell’identificazione precoce di situazioni a rischio di chetoacidosi.
Intelligenza artificiale: può contribuire all’analisi dei dati e allo sviluppo di sistemi predittivi, purché adeguatamente validati.
Nel diabete di tipo 1 la prospettiva è particolarmente interessante: passare da dispositivi che reagiscono a una variazione glicemica a sistemi che riconoscono anticipatamente situazioni potenzialmente pericolose.
L’obiettivo è ridurre ipoglicemie, iperglicemie e carico decisionale quotidiano.
Tuttavia, l’effettiva capacità dei nuovi dispositivi di prevenire la chetoacidosi richiederà dati clinici solidi e non può essere considerata acquisita sulla sola base del loro potenziale tecnologico.
Come ricorda Buzzetti, l’intelligenza artificiale deve sostenere la relazione di cura, non sostituire il medico.
E aggiungerei: neppure trasformare la persona con diabete in un passeggero della propria malattia.
Diabete di tipo 2: la metformina potrebbe perdere il primato?
Tra gli studi attesi figura anche SMARTEST, trial dedicato a una questione clinica di particolare interesse: è possibile utilizzare gli inibitori SGLT2 al posto della metformina come trattamento iniziale nel diabete di tipo 2?
La domanda è rilevante perché gli SGLT2-inibitori hanno dimostrato benefici cardiovascolari e renali in specifiche popolazioni cliniche.
La ricerca potrebbe contribuire a ridefinire le strategie iniziali di trattamento, privilegiando precocemente la protezione degli organi nei pazienti che possono trarne beneficio.
Sarà però necessario attendere i risultati completi prima di trarre conclusioni sull’eventuale modifica delle raccomandazioni terapeutiche.
Diabete di tipo 1: le cellule staminali avvicinano la possibilità di una cura?
È probabilmente la sezione del congresso destinata a suscitare le aspettative più intense tra le persone con diabete di tipo 1.
La ricerca sulla terapia cellulare sta esplorando la possibilità di sostituire le cellule beta pancreatiche distrutte dal processo autoimmune con nuove cellule capaci di produrre insulina.
Tre esperienze cliniche preliminari saranno particolarmente interessanti.
La sperimentazione cinese con cellule autologhe
Il programma CiPSC utilizza cellule pluripotenti indotte ottenute dallo stesso paziente, successivamente differenziate in cellule pancreatiche produttrici di insulina.
L’obiettivo è ripristinare la secrezione insulinica mediante trapianto cellulare.
La sperimentazione giapponese
Il programma iPIC impiega cellule pancreatiche derivate da cellule pluripotenti indotte, con un prodotto allogenico, cioè proveniente da una fonte cellulare diversa dal ricevente, impiantato chirurgicamente.
La sperimentazione svedese
Il programma UP421 affronta uno degli ostacoli più importanti nella ricerca di una cura per il diabete di tipo 1: il rigetto immunitario.
Le cellule insulari provenienti da un donatore vengono modificate per ridurre il riconoscimento da parte del sistema immunitario e trapiantate nel muscolo dell’avambraccio senza immunosoppressione.
È una strategia particolarmente interessante perché le terapie cellulari tradizionali possono richiedere farmaci immunosoppressori, associati a rischi e limitazioni importanti.
Attenzione, però: queste esperienze non dimostrano ancora che esista una cura definitiva, sicura e universalmente disponibile per il diabete di tipo 1.
Le questioni aperte riguardano la durata della funzione cellulare, la sicurezza nel lungo periodo, il rischio di recidiva autoimmune, la necessità di immunosoppressione e la possibilità di produrre cellule terapeutiche su scala industriale.
I risultati ottenuti in pochi pazienti, anche quando particolarmente incoraggianti, devono essere confermati con studi più ampi e osservazioni prolungate.
La professoressa Buzzetti invita infatti a comunicare questi progressi con prudenza, distinguendo le possibilità aperte dalla ricerca dalle terapie già disponibili.
Screening del diabete tipo 1: anticipare la diagnosi per prevenire la chetoacidosi
La ricerca di una cura procede parallelamente allo sviluppo di programmi di screening capaci di identificare precocemente il rischio di diabete di tipo 1.
La ricerca degli autoanticorpi associati alla malattia permette di individuare persone nelle quali il processo autoimmune è già iniziato, anche prima della comparsa dei sintomi clinici.
L’identificazione precoce può favorire il monitoraggio e ridurre il rischio che l’esordio avvenga attraverso una chetoacidosi diabetica.
In prospettiva, l’integrazione tra screening, immunoterapia e medicina rigenerativa potrebbe consentire strategie sempre più personalizzate, dalla prevenzione delle complicanze dell’esordio fino alla preservazione o al ripristino della funzione delle cellule beta.
Sono obiettivi differenti, che richiedono interventi e livelli di evidenza differenti.
La vera sfida dell’EASD 2026: chi potrà permettersi l’innovazione?
C’è una questione che attraversa tutti questi argomenti e rischia di ricevere meno attenzione rispetto alle nuove molecole o agli algoritmi intelligenti.
È quella dell’accessibilità.
Un pancreas artificiale straordinariamente efficiente non migliora la vita della persona che non può ottenerlo.
Un farmaco capace di proteggere cuore e reni non produce benefici nella popolazione se il suo costo ne impedisce una diffusione appropriata.
Una terapia cellulare rivoluzionaria rischia di rimanere una conquista scientifica incompleta se soltanto pochissime persone possono beneficiarne.
Il problema riguarda disponibilità economica, organizzazione sanitaria, disuguaglianze territoriali, formazione dei professionisti e capacità dei sistemi pubblici di aggiornare tempestivamente i percorsi assistenziali.
La salute non dipende soltanto dall’innovazione terapeutica, ma anche dalla possibilità concreta di riceverla.
Come sottolinea la presidente SID, il progresso deve essere sostenibile e accessibile, senza generare nuove disuguaglianze.
E questa, forse, è la prospettiva attraverso cui leggere l’intero congresso di Milano.
Non soltanto chiedersi che cosa sarà tecnicamente possibile fare, ma anche quando, per chi e a quali condizioni.
In sintesi
EASD Milano 2026: cinque punti da ricordare
1. Cambia il modello di cura.
Non soltanto glicemia, ma protezione cardiovascolare, renale, metabolica e qualità della vita.
2. Arrivano nuove prospettive farmacologiche.
GLP-1, GIP, amilina e multi-agonisti aprono nuove possibilità nel trattamento del diabete e dell’obesità.
3. Il pancreas artificiale diventa sempre più intelligente.
IA, CGM, sistemi AID e monitoraggio dei chetoni potrebbero contribuire a una gestione più predittiva e personalizzata.
4. La terapia cellulare alimenta nuove speranze per il diabete tipo 1.
I progressi sono scientificamente importanti, ma molte strategie rimangono sperimentali.
5. Il progresso deve raggiungere le persone.
Accessibilità, sostenibilità ed equità saranno decisive per trasformare la ricerca in salute reale.
Il futuro del diabete non si misurerà soltanto in milligrammi per decilitro o in punti percentuali di emoglobina glicata.
Si misurerà nella possibilità di vivere più a lungo, con meno complicanze, maggiore autonomia e minore peso quotidiano della malattia.
E magari, un giorno, nella possibilità di non dover più pensare continuamente al diabete.
Fonti
Fonte principale dell’articolo: anticipazioni della Società Italiana di Diabetologia (SID) sul congresso EASD 2026, con dichiarazioni della professoressa Raffaella Buzzetti e del professor Bonadonna, contenute nel materiale stampa fornito alla redazione.
Fonti integrative:
- European Association for the Study of Diabetes, EASD 2026, informazioni e programma ufficiale .
- Novo Nordisk Science Hub, 62nd Annual Meeting EASD 2026, programma e approfondimenti scientifici .
- Kaplan LM et al., Survodutide in adults with obesity and metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease: SYNCHRONIZE-MASLD , Nature Medicine, 7 giugno 2026.
Nota editoriale: articolo di anticipazione aggiornato al 25 settembre 2026. Gli studi annunciati per il congresso sono presentati come risultati attesi, non come evidenze definitive già acquisite. Le dichiarazioni dei ricercatori riportate nel materiale stampa sono distinte dai risultati di studi scientifici pubblicati e sottoposti a revisione tra pari.
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