Estratto: Dieci persone con diabete tipo 1 su dodici non utilizzavano più insulina un anno dopo una singola infusione di zimislecel. È una delle prove cliniche più convincenti che cellule pancreatiche ottenute da staminali possano sostituire funzionalmente le beta-cellule perdute. Ma l’EASD 2026 mostra anche dove si trova ormai il vero ostacolo: riuscire a farle sopravvivere senza immunosoppressione cronica.
Dieci su dodici senza insulina: un numero piccolo, un risultato enorme
Nel diabete tipo 1 siamo abituati a misurare i progressi in decimi di HbA1c, punti percentuali di Time in Range, minuti trascorsi in ipoglicemia. Con zimislecel, precedentemente conosciuto come VX-880, la misura del risultato diventa improvvisamente molto più radicale.
Tra 12 persone con diabete tipo 1 che avevano ricevuto una dose completa della terapia ed erano state seguite per almeno un anno, 10, pari all’83%, non assumevano più insulina esogena al giorno 365.
Tutti e 12 avevano inoltre raggiunto una HbA1c inferiore al 7%, trascorrevano oltre il 70% del tempo nell’intervallo glicemico 70-180 mg/dL ed erano rimasti liberi da episodi di ipoglicemia grave dal giorno 90 in poi. La produzione di C-peptide, assente prima del trattamento, dimostrava inoltre che le cellule trapiantate si erano attecchite e stavano producendo insulina in risposta al glucosio.
Bisogna però precisare un dettaglio importante. Questi risultati non sono stati scoperti all’EASD 2026 di Milano: erano stati presentati all’American Diabetes Association e pubblicati sul New England Journal of Medicine il 20 giugno 2025. La loro importanza oggi deriva soprattutto dal fatto che il congresso europeo del 2026 li colloca dentro un panorama della terapia cellulare che nel frattempo è avanzato rapidamente.
Che cos’è zimislecel
Zimislecel è costituito da isole pancreatiche completamente differenziate ottenute da cellule staminali pluripotenti.
Non si tratta quindi di stimolare le poche beta-cellule eventualmente rimaste nel pancreas, né di somministrare un’insulina più intelligente. L’approccio è concettualmente diverso: sostituire le cellule che il processo autoimmune ha distrutto.
Nel trial FORWARD i partecipanti trattati con la dose completa hanno ricevuto circa 0,8 miliardi di cellule, infuse nella vena porta epatica. Tutti hanno contemporaneamente ricevuto una terapia immunosoppressiva priva di glucocorticoidi.
Ed è proprio qui che si trova il confine fra un risultato straordinario e una terapia utilizzabile domani mattina da milioni di persone con diabete tipo 1.
Il problema dei donatori potrebbe essere vicino a una soluzione
Il trapianto di isole pancreatiche non nasce oggi. Da decenni sappiamo che cellule pancreatiche funzionanti provenienti da donatori possono, almeno in alcuni pazienti, ristabilire una secrezione insulinica sufficiente persino a ottenere l’indipendenza dall’insulina.
Il problema è sempre stato duplice.
Da una parte servono pancreas provenienti da donatori, una risorsa inevitabilmente limitata. Dall’altra, essendo cellule estranee all’organismo, occorre impedire che il sistema immunitario le distrugga.
Zimislecel potrebbe cambiare radicalmente il primo termine dell’equazione. Se cellule staminali possono essere differenziate industrialmente in isole pancreatiche funzionanti, la disponibilità della materia prima biologica smette almeno teoricamente di dipendere dal numero dei donatori.
È probabilmente questo il significato scientifico più profondo dei risultati FORWARD.
Non soltanto dieci persone hanno smesso di assumere insulina. È stata dimostrata nell’essere umano la possibilità di produrre una fonte scalabile di cellule capaci di comportarsi come isole pancreatiche funzionanti.
Ma rimane l’immunosoppressione
Ed ecco il macigno.
Il sistema immunitario che ha contribuito alla distruzione delle beta-cellule originarie non scompare quando arrivano le nuove cellule. A questo si aggiunge il problema del rigetto di cellule provenienti da una fonte geneticamente diversa dal ricevente.
Per questo i partecipanti allo studio devono assumere farmaci immunosoppressori.
Non è un dettaglio.
Nello studio pubblicato sul NEJM, la neutropenia è stata l’evento avverso grave più frequente, osservato in tre partecipanti. Nel complesso dei 14 pazienti valutati a un anno si sono verificati anche due decessi, uno per meningite criptococcica e uno durante la progressione di una grave compromissione neurocognitiva preesistente. Gli autori e Vertex non hanno identificato eventi avversi gravi attribuiti direttamente alle cellule zimislecel, ma i rischi legati al trapianto e soprattutto all’immunosoppressione rimangono parte essenziale del bilancio terapeutico.
È anche per questo che FORWARD non sta studiando indiscriminatamente la terapia nelle persone con diabete tipo 1 ben controllato.
I partecipanti presentano ridotta consapevolezza dell’ipoglicemia e precedenti episodi ipoglicemici gravi, una popolazione nella quale il rischio della malattia può giustificare l’esposizione ai rischi dell’immunosoppressione.
Il risultato è forte, ma il campione resta minuscolo
Qui occorre evitare due errori opposti.
Il primo sarebbe liquidare il risultato dicendo: “sono soltanto dodici persone”.
Sì, sono dodici. Ma dieci indipendenze dall’insulina accompagnate dal ripristino della secrezione di C-peptide e da un netto miglioramento del controllo glicemico costituiscono un segnale biologicamente e clinicamente molto consistente.
Il secondo errore sarebbe scrivere che il diabete tipo 1 è stato curato.
Lo studio pubblicato era una fase 1-2, con appena 14 partecipanti valutabili, dei quali 12 trattati con la dose completa. Inoltre le analisi riportate erano interim e non prespecificate. Il follow-up pubblicato rimane relativamente breve per una terapia che dovrebbe possibilmente funzionare per anni o decenni. Lo studio è stato finanziato da Vertex Pharmaceuticals, sviluppatore della terapia.
Zimislecel resta inoltre una terapia sperimentale. Nel secondo trimestre 2026 Vertex riferiva che lo studio di fase 1/2/3 continuava con arruolamento e somministrazione ai pazienti, dopo che una precedente analisi interna sulla produzione era stata completata e il dosaggio ripreso.
Livello di affidabilità del risultato: medio-alto. Il segnale clinico è molto forte e coerente, ma numerosità, durata del follow-up e selezione estrema dei partecipanti impediscono ancora generalizzazioni.
EASD 2026: la domanda è già cambiata
Ed è qui che Milano 2026 diventa particolarmente interessante.
La domanda scientifica di qualche anno fa poteva essere formulata così:
possiamo trasformare cellule staminali in cellule pancreatiche sufficientemente mature da controllare la glicemia di una persona?
Zimislecel suggerisce con crescente convinzione che la risposta sia sì.
Adesso la domanda successiva è più difficile:
possiamo evitare che il sistema immunitario distrugga quelle cellule senza immunosopprimere per anni l’intera persona?
Proprio il 2 ottobre, all’EASD, sono stati discussi approcci che cercano di risolvere questo problema.
Un primo studio nell’uomo ha utilizzato isole pancreatiche da donatore geneticamente modificate per diventare ipoimmuni, trapiantandole senza immunosoppressione sistemica. Nel singolo paziente finora descritto, le cellule hanno continuato a produrre C-peptide fino a 14 mesi senza evidenza di una risposta immunitaria contro l’innesto. Si tratta ancora di un proof of concept su una sola persona, non di una dimostrazione di efficacia clinica generalizzabile. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine nel luglio 2026 e presentati nel simposio EASD dedicato alle isole derivate da cellule staminali.
Nella stessa giornata Century Therapeutics ha presentato dati preclinici, quindi ancora non ottenuti nell’uomo, su CNTY-813, isole derivate da cellule staminali pluripotenti indotte, iPSC, progettate per eludere il riconoscimento immunitario. L’azienda prevede di presentare la richiesta per avviare gli studi clinici entro la fine del 2026.
Cellule ipoimmuni, editing genetico, protezione immunologica e sistemi di incapsulamento stanno dunque cercando di costruire il pezzo mancante del puzzle.
Forse la vera svolta non è smettere l’insulina
Per chi vive con il diabete tipo 1, leggere “10 persone su 12 senza insulina” provoca inevitabilmente qualcosa.
Speranza, prudenza, forse anche quella forma di scetticismo maturata dopo decenni di annunci secondo cui la cura sarebbe stata sempre a cinque anni di distanza.
Ma il risultato più interessante potrebbe essere persino un altro.
Per decenni il problema è stato riuscire a ottenere abbastanza cellule beta funzionanti.
Ora abbiamo una prova clinica molto più convincente che queste cellule possono essere prodotte, trapiantate e possono assumere una parte sostanziale del lavoro endocrino perduto.
Il collo di bottiglia si è spostato.
Non è più soltanto come creare una beta-cellula.
È come permetterle di vivere in un organismo con diabete tipo 1 senza dover spegnere contemporaneamente le difese immunitarie della persona.
Quando questa seconda domanda avrà una risposta altrettanto convincente di quella fornita da zimislecel alla prima, allora la parola “cura” potrà forse uscire dai titoli sensazionalistici e cominciare a entrare seriamente nella medicina clinica.
In sintesi
Zimislecel rappresenta una delle prove cliniche più importanti ottenute finora nella terapia cellulare del diabete tipo 1: 10 dei 12 partecipanti trattati con la dose completa erano indipendenti dall’insulina dopo un anno, tutti avevano HbA1c inferiore al 7%, Time in Range superiore al 70% e nessuna ipoglicemia grave dopo il giorno 90.
Il risultato riguarda però pochissime persone ad altissimo rischio ed è stato ottenuto utilizzando immunosoppressione cronica.
L’EASD 2026 suggerisce quindi che il prossimo grande capitolo della ricerca non sarà semplicemente produrre altre cellule beta. Sarà renderle capaci di convivere con il sistema immunitario.
E quella potrebbe essere la differenza tra una terapia straordinaria per pochi e una futura terapia sostitutiva realmente applicabile a molte persone con diabete tipo 1.
Fonti: New England Journal of Medicine, studio FORWARD su zimislecel Studio originale NEJM; PubMed Scheda PubMed; aggiornamento Vertex sul programma clinico Vertex, risultati Q2 2026; New England Journal of Medicine, isole ipoimmuni senza immunosoppressione Studio NEJM 2026.
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