Estratto: Alexander Zverev conquista gli US Open 2026 e dedica il successo alla madre che, dopo la diagnosi di diabete tipo 1 ricevuta dal figlio a quattro anni, rifiutò l’idea di una vita limitata. La sua storia dialoga idealmente con il Ddl 287, che punta a integrare l’esercizio fisico strutturato nei percorsi del Servizio sanitario nazionale.
Da Zverev al Ddl 287: quando lo sport diventa terapia per il diabete
Ci vuole una madre molto forte per ascoltare una prognosi piena di limiti e decidere di non trasformarla nel destino di suo figlio.
Alexander “Sascha” Zverev aveva quattro anni quando ricevette la diagnosi di diabete tipo 1. Secondo il racconto fatto dal tennista dopo il trionfo agli US Open 2026, alla famiglia venne prospettata una vita nella quale lo sport avrebbe dovuto occupare uno spazio molto ristretto. Sua madre Irina rispose con un principio semplice e rivoluzionario: suo figlio sarebbe diventato ciò che desiderava essere. Se avesse voluto giocare a tennis, avrebbe giocato a tennis.
Quella promessa familiare ha attraversato anni di allenamenti, iniezioni, controlli glicemici, sconfitte e finali perdute. Il 13 settembre 2026 Zverev ha sconfitto Ben Shelton in quattro set, 6-3, 7-6, 5-7, 6-2, conquistando il suo primo US Open e il secondo titolo del Grande Slam della stagione, dopo il successo al Roland Garros. Una vittoria verificata dalle cronache internazionali e dai canali ufficiali dei tornei, non soltanto una bella cornice narrativa. (Reuters, Roland-Garros)
La diagnosi non è una sentenza
La storia di Zverev ha un valore simbolico potente, ma deve essere interpretata con attenzione. Non dimostra che chiunque abbia il diabete tipo 1 possa diventare un campione professionista, così come la vittoria di un maratoneta non dimostra che tutti possano correre per quarantadue chilometri.
Dimostra però qualcosa di altrettanto importante: la diagnosi, da sola, non stabilisce quali traguardi siano accessibili a una persona.
«Il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque», commenta la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
Secondo Buzzetti, le parole pronunciate dalla madre di Zverev meriterebbero di essere riportate nelle sale d’attesa dei centri di diabetologia pediatrica, affinché la paura iniziale non diventi la misura della vita futura del bambino.
È un messaggio che riguarda anche il modo in cui la diagnosi viene comunicata. Dire a una famiglia che il diabete richiederà attenzione, competenze e organizzazione è corretto. Presentare preventivamente la vita del bambino come inevitabilmente limitata rischia invece di produrre quella che potremmo chiamare una disabilità per aspettativa: si rinuncia prima ancora di aver provato.
Tecnologia e competenze cambiano il campo di gioco
Dal momento della diagnosi di Zverev, avvenuta negli anni Novanta, la gestione del diabete tipo 1 è profondamente cambiata. Monitoraggio continuo del glucosio, microinfusori, sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina e algoritmi predittivi permettono oggi di conoscere e gestire meglio la risposta glicemica all’attività fisica.
La tecnologia, tuttavia, non elimina ogni difficoltà. L’esercizio può far scendere, salire oppure mantenere stabile la glicemia, a seconda dell’intensità, della durata, del tipo di attività, dell’insulina attiva, dell’alimentazione e della risposta individuale.
Un’attività aerobica prolungata, per esempio, tende più frequentemente a ridurre la glicemia. Gli esercizi molto intensi, gli sprint o le competizioni possono provocarne un aumento temporaneo attraverso la liberazione di adrenalina e altri ormoni controregolatori. Il rischio di ipoglicemia può inoltre persistere diverse ore dopo la conclusione dell’allenamento, anche durante la notte.
Per questo lo sport con diabete tipo 1 non dovrebbe essere affrontato attraverso formule universali. Servono educazione terapeutica, osservazione dei propri dati, disponibilità di carboidrati ad assorbimento rapido, controllo dei chetoni quando indicato e un piano concordato con il team diabetologico. Le raccomandazioni internazionali sottolineano proprio la necessità di personalizzare insulina, alimentazione e monitoraggio in base all’attività praticata. (American Diabetes Association, consensus sull’esercizio nel diabete tipo 1)
La differenza, insomma, non la fa soltanto il sensore applicato al braccio. La fanno le conoscenze necessarie per interpretarne le frecce.
Cosa dice davvero la scienza
L’attività fisica regolare è associata, anche nelle persone con diabete tipo 1, a una migliore capacità cardiorespiratoria, maggiore forza muscolare, migliore sensibilità all’insulina e benefici sul benessere psicologico. Può contribuire al controllo del peso, della pressione arteriosa e del profilo lipidico, riducendo alcuni importanti fattori di rischio cardiovascolare.
L’effetto sull’emoglobina glicata, invece, non è sempre uniforme. Dipende dal programma seguito e da come vengono adattate insulina e alimentazione. Non è quindi corretto affermare che qualsiasi esercizio “abbassi la glicemia” in modo prevedibile o che protegga automaticamente cuore e reni.
Le evidenze sostengono con buona affidabilità i benefici complessivi dell’attività fisica. Sono meno solide quando si cerca di quantificare un effetto specifico sulle complicanze renali nelle persone con diabete tipo 1. Il movimento deve essere considerato una componente della cura, non un sostituto dell’insulina o degli altri trattamenti prescritti. (Position statement ADA)
In presenza di retinopatia proliferante, neuropatia autonomica, malattia renale avanzata, problemi cardiovascolari o lesioni del piede diabetico, il programma va inoltre adattato dopo una valutazione clinica. Prescrivere esercizio significa anche sapere quando, come e con quale intensità farlo.
Il Ddl 287: dalla raccomandazione alla prescrizione
La vicenda sportiva di Zverev si incrocia idealmente con un tema oggi all’esame della politica italiana. Il disegno di legge 287, presentato dalla senatrice Daniela Sbrollini, propone di riconoscere l’esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Il provvedimento è stato esaminato insieme al Ddl 1231 e ha dato origine a un testo unificato. Al momento non è ancora legge: parlare di benefici già disponibili o di detrazioni fiscali operative sarebbe dunque prematuro. L’iter parlamentare è tuttora in corso. (Senato della Repubblica)
L’obiettivo è superare il generico consiglio «faccia un po’ di movimento» e arrivare a programmi definiti, prescritti da professionisti qualificati, adattati alle condizioni cliniche e inseriti nei percorsi terapeutici e riabilitativi.
«Il Ddl 287 va nella direzione che la comunità diabetologica chiede da tempo: trattare l’attività fisica strutturata non come un consiglio generico, ma come una prescrizione vera e propria», afferma Buzzetti.
Il salto culturale è rilevante. Un farmaco viene scelto in base a indicazioni, dose, frequenza, controindicazioni e risultati attesi. Se l’esercizio vuole assumere una dignità terapeutica analoga, deve uscire dal territorio della buona volontà ed entrare in quello dell’appropriatezza clinica.
Una prescrizione deve essere anche accessibile
Qui emerge il punto che rischia di rimanere fuori dalla fotografia celebrativa. Prescrivere attività fisica serve a poco se la persona non può permettersi il centro specializzato, non dispone di strutture vicine oppure incontra barriere legate a età, disabilità, condizioni economiche e trasporti.
Una futura legge dovrebbe quindi definire non soltanto chi può prescrivere l’esercizio, ma anche chi lo somministra, dove viene svolto, come vengono verificati sicurezza e risultati e quanto resta a carico del cittadino.
Per una persona con diabete tipo 1 sarebbe inoltre necessario assicurare il raccordo tra diabetologo, medico di medicina generale o pediatra, specialista in medicina dello sport e professionista dell’esercizio. Senza questa rete, la ricetta rischierebbe di essere un elegante foglio di carta consegnato a un paziente lasciato solo.
Dal campione alle persone comuni
Zverev rappresenta un caso eccezionale. Proprio per questo, il messaggio più utile non è che tutti debbano inseguire una coppa del Grande Slam.
La vera vittoria sarebbe consentire a ogni bambino con diabete di partecipare alla lezione di educazione fisica senza essere escluso per paura; a ogni adolescente di scegliere lo sport che ama; a ogni adulto di ricevere indicazioni competenti; a ogni anziano di muoversi in sicurezza, compatibilmente con le proprie condizioni.
Lo sport non cancella il diabete e non rende invulnerabili. Può però restituire autonomia, fiducia e qualità della vita. A volte conduce sul campo centrale di New York. Molto più spesso porta a una passeggiata quotidiana, a una piscina di quartiere o a una bicicletta ritrovata dopo anni.
Non tutte queste vittorie finiscono sui giornali. Alcune, però, valgono quanto uno Slam.
In sintesi
- Alexander Zverev, con diabete tipo 1 dall’età di quattro anni, ha conquistato gli US Open 2026 e dedicato il successo alla madre Irina.
- L’attività fisica offre benefici cardiovascolari, metabolici, muscolari e psicologici, ma nel diabete tipo 1 richiede una gestione personalizzata.
- Il Ddl 287 punta a introdurre programmi di esercizio fisico strutturato nel Servizio sanitario nazionale.
- Il provvedimento è ancora in discussione e non produce, per ora, prescrizioni o agevolazioni già operative.
- La sfida decisiva sarà rendere l’esercizio prescritto realmente accessibile, sicuro e integrato nella cura.
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