Estratto: In uno studio pediatrico pubblicato su Diabetologia, 14 giorni di monitoraggio continuo del glucosio hanno rilevato alterazioni associate agli stadi precoci del diabete tipo 1 e a una progressione più rapida verso la malattia clinica. Il segnale più promettente è il tempo trascorso sopra 140 mg/dl, ma i risultati cambiano tra diversi modelli di sensore e devono ancora essere validati su popolazioni più ampie.

Il CGM potrebbe rivelare chi sta avanzando rapidamente verso il diabete tipo 1 clinico

Prima che il diabete tipo 1 diventi evidente, la glicemia non passa improvvisamente dalla normalità alla tempesta. Comincia piuttosto a perdere regolarità: qualche salita dopo i pasti, una maggiore variabilità, intervalli più brevi trascorsi nella fascia stretta dei valori normali.

Queste piccole increspature potrebbero essere intercettate da un sistema di monitoraggio continuo del glucosio, il CGM, molto prima che compaiano sete intensa, minzione frequente, dimagrimento e necessità di iniziare la terapia insulinica.

Uno studio condotto da Andreas Weiss, Elisabeth Huber e colleghi, pubblicato il 7 settembre 2026 su Diabetologia, ha valutato se il FreeStyle Libre Pro iQ, utilizzato in modalità cieca, possa distinguere gli stadi presintomatici del diabete tipo 1 e identificare i bambini destinati a progredire più rapidamente verso lo stadio clinico. I risultati sono promettenti, ma non ancora sufficienti per trasformare il sensore in un oracolo metabolico. Studio originale su Diabetologia.

Il diabete tipo 1 può essere diagnosticato prima dei sintomi

Il diabete tipo 1 è oggi suddiviso in diversi stadi.

Nello stadio 1 sono presenti almeno due autoanticorpi diretti contro le cellule pancreatiche, ma la regolazione della glicemia risulta ancora normale.

Nello stadio 2 persistono gli autoanticorpi e compaiono alterazioni glicemiche, definite principalmente attraverso la curva da carico orale di glucosio, OGTT, e l’emoglobina glicata.

Lo stadio 3 corrisponde al diabete clinico, con iperglicemia diagnostica, spesso accompagnata dai sintomi e dalla necessità di iniziare l’insulina.

Con la progressiva diffusione dello screening degli autoanticorpi, aumenterà il numero di bambini identificati negli stadi 1 e 2. Il problema diventa allora capire non soltanto chi ha iniziato il processo autoimmune, ma anche chi potrebbe avanzare verso lo stadio clinico in pochi mesi e chi, invece, potrebbe rimanere stabile per anni.

L’OGTT è informativo, ma richiede digiuno, più prelievi e circa due ore trascorse in ambulatorio. Un sensore indossato nella vita quotidiana potrebbe offrire un quadro più ricco e risultare meno gravoso per bambini e famiglie.

Come è stato condotto lo studio

Tra dicembre 2023 e dicembre 2025 i ricercatori hanno reclutato, attraverso il programma bavarese Fr1da:

  • 50 bambini e adolescenti negativi agli autoanticorpi, utilizzati come controlli;
  • 89 partecipanti con diabete tipo 1 precoce, allo stadio 1 o 2.

Tutti hanno indossato per 14 giorni un FreeStyle Libre Pro iQ posizionato nella parte posteriore del braccio. Il dispositivo era “blinded”, cioè i partecipanti non vedevano in tempo reale i valori. Questa scelta riduceva la possibilità che modificassero alimentazione o attività fisica in risposta alle oscillazioni rilevate.

Tredici registrazioni erano mancanti o insufficienti. L’analisi finale ha quindi incluso 126 partecipanti, 73 femmine, con età mediana di 10 anni:

Condizione al momento della valutazionePartecipanti
Controlli senza autoanticorpi47
Diabete tipo 1 allo stadio 145
Diabete tipo 1 allo stadio 225
Stadio 3 riconosciuto durante la visita9

Lo stadio metabolico è stato stabilito mediante OGTT, HbA1c e presenza confermata di almeno due autoanticorpi. Il CGM non è stato quindi utilizzato per formulare la diagnosi iniziale, ma come possibile strumento aggiuntivo di classificazione e previsione.

I partecipanti con malattia precoce sono stati poi seguiti per verificare l’eventuale comparsa del diabete clinico.

Quali segnali sono emersi dal sensore

I ricercatori hanno analizzato diversi parametri:

  • glicemia media;
  • deviazione standard e coefficiente di variazione;
  • tempo sopra 140 mg/dl;
  • tempo sopra 160 mg/dl;
  • tempo sotto 70 mg/dl;
  • tempo nell’intervallo stretto 70-140 mg/dl.

Variabilità glicemica, tempo sopra 140 e 160 mg/dl e tempo nell’intervallo stretto differivano significativamente tra controlli, stadio 1 e stadio 2. In termini generali, avanzando di stadio aumentavano le escursioni glicemiche e diminuiva il tempo trascorso tra 70 e 140 mg/dl.

Le differenze erano particolarmente evidenti nelle persone con stadio 2 e più di un’anomalia rilevata mediante OGTT o HbA1c. I loro profili CGM erano persino simili a quelli dei nove bambini nei quali lo stadio 3 era stato riconosciuto durante la visita.

Al contrario, i partecipanti allo stadio 2 con una sola alterazione metabolica presentavano valori CGM abbastanza simili a quelli dello stadio 1. Lo “stadio 2”, quindi, non sembra essere un territorio uniforme: al suo interno possono convivere persone con velocità di progressione molto diverse.

Il dato più interessante: il tempo sopra 140 mg/dl

Per individuare valori anomali, gli autori hanno utilizzato come soglia il 97,5° percentile registrato nel gruppo senza autoanticorpi. Per il FreeStyle Libre Pro iQ, il limite corrispondeva a trascorrere più del 15% del tempo sopra 140 mg/dl, indicatore denominato TA140.

Nessuno dei 45 partecipanti allo stadio 1 superava questa soglia. La superavano invece:

  • 10 dei 25 partecipanti allo stadio 2, pari al 40%;
  • 6 degli 8 partecipanti progrediti allo stadio clinico entro un anno.

Tra chi presentava TA140 superiore al 15%, la probabilità stimata di progressione a un anno era del 62,5%. L’intervallo di confidenza era però molto ampio, dal 13,2% all’83,8%, segno della forte incertezza determinata dal piccolo numero di eventi.

Considerando i diversi parametri CGM, l’area sotto la curva ROC per distinguere chi sarebbe progredito entro un anno variava da 0,90 a 0,92. È una capacità discriminante apparentemente elevata, ma calcolata su appena otto progressioni e nello stesso contesto in cui sono state individuate le soglie. Senza una validazione esterna, il risultato deve essere considerato esplorativo.

Non esiste ancora una soglia valida per tutti i sensori

Lo studio contiene un avvertimento di notevole importanza pratica. I ricercatori hanno confrontato i risultati del Libre Pro iQ con quelli ottenuti precedentemente, in una coorte differente, mediante Dexcom G6.

Le letture dei due dispositivi non erano sovrapponibili. Nei controlli negativi agli autoanticorpi, il Dexcom G6 indicava in media valori superiori di circa 11,6 mg/dl rispetto al Libre Pro iQ. Di conseguenza, anche le soglie del tempo sopra 140 mg/dl erano molto diverse: 15% con Libre Pro iQ e 36% con Dexcom G6 quando veniva utilizzato lo stesso criterio percentile.

Questo non permette di concludere che un dispositivo sia complessivamente migliore dell’altro. I sensori non sono stati indossati contemporaneamente dalle stesse persone e le coorti provenivano da studi distinti. Posizione del sensore, durata d’uso, caratteristiche dei partecipanti e differenze tecnologiche possono avere contribuito al risultato.

Il messaggio è un altro: una soglia ricavata con un determinato sensore non può essere trasferita automaticamente a un altro modello o a una nuova generazione dello stesso dispositivo.

È un problema tutt’altro che accademico. Se un valore CGM venisse utilizzato per classificare lo stadio 2 o stabilire l’idoneità a una terapia immunomodulante, due sensori differenti potrebbero condurre a decisioni diverse per la stessa persona.

Il CGM potrebbe sostituire la curva da carico?

Non ancora.

Il CGM ha alcuni vantaggi evidenti. Registra il glucosio durante la vita quotidiana, può essere ripetuto e, nello studio, è risultato più gradito dell’OGTT. Tra i 73 partecipanti che hanno espresso una preferenza, il 60% ha scelto il sensore e il 16% la curva da carico; il restante 23% non aveva preferenze.

Ma CGM e OGTT non misurano esattamente la stessa cosa. L’OGTT sottopone l’organismo a uno stimolo standardizzato e valuta la risposta metabolica. Il CGM osserva invece ciò che accade durante giornate reali, influenzate da pasti, movimento, stress, sonno e sensibilità individuale all’insulina.

Aggiungere indiscriminatamente i parametri del sensore ai criteri dello stadio 2 potrebbe inoltre aumentare il numero delle persone classificate come ad alto rischio, includendo soggetti che in realtà progrediranno lentamente. Ciò potrebbe alterare la stima del rischio e incidere sull’accesso alle terapie.

I limiti da non dimenticare

Si tratta di uno studio osservazionale prospettico, non di un trial randomizzato. Il campione è relativamente piccolo e proviene da un programma pediatrico della Baviera. Non sono stati raccolti dati su origine etnica e non sono stati valutati in modo completo fattori come obesità, sensibilità insulinica, età e determinanti genetici del metabolismo del glucosio.

Il follow-up mediano della coorte Libre è stato di 1,6 anni e soltanto otto partecipanti sono passati allo stadio clinico. Le analisi predittive poggiano quindi su pochi eventi.

Il confronto con Dexcom G6 è esplorativo perché effettuato tra coorti differenti, non sugli stessi partecipanti. Infine, anche alcuni bambini senza autoanticorpi presentavano valori CGM apparentemente anomali. Il sensore, da solo, non può dunque distinguere con certezza l’autoimmunità diabetica dalle normali variazioni individuali.

Lo studio è stato finanziato dall’EASD-Novo Nordisk Foundation Diabetes Prize for Excellence e dal German Center for Diabetes Research. I sensori Libre Pro iQ e Dexcom G6 sono stati acquistati con fondi istituzionali. Due autori hanno dichiarato rapporti con Sanofi-Aventis e, per una di loro, anche con Novo Nordisk; i finanziatori non avrebbero partecipato alla progettazione, alla conduzione o alla decisione di pubblicare.

Un sismografo metabolico, non una sfera di cristallo

Il possibile ruolo futuro del CGM non è prevedere con certezza il giorno della diagnosi. Potrebbe funzionare piuttosto come un sismografo metabolico, capace di rilevare un aumento delle oscillazioni quando la funzione delle cellule beta comincia a indebolirsi.

Questo consentirebbe di intensificare il monitoraggio delle persone più vicine allo stadio clinico, preparare le famiglie, ridurre il rischio di chetoacidosi e selezionare con maggiore precisione i candidati agli studi sulle terapie modificanti la malattia.

Prima di arrivare alla pratica clinica servono però studi prospettici più grandi, popolazioni adulte e pediatriche più diverse, confronti diretti tra sensori indossati dalle stesse persone e soglie specifiche per modello e generazione tecnologica.

Il CGM sembra aver intravisto la strada. Ma, per ora, non può ancora percorrerla da solo.

In sintesi

In 126 bambini e adolescenti, 14 giorni di CGM hanno rilevato differenze tra assenza di autoimmunità, diabete tipo 1 allo stadio 1 e stadio 2. Con FreeStyle Libre Pro iQ, trascorrere più del 15% del tempo sopra 140 mg/dl era associato a una progressione più rapida: la soglia era superata da 6 degli 8 partecipanti passati allo stadio clinico entro un anno. Il numero di eventi è però molto piccolo e gli intervalli di confidenza sono ampi. Inoltre, Libre Pro iQ e Dexcom G6 hanno prodotto valori e soglie differenti. Il CGM è quindi uno strumento prognostico promettente, ma non può ancora sostituire OGTT, HbA1c e valutazione clinica.

Fonte primaria

Weiss A, Huber E, Reinmüller F et al. Continuous glucose monitoring using the FreeStyle Libre Pro iQ in presymptomatic type 1 diabetes. Diabetologia, pubblicato online il 7 settembre 2026.

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